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• Poesie : Domenico Loffreda, Recensione a Coriandoli di immagini - di Antonio Pellegrino
Inviato da Antonio Pellegrino il 18/12/2008 17:10:00 (688 letture)


coriandoliAntonio Pellegrino, Coriandoli di immagini, TipoLitograficaNuovaImpronta, Cusano Mutri (Bn), 2008.


 


Se con “i disegni si può scrivere, è vero anche l’opposto che con le parole si può disegnare”. Questa considerazione per i suoi lettori, nella Premessa dell’Autore al suo Coriandoli di immagini, vuol essere, penso, una puntualizzazione o un cortese suggerimento a leggere, un componimento dopo l’altro, con lo stesso suggerimento che egli ha avuto dall’anima e dalla ispirazione.



Ho voluto anzitutto leggere la sua introduzione alla recente raccolta di poesie, ognuna delle quali ha la propria vita, come se fosse un messaggio nel quale squadernare con attenzione la sua anima e il suo stile. Per il lettore la Premessa vuole anche essere, appunto, una lezione di stile, del suo stile, di Antonio Pellegrino, il quale non può che averla tratta se non dopo la sua rilettura dei suoi componimenti poetici. Di cui egli è attento alla rilettura e alla scrittura dell’esempio dei passi, come un critico-letterato, che compone un libro di stilistica, per insegnare, da guida, come vanno lette sia ciascuna delle opere di prosa sia di poesia, nonché come vadano composte per chi vuole essere scrittore. Poeti si nasce, ma non si può fare a meno della tecnica.



E’, questo mio, un suggerimento a leggere l’introduzione per comprendere meglio e ritmo e struttura del verso, ossia la collocazione delle parole nella forza della parola. “…Si deduce… che la parola contiene l’oggetto dal quale essa scaturisce. Quando, invece, si fa segno di se stessa, la parola diviene immagine di sé, quindi sostanza, il che è avvertibile soprattutto nei linguaggi religiosi e poetici”.Ma quali sono i coriandoli del poeta?


 


Chino su frammenti di carta,




Seminati in un’aria opaca,



tormento concetti



inghiottiti poi dalla penna vorace,






Sublimano già schegge di immagini,



come tanti pezzetti di vetri colorati,



vaganti nel tempo,



di sé immemori e d’ogni altra cosa.


 


Ho avuto il piacere di conoscere l’Antonio di altre raccolte, delle quali, cogliendo fior da fiore, mi è sembrato di conoscerlo nella sensibilità che gli suggerisce di guardare ininterrottamente dentro e fuori di sé, ma sempre solitario, come quando ci si trova in chiesa fra fedeli, ognuno per sé, in intimo esame della propria essenza. La quale si spande, nella sua casa, solo, nell’inseguimento della compagnia del sapere e del voler sapere, ricchezza sua, solamente sua, che versa in componimenti che possono far convivere il poeta con il suo lettore, perché la parola scritta od orale non è mai muta, e sa fare compagnia e ristorare anima e mente.



Anche se, tra sé, in Le prime ombre, dice il tutto di sé, in un sottile pessimismo:


 


Sono al crepuscolo le mie residue ore,



s’adagiano i pensieri,



cullati dallo scandire lento dell’attesa.


 


Ombreggia anche la mia vita di silenzi.


 


Eppure "è un boato di silenzi… questo lento fluire di parole. / …scivolano…, nostalgici frammenti d’immagini… smarriti fra venti, strozzati dal tempo crudele dell’assenza”. E ancora “Mentre vaga solinga la luna / in un cielo ceruleo, smarrita, … l’alcova della notte / accoglie, ora, i deliri dei miei sogni”.


 


Non mi sembra di voler fare una forzatura di ricerca di parole per usarle al fine di entrare di soppiatto nel cuore di Antonio che soffre la solitudine, alla quale non fa omaggio, né vorrebbe farlo, ma per meglio comprendere quanto egli penetri in essa ed essa in lui. E quanto la solitudine gli suggerisca del buon dire poetico. Quel buon dire che è terra dei grandi – mi vien da ricordare Giacomo Leopardi, anche il si licet magna componere parvis – certamente quel buon sapere, che, tacendo è ispiratore del buon comporre. Che è altro, quello di Antonio, si sa, e tale deve essere nella consapevolezza di sé e di noi che leggiamo.



Il buono in sé non è solamente il buon vivere, è sapere, anche, per lo più, di doverlo tessere nella speranza che una mano lontana gli sia, e ci sia accanto e l’aiuti a guardare lontano, proprio come sperare l’arcobaleno dopo la pioggia. Che ispira a noi l’arcobaleno? E a lui?


 


Fantasma del cielo, …un’argentea luce batte nel tuo petto / e sorridi alla terra / Fantasma come te / rifletto di me solo momenti residui del mio vivere… Una fugace scheggia di speranza sei dopo la tempesta”.


 


Sappiamo che egli non è monocorde quanto a saperi e a ricerche di altro sapere. Le poesie che porge in lettura non sono sole.



Alle parole egli associa immagini di altro tipo di lettura: pittura e grafica e matite di volti solitari e di nature morte, ritratti di attimi di altra sua solitudine, come quella della giovane sulla spiaggia che allarga le braccia all’ombrellone solo nella sabbia, come lei.



Le due arti si completano. Si legga e si guardi pagina dopo pagina, compresi che l’arte figurativa… “è un preziosissimo scrigno di parole, contiene innumerevoli discorsi, è come la poesia, una meticolosa traduttrice della realtà”.



Un augurio di buona lettura.



 Domenico Loffreda 



(in Associazione Storica Medio Volturno, Annuario 2006, A.S.M.V. Editrice, Piedimonte Matese, 2008, pagg. 232/234)


• Poesie : Cosimo Formichella, Recensione a "L'ULTIMO RITO" - di Antonio Pellegrino
Inviato da Antonio Pellegrino il 17/9/2008 19:10:00 (783 letture)


Antonio Pellegrino, “L’Ultimo Rito: raccolta di poesie 1966/1994”, 

Arti Grafiche Don Bosco, Telese Terme, Bn, Febbraio 1995





Ult. Rit.Antonio Pellegrino, docente di Materie Letterarie nella scuola media, pubblica, per i tipi delle “arti Grafiche” don Bosco, una voluminosa raccolta di versi dal titolo “L’ultimo rito”.

I 121 componimenti vanno dal 1966 al 1994 e spaziano da quelli degli anni giovanili a quelli del periodo valtellinese, fino ad arrivare ai primi anni della maturità.

Le poesie, come il poeta afferma, “propongono l’esigenza di indurre di nuovo alla riflessione sui temi della morale ed attuano, nel contempo, il desiderio impellente di dirsi in un mondo che va sempre di più dimenticando gli antichi sistemi del comunicare nella verità. Sono poesie che del poeta tendono a sondare l’anima, misurandone sia i ritmi che le intensità delle mutazioni spontanee o indotte”.

I componimenti del periodo giovanile sono pervasi da sogni di libertà e di ribellione contro un sistema di vita che schiaccia la coscienza e al tempo stesso prefigurano una forte speranza in un mondo migliore.

Gli anni trascorsi in Valtellina fanno scoprire al poeta, tramite esperienze nuove e “lotte di solitudine cosmica”, l’incomunicabilità con gli altri. “Nasce proprio da qui la filosofia del tempo alternativo, che costituisce il filo conduttore dell’intera opera: c’è un tempo degli altri, prigioniero degli schemi della cultura dominante; c’è poi un tempo dell’anima individuale, non semplicemente cronologico, anche se vive nel tempo cronologico, è eterno, sostanziale, produce i ritmi vitali degli stati evocativi”.

Ma vediamo qualche frammento: “Nel nulla scompare / come in uno scherzo di parole */ l’ultimo mio sogno” e ancora “Vivremo qui / la notte delle stelle / addormentati in questo sole”.

Col ritorno definitivo ad Amorosi, dove il poeta è nato, ritorna anche la routine di sempre dove “la noia, riempita di atti borghesi, è l’atto quotidiano del vivere”. In questo vivere del nulla quotidiano, affiora nel poeta “la paura dell’essere solo”.

Sentiamo lui stesso: “Hai gli occhi lividi / di chi ha già guardato / fino in fondo all’anima 7 e disperato 7 se n’è ritratto”.

Nei versi del poeta c’è sempre una malcelata tristezza che rivela il fondo del suo animo malinconico.

Le immagini sono trasfigurate e raggiungono punte di alto lirismo: “E prego il vento / di fronte a questo silenzio / di volti di montagne / di cieli e di fiumi / che mi porti una carezza / in questo languore / di desideri che muoiono: / un secolare cipresso di cimitero / stende un’ombra caritatevole / in questo sole di occhi / bruciati dalla noia”. (in Messaggio d’oggi , 18 Febbraio 1999,  p. 4)



Cosimo Formichella


• Poesie : Domenico Loffreda, Recensione a "ARCHEOLOGIE DI IMMAGINI" - di Antonio Pellegrino
Inviato da Antonio Pellegrino il 17/9/2008 19:00:00 (748 letture)


Antonio Pellegrino, “Archeologie di Immagini: raccolta di poesie 2005/2006”,

TipoLitoGrafica Nuova Impronta, Cusano Mutri,  Dicembre 2006







Arch. Imm.Il poeta Antonio Pellegrino, anche alla quarta raccolta di suoi componimenti poetici – auguri per altra ininterrotta continuità – dedica copertine d’arte: la prima, ed in primo piano, contiene un attraente, appassionato, intimo nudo di donna sola, ripiegato sulle gambe, visto di spalle, in parte celate insieme col viso volto al cielo di un azzurro cupo, folta e nera è la capigliatura, grigio il corpo con rosee velature tra leggere pennellate di giallo, di verde e di rosa, simbolico giardino. L’ultima di copertina riporta una festosa pagina floreale, quasi a fare da contrapposto alla pena d’amore nella solitudine dell’anima e del corpo nudi. E nel testo, inframmezzate, compaiono due matite di donne viste ancora di spalle, una tempera di altra donna in una notte lunare, molto significativa allo sguardo e alla bocca semiaperta, un’ultima tempera contenente un angolo di piazza senza vita.

Attrae l’artistica veste tipografica, disegnata e voluta dall’Autore, non meno l’introduzione dell’Autore, che si trattiene, didattico di sé e d’altri, sul valore della parola,  la più ricca dote della quale l’Ente supremo ha datato l’uomo o, via via, l’uomo stesso, per necessità, se n’è dotato.

Senza la parola, il verbum o il logos l’uomo non conoscerebbe il se stesso nella intimità, meno ancora avrebbe gli strumenti di svelare il sé a se stesso: pensiero, parole, scrittura, arti pittoriche e plastiche.

Con il nostro Poeta: - …la parola è evento dell’anima in quanto è capace di riportare alla visibilità quanto era invisibile o nascosto. E il veicolo della parola è la poesia – e se tale – la solitudine e il deserto ne sono la condizione irrinunciabile. –

Ma indugiare nella solitudine e nel deserto, non è anche tormentarsi? Non è non vivere?

Vero è che il poeta ha la disposizione spontanea a lasciarsi sedurre dalla parola che nel verso assume un valore assoluto.

Il verbo sedurre, al di là del significato, lasciarsi condurre, non introduce, quasi sempre, un pensiero forte, a cui fare resistenza, per non lasciarsi sopraffare?

Così mi sembra di dover leggere il primo componimento, Vuoti, nel quale, immersi nella solitudine, non può vedersi che il nulla indecifrabile… persone private del pensiero, / negate alla parola, / smarrite nei dedali / di dolorosi silenzi. Ma già in Gocce di Rugiada il poeta sente il rimpianto di stagioni fugaci / memori delle gioie e dei dolori, / …vissute fra calcificate ossa di caverne, / fra pareti verticali di momenti / essudanti memorie.

Compare L’Archeologia di immagini.

In se stesso non fa l’archeologo, razzola: Mentre razzolo nelle radure dell’anima / ritrovo sapori che credevo sopiti: / riesplodono odori di oleandri e voci di bosco / … Ritrovo per un attimo me stesso: / ci sei tu con me / in mezzo al verde acido dell’autunno, / che mi si scioglie già fra le dita.

Ancora più espressivo con le parole, in crescendo, dell’archeologo che guardano, scrutano, scandagliano, esplorano, illuminano, anfratti, guglie, in Gli Occhi della Vita, che gli penetrano, a indagarlo, il suo io che gli fa scrivere: Ed io, a mia volta, / guardo, / guardo smarrito chi mi guarda / e corro, corro veloce, / mentre imploro spazi senza fine.

Il lettore si incontra spesso con parole di tristezza, anzi di aguzzo dolore / nel sapersi soli e smarriti / fra i tanti giorni che ancora ignorano / il nostro folle esistere.

Quando vede sagome di larici ridotte a scheletro, la sua mente ne legge ansie primitive / cariche di nostalgia.

Il nostro poeta è l’archeologo del dolore anche a Carnevale quando egli vede che scivolano ora fra le strade, / viscide come serpenti in agguato / gocce di disperazione, / tradotte in finzioni di lacrimevoli sorrisi, / mescolati alle frenetiche sequenze / d’una vita virtuale / mimetizzata nella maschera. Con la chiusa epigrafica, E’ il luogo del solitario dolore.

Priva d’ombra di pessimismo e di dolore, leggo la lirica Boccioli di Giglio, nella quale, non unica, armonia di ritmo, parole che sanno di dolce coinvolgimento, pensieri che ti guidano al sacro, attimi di immersione cosmica, danno il senso delle parole che, tutte, fanno poesia la quale ti penetra nell’anima: Boccioli di giglio, / iridescenti alla luna sorgente, / rubati al tempo / di soli tramontati, / affioranti timidi / fra sontuosi petali di rose, / pronti per un altare. / Cullo qui, / in questa improvvisa immagine, / il silenzio cosmico / d’un attimo rubato al nulla.

Torna l’angoscia in Creatura. Il sé a se stesso? Fatto di frammenti, si perde fra le cose, si spaventa di sé, … mentre nel buio del tormento / azzanna i cocci rotti della vita.

E c’è chi ha spezzato la vita del gattino Nemo: nel nome, Nessuno, quello che Ulisse disse suo a Polifemo, per il gattino fu la sorte triste: sei ora inerme, / fermo come il tempo, / gli occhi spenti e tristi, / rigido e sporco il pelo, / ferito da mano occulta / … ma sei un bel ricordo, / un caro ricordo, / Nemo.

La luna e raggi di luna gli sono di compagnia più del sole al tramonto che gli dà il senso del declino della vita, anche il peso:  E’ l’intero peso della mia vita / che si unisce a questo morire del giorno… / Ma sta sorgendo un’altra luna. Pensiero che torna in altro componimento, subito dopo: E’ questo che rimane / della mia vita, / solamente questo, / questo frammento di stelle cadenti / da lune calanti / dopo soli tramontati…

Per vivere in solitudine? E’ la luna che gli è cara. E’ tema prediletto: Sono solo ora, / solo come raggio furtivo di luna / che traversa la notte. / E… gli rivolgo nenie, / cullandolo fra le stelle, / mentre smarrito sonnecchia nel tempo. / E’ dipinto in uno stagno / dove riflette la sua fragile ombra. Con la quale la sua.

E con Albe lunari, egli, chiude la raccolta: La corteggio di nuovo la luna / che infrange la notte… / Mi perdo insieme ai voli / dei riflessi colorati del rapido imbrunire, / sospeso come anima vagante…

E’ tutto un inseguire sentimenti che gli dolorano dentro. Ed essi sono il terreno nel quale il nostro Poeta ara per rinverdirli. Ha parole semplici per viverli, riviverli in versi, e offrirli ai lettori, pochi o molti che siano. Ma sono suoi, solamente suoi. Esternarli, non è presunzione. E’ primario il bisogno di ricordarli a se stesso, per lasciarne traccia non caduca, anche messaggio per chi di simili sentimenti si nutre (in Annuario 2007, editrice ASMV, Piedimonte Matese  - CE - pp. 248/250)




    Domenico Loffreda


• Poesie : Domenico Loffreda, Recensione a "FRAMMENTI" - di Antonio Pellegrino
Inviato da Antonio Pellegrino il 17/9/2008 19:00:00 (670 letture)


Antonio Pellegrino, “Frammenti: raccolta di poesie 1995/2003”, 

Ellecci-Stampa, Telese Terme,  Luglio 2003





Framm.Se il lemma “frammenti” sta a significare i piccoli pezzi di un oggetto rotto, il quale può essere di scarso pregio, un bicchiere d’uso giornaliero o del servizio di cristallo di Murano, esteticamente bello e non sostituibile, quale idea suggerisce, posto com’è sulla prima di copertina della raccolta di poesie di Antonio Pellegrino, copertina che subito ci dice  l’unione di due arti che muovono i sensi estetici dell’autore, che la parola fa poesia e col pennello la fa immagine visiva. Nella finta aletta della seconda copertina, egli rivendica ai genitori l’insegnamento alla libertà di pensiero, di parola, di azione, di essere, di scegliere: la responsabilità di scelta non può essere che personale, perciò sua. Le tempere arricchiscono la grafica, la quale è libera di valorizzare la parola su cui pone il suo accendo scrivendola con la maiuscola (L’Orizzonte dei Pensieri, Come Respiro di Vento, Lamenti di Foglie, Finestra di Pietra Trasparente, Sapori di Suoni Dispersi…) quasi personalizzandole come una nuova mitologia: la sua. Ogni pagina bianca è la casetta di una poesia, che non chiede ospitalità a quella accanto o a quella che segue. L’ispirazione creativa, al suo poeta, è il frammento d’un pensiero, d’una visione, d’un sentimento, d’un luogo. La poesia è già tutta scritta nel cuore e nella mente del poeta. Il suo intimo glieli detta i Frammenti, Antonio ne è il raccoglitore, come l’antico contadino del mannello di spighe di grano. Non m’accadeva da tempo di incontrarmi con una poesia così intimista, così vera, così accattivante. Un Frammento? Lo colgo in Tabernacolo di Vetro: Il mio spirito / Tabernacolo di vetro / trasparente ai sentimenti, / sente il tuo cuore / battere i segni / del tempo perduto, / negato ai nostri palpiti, / al nostro amore impossibile / tradito da eventi traversi, / paralleli per sempre / e… distinti. Ma sono tutti da leggere e gustare con animo libero. Ciascun lettore vi troverà qualcosa per sé. Anziché trattenermi al commento dei Frammenti, ho preferito sottolinearne gli aspetti esteriori che divengono interiorità, che l’Autore in libertà deposita nelle parole, che si fanno suono e vita nell’animo per il lettore (in Annuario 2003, editrice ASMV, Piedimonte Matese - CE -, pp. 364/365)



        Domenico Loffreda


• Poesie : Domenico Loffreda, Recensione a "LE PAROLE DEL SILENZIO", - di Antonio Pellegrino
Inviato da Antonio Pellegrino il 17/9/2008 18:50:00 (662 letture)


Antonio Pellegrino,  “Le Parole del Silenzio: raccolta di poesie 2003/2004”,

Ellecci-Stampa, Telese Terme,  Settembre 2004





Par. sil.Ad un anno dalla lettura di Frammenti  dopo quella altrettanto appagante di Le Parole del Silenzio, non posso che confermare il mio primitivo e spontaneo personale giudizio e piacere, che mi suggerivano di annotare: - Non m’accadeva da tempo di incontrarmi con una poesia così intimista, così vera, così accattivante. – e anche: -… Anziché trattenermi al commento… ho preferito sottolineare gli aspetti esteriori che divengono interiorità, le quali, in libertà, depositate nelle parole, si fanno suono e vita anche nell’animo del lettore -. E al lettore rivivono dentro con la stessa passione ed empito con cui sono germogliate nel cuore del poeta, a cui, prima, gli si sono fatte parole per la memoria e per il colloquio con se stesso, poi con l’altro da s’. Per esso egli, alla silloge, premette una guida, quale penso sia la “sua” Presentazione.

Quei componimenti sono, dice, il suo modo, ossia lo specchio del suo parlare in versi, che non possono pure avere un loro ritmo, e con gli stessi ribadisce: io vi parlo parlandomi. E aggiunge: la raccolta penso che esaurisca da sola un mio momento che vada trasmessa al lettore nel suo insieme evocativo, insomma allo stato grezzo, nella sua stessa radice di istinto e di immediatezza. E’ il suo confessare come gli nasca dentro la visione del sé, spettro della sua vita in solitudine, il tema e la sorgente predominanti della poesia di Antonio, nella quale non si suggella, anzi, a modo suo, ne evade, per trasmettere il suo messaggio interiore pagina dopo pagina.

Dal Matese che gli si erge alla vista spira un vento col quale Volano per l’aria parole / veloci come il pensiero / seminano scompiglio / in un cuore tradito dagli eventi / … mettono a nudo sentimenti / arcaici più del tempo / … e grido in questo vento la mia vita / persa fra le foglie dei robusti olmi, / che lamentano / il turbinio tenebroso della terra, / raccolgono in un’ampolla lacrime, / sublimazioni di angosce antiche, / evaporazioni dolorose di desideri latenti. / In questo tramonto calante / di quest’ultimo orizzonte / fauni soffi captano anche i più residui fragori. / E cala il cosmico silenzio.

In questo incipit della raccolta, Il Matese in Parole, da cui cito, Antonio vi squaderna, solitario e sofferente, il suo pensiero e sentire, riandando e riannodando il passato – quella montagna è molto del nostro passato remoto – al presente con l’uso di voci rare e dotte, sentimenti arcaici più del tempo, veli eterei come l’anima, turbinio tenebroso, raccolgono in un’ampolla lacrime, sublimazioni di angosce antiche, desideri latenti, fauni soffi, cosmico silenzio, superficie dell’anima.

Ombre sul Matese, la lirica che segue, non è meno piena di sensazioni forti a conferma della sua ispirazione. Apre con le mie narranti solitudini / … sono l’alcova dei pensieri, / che orgasmano idee e progetti, /… compagna delle sublimazioni più alte, / confine dei miei confini, / … cime eterne / fatte di roccia meno dura d’ogni cuore, / su cui rimangono scolpite le mie parole, calcareizzatesi / fra il variegato avvicendarsi delle umane cose.

Al di là del significante, il penultimo verso, fa parte forse del grezzo?

Si snodano ancora parole, pensieri sensazioni: … a silenzi di venti… rispondono echi ancestrali / di grida contratte / emergenti da anfratti cavernosi / dell’anima rapita. E, solitari, due versi scolpiti: Spezzetto frammenti di ostie / mentre sgrano rosari che appaiono rifugio dalla solitudine, che però ritorna prepotente subito dopo: e fendo lo spazio cosmico / d’una solitudine senza più confini.

Ma eccola, in Fraseggi di Cieli, esplicita la sua risposta a chi gli chiede che cosa essa sia per lui: …ti rispondo che / essa è la mia compagna, / essa è il mio tu, l’essenza di me / la radice della mia origine / il porto della mia quiete, / la meta del mio finale destino.

E i versi, - frutto del mio tempio - sono, pagina dopo pagina, figli della solitudine nella quale Antonio vive, quale sua scelta, o della sorte, che, poeticamente traduce in vocazione, quasi chiamato e risoluto a vivere con se stesso, dentro se stesso. La solitudine gli è divenuta luogo, nel quale non si macera, ma che lo avvolge nel silenzio fonte di pensiero e di non mute parole dell’anima, ma che si fanno libere strofe e libero ritmo di lui individuo, al quale inni solitari di pensieri forti sono là a svelamento del sé nella suggestione del luogo appartato, quasi monacale, che altri rifuggono, perché sito di rinunce e privazioni.

A conferma il settenario finale di E… la Sannita Gloria, canto alla memoria che gli  arcaici sentieri del Matese, gli suggeriscono: Si sente ora un sordo silenzio: / gli eroi tacciono / muoiono le fedi, / il progresso avanza / fra falsi miti di potenza: / anche i ricordi si annebbiano / fra i languori del nulla. Dalla solitudine al nichilismo? Il passo può essere breve.

Ma quegli arcaici sentieri, i quali a me piacciono tanto anche per quel che vi ho riconosciuto e scritto, ancora ci sono per tutto il Tifernus mons, non modificati nel percorso, e la memoria la conservano, e chi l’ama la storia, proprio quella, può andare a cercare e a leggere su pietre sparse dalle ere geologiche a quelle poste dai Pentri, per i monti, soprattutto per quelli a vista delle piane fluviali, a difesa del proprio popolo forte e deciso, e delle sedi, i vicus e i pagus, e a conservare in necropoli i resti dei propri combattenti caduti in aspre battaglie e in tombe solitarie i capi.

In qualche canto si avverte un pessimismo latente come quando, seguendo un volo di farfalle, le vede … corona d’una solitudine / i cui confini sono inferiori solamente / al vuoto spettrale della morte. Invece, rivolgendosi al suo Campanile: … Avverto la tua mole / come incombenza su di me del tempo / e… come te / provo a guardare in alto verso il cielo.

Al lettore non leggo Altari, perché sia lui a sentirne la singolarità del pensiero ed anche il senso della estraneità alla comune considerazione dell’altare come ara sacrificale, in ogni tempo e per tutte le fedi religiose; e segnalo altrettanto per la singolarità e la libertà di dire Quale Giustizia, l’attimo solo per scriverne il titolo e gli ultimi due versi: C’è bisogno d’un crocefisso alle pareti / per credere?

Davanti a I Templi di Paestum sembra risorgere il piacere di vivere, anche se in un tempo lontano, con la vis della poesia: Navigo finalmente il tempo / sento l’odore del passato: / evaporando improvvisamente / dai resti miserevoli del presente / risorgo nell’infinitudine / di cieli marmorei, trasparenti.

Le mie parole, certo, non esauriscono il discorso di poter leggere e dire del mondo poetico di Antonio Pellegrino. L’intimo suo che vi svela ammantato di parole, non poche, patrimonio della sua cultura classica, il quale deposita nei versi idee, sensazioni, visioni, pulsioni e un che di antico che gli scorre per le vene, non celato dal nuovo prepotente che pure lo coinvolge.

E’ poesia viva, con sentimenti al limite, in versi e strofe, che sempre si rinnovano (in Annuario 2004/2005, editrice ASMV, Piedimonte Matese - CE -, pp. 315/318).





    Domenico Loffreda


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