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• L'ultimo rito : L'ultimo rito - Raccolta di Poesie 1966/94 - di Antonio Pellegrino
Inviato da Antonio Pellegrino il 17/9/2008 15:40:00 (651 letture)


INTRODUZIONE




RitoLe poesie contenute in questo libro propongono l’esigenza di indurre di nuovo alla riflessione sui temi della morale ed attuano, nel contempo, il desiderio impellente di dirsi in un mondo che va sempre di più dimenticando gli antichi sistemi del comunicare nella verità.

Sono poesie che del poeta tendono a sondare l’anima, misurandone sia i ritmi che le intensità delle mutazioni spontanee o indotte.

La misura del tempo dell’anima, raramente, forse mai, può corrispondere alla misura del tempo cronologico: il primo dice più cose, è più lungo, complesso e profondo, parla di cose nel tempo quotidiano taciute.

Qui, in questo luogo del tempo metafisico, che è la poesia, un attimo di tempo può anche diventare il contenuto di una eternità ed orientare in un senso invece che in un altro una vita intera.: Rinasce qui la vita/ d'un attimo soltanto. E ancora: Sono morti/ tutti i sentimenti/ in quest'ora solenne/ degli amori pensati. 

Il singolo verso costituisce l’attimo stesso dell’emanazione poetica, è l’unità evocativa: la parola è sempre sommata alle altre appartenenti alla medesima temporalità di ispirazione. La conclusione del verso corrisponde sempre ad una frattura del ritmo, ad una pausa evocativa. E’ convinzione di chi scrive che quando la poesia la si fa cogliendola nell’anima, officina dei sentimenti, appena la si sente matura di parole, meglio dire di evocazioni, è una realtà diversa sia di spazio che di tempo che si viene producendo.

In questo senso la poesia può essere solo produzione diretta dell’anima e, quindi, dominio totale del poeta sulla realtà evocata: è così l’attimo medesimo della creazione, perché non esistono altre possibili creazioni al di fuori della parola come sostanza stessa della realtà.

La raccolta segue la maturazione espressiva dell’autore dal 1966 al 1994.

L’intero corredo dei componimenti, al solo scopo di orientare meglio la lettura, è raggruppabile nei seguenti itinerari:


Dal 1966 al 1972: è il periodo giovanile, corrisponde al primo insorgere della coscienza politica (ma qui politica è intesa come modo proprio di guardare e interpretare la realtà). I versi sono dominati dai sogni di liberazione e di ribellione nei confronti di un sistema cattivo, che opprime e deprime la coscienza: Osservo il mondo nella luce/ abbandonarsi languidamente/ al sonno nelle tenebre:/ sembra vivere solo/ nel determinato delle cose. Ma è quello del primo periodo un poeta la cui speranza di una vita diversa lo anima ancora in modo potente: Nel mondo del tuo domani/ saprò ritrovare/ anche il mio tempo. Dal  1973  al  1981:  è  il  periodo  valtellinese,  il  poeta  scopre  attraverso una serie di esperienze nuove e di lotte la solitudine cosmica, incontra nel mondo l’insondabile nulla, gli appare, personificata anche nelle cose, l’incomunicabilità e ripiega su se stesso nella più completa sfiducia in tutto quanto gli appare, che, da questo momento in poi, è destinato a diventare nei versi “il tempo degli altri”. Nasce proprio da qui la filosofia del tempo alternativo o del tempo liberato, che costituisce il filo conduttore dell’intera opera: c’è un tempo degli altri, prigioniero degli schemi della cultura borghese; c’è, poi, un tempo dell’anima individuale, non semplicemente cronologico, anche se vive nel tempo cronologico, è eterno, sostanziale, produce i ritmi vitali degli stati evocativi: Nel nulla scompare come in uno scherzo di parole l’ultimo mio sogno. E ancora: Vivremo qui/  la notte delle stelle/ addormentati in questo sole. L’arma della politica, vista come il principale mezzo di salvezza del periodo precedente, qui diventa la trappola in cui finiscono abortiti tutti i desideri sani dell’uomo: Consumerò la mia esistenza/ mormorandola/ fra tanti sentimenti abortiti.

Una politica per la libertà non può esistere. Esiste, invece, sempre una politica del sistema per il sistema, una politica della “folla-folle”, una politica del potere per il potere.

La ribellione agli altri, attraverso la sistematica chiusura nella torre d’avorio della propria anima (ma l’anima il poeta la intende come qualche cosa di universale, di altamente supremo e spirituale, che serve ad unire tutti gli esseri liberi e liberati della Terra) diventa lo strumento essenziale per la liberazione totale. Quest’ultima, poi, ha come meta la morte che rimette l’individuo nel circolo eterno della materia, quindi della vita, perciò della vita eterna, liberandolo del tutto:
La voglia che mi passa/ di risentirmi anche domani.

Dal 1981 al 1994: segue al periodo valtellinese, rappresenta il momento del ritorno definitivo nel sito natio. Le avventure di ricerca di una possibile libertà, anche attraverso la lotta politica, dei periodi precedenti vengono abbandonate al ricordo, con esse spariscono anche alcuni compagni di strada fondamentali, che, comunque, avevano contribuito a sanare parecchio la solitudine del poeta. E’ il ritorno a casa in tutti i sensi, perché  è  il  rientro  in  un  sistema  di  vita,  già  nel  primo  periodo  male accettato, nel frattempo incancrenitosi.

Riecco il piatto orizzontalismo mentale di chi vive copiando la vita degli altri. Le ali di chi è abituato, per natura sua propria, a creare, volando in cieli liberi, vengono tarpate: qui le ali non servono, qui non si vola, tutto è ridotto a routine, ad assenza di movimento: la noia, riempita di atti borghesi, è l’atto quotidiano del vivere.

L’incredulità nel tutto del secondo periodo qui si fa disperazione: dove la vita è intesa come follia collettiva, come pecorinità di massa, come negazione dell’irripetibilità individuale, la sanezza vitale di chi cerca l’essenza è intesa come pazzia da emarginare, da ironizzare, da ipotizzare e propagandare come possibile morbo.

La simbologia sintetica è, infine, questa: chi vive come diverso nel rifiuto sistematico dell’annientamento collettivo prossimo venturo, è pazzo. Si può capire, da parte di chi vive della volontà di intuire, che in tali condizioni viene a mancare, per chi ha voglia di sentirsi totalmente libero la possibilità concreta di potere avvertire il “luogo-anima” come il luogo proprio, posto ai confini della vita altrui.

Viene a mancare, infine, la possibilità vitale, ai fini della salvezza, di potersi scegliere quale contenuto dell’esistenza propria.

Il doversi vendere (è questo il vero grande mercato della vita) diventa perciò moneta sonante, un principio insopprimibile della sopravvivenza: ritornano i deliri infantili, tradotti in immagini oniriche, legati alla donna, intesa ancora quale madre, quale essenza e simbolo codificato da sempre della famiglia, principio borghese della comunione sociale. E’ il drammatico rientro nel sistema degli altri, degli altri rifiutati e del tempo degli altri, un ritorno reso più celere anche dagli anni che incombono e invecchiano.  Anche  in  chi  si era sentito, in un tempo mitico della sua anima, eroe-salvatore-apostolo dell’umanità, caduta nel nulla quotidiano, risorge miseramente la “paura dell’essere solo”.
Hai gli occhi lividi/ di chi ha già guardato/ fino in fondo all’anima/ e disperato/ se n’è ritratto. E ancora: Persino le ali del ricordo sono ora spezzate. E ancora: La caduta dei ricordi in quest’ansa di fiume oggi non più che palude. E infine: Bandiere rosse/ nella piazza piatta e senza vento/ affogata nell’afa/ di cervelli che non pensano.



                                                                               Antonio Pellegrino


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