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• Il ritorno ad Amorosi : Il ritorno ad Amorosi - di Antonio Pellegrino
Inviato da Antonio Pellegrino il 16/9/2008 12:10:00 (1547 letture)


StazioneAmorosi, sorniona e tranquilla, dal treno mi appariva adagiata nella valle come un neonato sorridente nella culla. I monti, che le facevano da corona, sembravano miniature rispetto all’imponenza delle Alpi, che avevo appena lasciato, ma mi erano cari, sapevano di casa, snelli e leggeri sfidavano il cielo di luglio con i loro profili arrotondati, sinuosi: a nord-est, di fronte a me, il conico monte Acero, la Rocca e, alle loro spalle, lontana e sfocata, la linea continua dell’Appennino Campano; verso nord il monte Erbano ed in profondità l’intera catena del Matese; da est verso sud  quella del Taburno, da Virgilio definita “la bella dormiente”, per il suo profilo da donna, che appare a chi è osservatore attento. Seminate lungo le pendici, come tante macchioline bianche, diversamente distinguibili, facevano capolino le case di Faicchio, di Cerreto Sannita, di Guardia, di Solopaca e, più lontane, meno delineate, verso il Matese, quelle di Gioia Sannitica e di S. Gregorio; apparivano nascosti nella conca, mimetizzati quasi, Telese, San Salvatore e Puglianello. Era la mia Valle, piccola ma grande, la Valle Telesina, la Valle del Volturno, del Calore, del pittoresco Titerno, disegnato di ardite forre, uniti dagli stessi destini, legati da sempre alle stesse vicende, carichi di immagini,  di imprese gloriose. Era la Valle in cui erano sedimentati tutti i miei ricordi, tanti da occupare uno spazio più grande ancora del paese stesso, che sembrava essere diventato all’improvviso più piccolo.

Vi facevo ritorno, vi facevo ritorno non solamente per le vacanze, questa volta, semplicemente, vi facevo ritorno. Il treno fischiava in prossimità della stazione di Amorosi, mentre ne attraversava le campagne profonde, che, come la tavolozza di un pittore, si coloravano di spaziose macchie di verde e di giallo, spezzate, a tratti, dal rosso intenso di improvvisi papaveri. Era l’alba, la vedevo sorgere dal lato del Taburno, verso Benevento, apparivano i primi riflessi di luce a sciogliere le ultime ombre. L’aria era tersa, cristallina direi, conservava ancora il fresco della notte e le case, alle cinque e trenta del mattino, erano ancora immerse nel riposo, si vedevano rare, fioche luci accese nelle cucine, dove qualcuno sorseggiava un caffè, di cui quasi avvertivo il delizioso aroma. Si sentivano solo lo sbuffare del treno e lo stridio dei freni, il resto era silenzio, la stazione era deserta. Mio fratello, unico, sparuto essere umano, era lì ad attendermi, un po’ più lontano un cagnolino, forse randagio, annusava in un angolo.

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