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• Cultura : Breve percorso nella psicologia di J.I. Gurdjieff - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 21/10/2013 11:30:00 (379 letture)

Gurdjieff 


Breve percorso nella psicologia di J.I. Gurdjieff

Un modo per  conoscersi

di Antonio Pellegrino





 George Ivanovic Gurdjieff, di origine
greca ma di adozione armena, nasce a Alexandropol nel 1872 e muore a Neully nel
1949. Di cultura eclettica e di ampio respiro è, nel contempo, filosofo,
psicologo, scrittore, maestro di danze, viaggiatore instancabile, attento
osservatore di usi e costumi dei popoli.



Il suo nome, che comincia ad essere sempre più conosciuto e diffuso anche nel
mondo occidentale, è legato alla fondazione dell’Istituto per lo Sviluppo
Armonico dell’Uomo, una vera e propria scuola atta a risvegliare la persona
dallo stato di “veglia apparente”.



Il suo pensiero è pervenuto a noi non solo attraverso la sua opera ed i suoi
scritti ma anche tramite la sistematica divulgazione e l’approfondimento che ne
hanno fatto, nel tempo, i suoi discepoli, diventati, a loro volta, celebri e
fra questi P.D. Ouspenski
[1], Maurice Nicoll[2] e J.G. Bennett[3].



In conseguenza della crisi culturale e dei valori, che sta coinvolgendo sempre
di più la cultura del mondo occidentale, sta crescendo il numero delle persone
che, a livello individuale, di gruppo o di scuola, fa riferimento al pensiero
di questo genio altamente profetico dell’umanità. A lui si sono ispirati o si
ispirano, anche attraverso le loro opere, protagonisti come l’architetto
statunitense Frank Lloyd Wright, la scrittrice Pamela Lyndon autrice di Mary
Poppins, lo scrittore francese Renè Dumal. Il regista inglese Peter Brook, il
cantautore italiano Franco Battiato, ma anche altri che sarebbe veramente lungo
elencare.








Il suo vastissimo corredo di conoscenze include, in
una intelligente ed armoniosa sintesi, vari pensieri religiosi con un
riferimento speciale alla filosofia del cristianesimo, in quanto cultura
predominante nel mondo. L’avvicinamento al suo pensiero richiede gradualità,
attenzione e per alcuni aspetti, dovuta precauzione, in quanto la sua scrittura
e le sue concezioni, a un primo approccio, sembrano essere molto distanti dal
comune sentire morale, civile e religioso tipico delle
culture occidentali. Egli, per la
verità, non nega né afferma, semplicemente sollecita l’io, suggerendo ad ogni
essere esistente il bisogno di ritrovare le vie smarrite della coscienza, per
dare un senso nuovo a quello che egli stesso è, a quello che egli stesso fa, a
quello in cui egli stesso crede di credere, a quello per cui egli stesso agisce
ed opera.



Secondo Gurdjieff l’uomo vive la maggior parte della sua esistenza nel sonno e
nel sogno, in conseguenza del plagio culturale, che subisce sin dalla nascita,
che rende puramente meccanico il suo agire. Il superamento della sua condizione
di subalternità culturale, per raggiungere un superiore livello di
consapevolezza di sé, può avvenire solamente attraverso un duro lavoro su se
stessi. La condizione preliminare per tale lavoro risulta essere il desiderio
personale di impegno per diventare un uomo differente, un uomo cioè capace di
superare il suo stato iniziale di essere macchina, di fare, quindi, in prima
persona, al fine di imparare a riconoscere la propria individualità nell’unità
e di identificare un proprio “Io permanente” controllato da una coscienza
consapevole e dalla volontà di agire. Ma la coscienza di essere richiede il
superamento dello stato di coscienza relativa attraverso una prima percezione
della coscienza di sé per potere poi raggiungere la coscienza oggettiva nella
visione dell’intera verità su ogni cosa. In questo percorso la psicologia,
applicata a se stessi, può essere di grande aiuto nel capire lo stato di
menzogna nel quale ci troviamo rispetto a noi stessi prima ancora che rispetto
agli altri e al tutto. Lo stato di menzogna, coincide con lo stato di sonno o
di veglia apparente, che, mentre impedisce la percezione precisa tra ciò che è
reale e ciò che è solamente immaginario nell’uomo, produce la falsa sensazione
di trovarsi di fronte alla verità, tanto che si finisce per mentire a se stessi
senza neppure averne la coscienza, dando, in tal modo, luogo ad una falsità
relazionale tra Essenza e Personalità, mediate da una sequela infinita di
impressioni prodotte da influenze o, come anche si potrebbe dire, da “falsi io”
che impediscono all’io vero di venire alla luce, di nascere cioè
[4]. Gli uomini di oggi
possono essere contenuti in sette grandi categorie, a loro volta suddivise in
quelle dell’uomo ordinario e quello dell’uomo superiore.








La categoria dell’uomo ordinario include:








• l’uomo fisico;



• l’uomo emozionale;



• l’uomo intellettuale.








La categoria dell’uomo superiore invece annovera nel
suo seno:








• L’uomo che ha raggiunto il centro di gravità
permanente e che vive dentro all’idea dello sviluppo;



• L’uomo che ha raggiunto l’unità della coscienza ed è fornito di poteri e
funzioni fuori della categoria di uomo ordinario;



• L’uomo che gode della coscienza oggettiva e possiede un numero più elevato di
nuove facoltà, sconosciute all’uomo ordinario;



• L’uomo che è ormai dentro all’io permanente e gode di ogni possibile facoltà.








La percepibilità della dimensione religiosa della
vita, poi, è contenibile solamente nelle prime cinque categorie nell’ordine di
come segue:








• La prima comprende l’uomo feticista;



• La seconda il fanatico, l’intollerante e il persecutore;



• La terza il teorico, il dotto, il ritualistico e dogmatico;



• La quarta il ricercatore, colui che cerca di farsi da sé la ragione delle
cose;



• La quinta del mistico e dell’asceta, di colui che ultradimensiona se stesso,
ritagliandosi uno spazio oltre il modo comune di concepirlo;



• Nessuna possibilità esiste di accedere alla conoscenza nella sesta e nella
settima categoria.








I percorsi attraverso la conoscenza di sé, che
condurranno l’uomo a uno dei sette modi della possibilità dell’essere o gli
consentiranno di spostarsi attraverso gli stessi in un continuo divenire, hanno
inizio da quanto ciascun uomo meccanicamente possiede, sin dall’origine:








• Il cervello o centro intellettuale;



• Il cervello o centro emozionale;



• Il cervello o centro motorio;



• Il cervello o centro istintivo.








Il modo stesso - prevalente, predominante, coerente,
equilibrato - con cui l’uomo agisce sui suoi potenziali centri gli consentirà
uno sviluppo tale che lo può lasciare in uno stato di veglia permanente o
consentirgli l’accesso alle visioni sempre più vicine al sublime della verità,
che coincide con quell’unità assoluta di cui noi siamo parti o frammenti in
viaggio per poterci ricomporre con l’unità cosmica grazie al cammino
intelligente dentro alla conoscenza che conduce alla consapevolezza. Ciò che,
solitamente, contribuisce a rallentare l’uomo verso l’accesso ai livelli
superiori di essere sono le impressioni che riceve nella sua macchina
dall’esterno e che, quasi sempre, si trasformano in influenze di varia natura e
potenza, che contribuiscono a rendere oscuro od opaco il suo sapere, nel senso
della percezione del sé reale, che quasi sempre gli rimane assente od estraneo.
Le impressioni scaturiscono, in genere, da uno scorretto lavoro dei centri o
nei casi in cui questi si sovrappongono o si sostituiscono l’uno all’altro e
viceversa, producendo sull’io influenze negative dovute a false impressioni
quasi sempre cariche di torbido, di vago, di mancante, di lento, di illusorio,
di frammentario Il risultato è la visione relativa del tutto.








Esistono tre sentieri di tipo tradizionale, già
sperimentati nei comuni modi di crescere, che possono, in qualche modo, guidare
l’uomo lungo la strada del Risveglio, in quanto lo inducono alla rinuncia su
ciò che è falso o, comunque, fatuo
[5]. Essi sono[6]:








• La via del fachiro, tendente allo sviluppo della
volontà fisica, al controllo del potere sul corpo;



• La via del monaco, tendente alla fede, al sentimento religioso, al
sacrificio;



• La via dello yogi, tendente alla conoscenza razionale o, se si vuole,
oggettiva, conseguita tramite l’intelletto.








Ciascuna delle tre vie conduce, tuttavia, ad una
visione parziale dell’uomo in quanto è assente nell’una quella che nell’altra è
presente
[7]:








• Nella prima mancheranno i sentimenti e le conoscenze
razionali;



• Nella seconda mancheranno il controllo del corpo e le conoscenze oggettive;



• Nella terza mancheranno il controllo del corpo e dei sentimenti fra i quali
anche quelli di tipo religioso.








Si deduce che, se le prime tre vie sono strumenti parziali,
sia pure importanti, per l’inizio della lievitazione della coscienza dell’io,
necessitante diventa una quarta via
[8] attraverso la quale si
consegue:








• La capacità di difesa da qualunque processo di
identificazione;



• L’attitudine al lavoro interiore in rapporto anche ai mutamenti storici e
culturali;



• L’abitudine al non-luogo, che tiene lontano dai luoghi ordinari, origine essi
stessi delle contaminazioni.








Insomma la quarta via diventa la porta principale
verso l’elevazione dell’essere, ma le vie in generale sono un cammino verso la
salvezza. Quanto è fuori del tracciato delle vie procede verso la morte
dell’uomo anche di quello apparentemente più intelligente e colto
[9]. L’uomo ordinario, in
effetti, è caratterizzato, all’interno della sua personalità, dalla compresenza
di diversi io, la sua vita interiore non è un modello di unità in quanto
subisce il fascino delle impressioni esterne, che sono la causa del sonno
permanente. Il venir fuori dal sonno comporta il sacrificio dell’isolamento
dalle influenze del mondo tramite l’assunzione di un atteggiamento di tipo
esoterico, rivolto quindi al silenzio della vita interiore, che contiene la
prefigurazione dei sentieri da percorrere verso l’acquisizione di una coscienza
superiore.


I linguaggi delle scienze umane, quali la filosofia,
la psicologia, la sociologia, la teologia – che pure hanno da sempre il compito
di studiare i comportamenti umani ed orientarli – non sono di per sé bastevoli
o idonei al risveglio, essi contengono limiti notevoli in quanto sono
conflittuali, falsamente dialettici, frammentari, legati alle visioni
politiche, economiche, culturali, sociali dei diversi momenti storici e
all’interno dello stesso momento storico, tracciano, pertanto, nelle variegate
diversità di metodi ed impostazioni, profili dell’uomo condizionati dagli
interessi occulti o palesi delle classi sociali dominanti nelle diverse epoche
e civiltà. Essi sono lontani da un linguaggio che si possa definire universale,
agiscono, quasi sempre, sulla produzione di sistemi e di processi volti
all’inibizione della libertà che all’uomo è data, sin dall’origine della
creazione, di potersi sentire “tale” e potersi produrre e riprodurre nella sua
stessa essenza, cioè nella pienezza assoluta della consapevolezza di sé,
avendone i presupposti forniti dalla natura stessa. La psicologia classica, per
esempio, agisce nell’ambito di pacchetti diagnostici e terapeutici
tendenzialmente votati a riportare la “cosiddetta devianza” alla “normalità”,
senza tenere conto che il concetto di normalità predefinito è del tutto
pretestuoso, corrispondente semplicemente a “un modello di cultura e di civiltà
storicamente stabilito. E’ probabile, a ben vedere, che la devianza stia
annidata proprio in quella normalità. E bene si farebbe a riflettere su questo,
oggi soprattutto, in un’epoca in cui tutto sembra rimesso in discussione, i
valori fondamentali contestati e la cultura del relativismo dominante, non ho
voluto usare appositamente l’affermazione “nichilismo di ritorno”. Gurdjieff ad
una domanda postagli dall’allievo Ouspenski rispondeva: «Per fare bisogna
essere. E bisogna per prima cosa comprendere cosa significa essere. Se
continueremo queste conversazioni, vedrete che ci serviremo di un linguaggio
speciale e che per essere in grado di parlare con noi, bisogna imparare questo
linguaggio. Non vale la pena di parlare nel linguaggio ordinario, perché, in
questa lingua è impossibile comprenderci. Questo vi stupisce. Ma è la verità.
Per riuscire a comprendere è necessario imparare un’altra lingua. Nella lingua
che parla la gente non ci si può capire»
[10]. Gurdjieff, dunque,
poneva il problema del linguaggio prima ancora che quello dei contenuti come se
il linguaggio potesse essere contenuto di se stesso e non semplice strumento di
veicolazione di discorsi: non si può apprendere l’essere attraverso un
linguaggio che non lo contiene, quindi bisogna che si cominci con un linguaggio
a ritroso, tutto da inventare e che ciascuno di noi contiene dentro se stesso,
o meglio nelle parti rimosse del sé. Il linguaggio, come comunemente inteso, è
sempre un imbroglio, un plagio, la fotografia di una cultura, la sintesi di un
sistema, esso definisce i confini del senso di ogni parola, di ogni discorso,
escludendo l’opposto come possibile verità alternativa. L’insegnamento di Dio,
che ci è pervenuto, per esempio, è contenuto in un linguaggio che non sempre
corrisponde al vero senso, che pertanto andrebbe indagato, esplorato, per
essere messo alla luce dello spirito dell’uomo, che quasi sempre ignora quello
che è dentro alla parola, percependone solo l’involucro esterno. Il linguaggio
delle parabole, ma anche quello biblico in generale, andrebbe riesaminato da un
punto di vista esoterico, ma ce ne è stata fornita, ad arte, solo la visione
letterale il che ha occultato, fino ad ora, la vera essenza di Dio all’uomo e,
di conseguenza, l’uomo a se stesso
[11].



Lo scopo pratico dell’insegnamento di Gurdjieff è che l’uomo, tramite una
scuola o tramite un suo percorso individuale, riemerga all’essenza di sé per
scoprire la sua unione al tutto, facendo un cammino, dialetticamente
capovolto rispetto al
senso comune del modo ordinario di agire, a partire da se stesso, dall’interno
di un sistema espressivo che gli è dentro e che gli consentirà di rendergli
palese l’essenza che gli è propria.



La differenza sostanziale tra i comuni trattati di filosofia, di psicologia, di
teologia e Gurdjieff consiste nel fatto che in quest’ultimo nulla è teorico,
nulla è dogmatico, nulla è predefinito, l’invito non è a credere in un
“invisibile” ma in un “visibile”, il messaggio che egli trasmette è già
contenuto di ogni uomo, basta che ogni uomo decida di prendere consapevolezza
di ciò che egli stesso è.



Dove non c’è l’uomo nulla è, tantomeno la fede, perché quella che, in genere,
possediamo ci è stata semplicemente trasmessa, appiccicata addosso, sin dalle
età dell’innocenza dell’inconsapevolezza, non l’abbiamo cercata, non l’abbiamo
elaborata, dunque non ci appartiene, ci è estranea, non ci coincide, ci nega in
quanto esseri liberi, essa è uno dei tanti io, una delle tante influenze
acquisite dal mondo, che nascondono il nostro vero io, lo atrofizzano,
mimetizzando dell’essere la sua vera essenza. Una fede di cui l’uomo non è
consapevole non fa onore né a lui stesso né a Dio: Dio va cercato.





Le mappe, che seguono –
destinate a chi non ha la possibilità concreta di potere seguire una scuola -
tracciano le linee essenziali di un percorso di lavoro su di sé che ognuno può
applicare a se stesso seguendo i tempi e i modi del proprio stato di coscienza.
Ciascuna rappresenta un momento logico dell’intero itinerario ed è preparatoria
all’altra che segue. L’intento, puramente propedeutico, di approccio, è quello
di fornire, in maniera semplice, delle prime piste di meditazione, utili per
cominciare a riflettere sulla propria storia individuale per poterne
gradualmente individuare i nodi problematici che contribuiscono a rendere buio
e complesso, a volte, il proprio esistere













[1]
Frammenti di un insegnamento sconosciuto.











[2]
L’uomo nuovo. Interpretazione di alcune parabole e di
alcuni miracoli di Cristo.











[3]
Il divino sessuale.











[4]
P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento
sconosciuto, Editrice Astrolabio, Roma, p. 28.











[5] Op. cit., p. 56.











[6] Op. cit., p. 53.











[7] Op. cit., p. 53 segg.











[8] Op. cit., p. 57.











[9] Op. cit., p. 56.











[10]
Op. cit., pag. 28.











[11]
M. Nicoll, L’uomo nuovo. Interpretazione di alcune
parabole e di alcuni miracoli di Cristo, Libreria Editrice Psiche, Torino,
1989. p. 7.










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