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• Cultura : Il vero senso del dialogo in Cesare Pavese - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 21/10/2014 11:20:00 (251 letture)

dialogo 


IL VERO SENSO

DEL DIALOGO

IN CESARE PAVESE

di Antonio Pellegrino






"Orfeo: Io cercavo,
piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo. [...]
Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo. [...]".



In un dialogo l’elemento centrale è sempre la persona che, nel contempo, parla
e ascolta; l’altro, che è di fronte, è un veicolo per parlarsi e ascoltarsi; un
dialogo apre a tutta l’interiorità dell’individuo e lo pone a confronto con se
stesso. Il dialogo guida ognuno di noi verso la vera conoscenza che non è mai
sganciata dal “sapersi”, dall’essere consapevoli di essere. Anche il dialogo
con Dio
[1]
è, in effetti, un dialogo con se stessi, con la parte recondita, mimetizzata di
se stessi, la parte incontaminata di percezioni
storico-culturali-religiose-politiche e etiche di vario tipo. Dialogare con Dio
è mettersi a confronto con se stessi, con le proprie forze e debolezze, con le
proprie responsabilità e irresponsabilità: Dio è un fatto dell’uomo, quindi è
legato all’uomo, è nell’intimità dell’uomo. E’ l’uomo che, tramite le sue
azioni, manda a se stesso il meglio e il peggio, egli è il vero artefice del
suo destino, egli realizza il Dio che è in lui o lo abortisce o lo ignora o lo
attribuisce ad altri esseri, altri luoghi, altri miti.



Nei dialoghi con Leucò Pavese si mette alla ricerca non del mito, ma del mitico
che è nell’essere umano e compie il tentativo di metterlo in luce attraverso la
metafora dei due che parlano: ma “i due” altro non sono che le due componenti
dell’io, quello vero e quello falso. Il dialogo con se stessi ha il potere di
scoprire la maschera e rimuoverla, ha il potere di ricondurre l’uomo all’uomo,
di ridonargli il sapore del mito che in lui stesso alberga e dargli le ali per potere
volare nel mondo e oltre il mondo. Il dialogo dell’uomo con l’uomo è il viaggio
verso il centro dell’essere, è il cammino verso l’io
[2],
è la spinta verso il raggiungimento di quell’equilibrio interiore capace di
liberare la persona dal dominio o dalla schiavitù delle impressioni. Le
impressioni, a loro volta, sono quello di cui la storia, la cultura, i modelli
contaminano la purezza primitiva dell’essere umano, quella purezza in cui
risiede il centro, il luogo in cui è depositato il mito dell’uomo in attesa di
essere raggiunto
[3].
E’ rimanendo in se stessi che si riesce a rimanere estranei a quanto il mondo
produce su ciascuno in impressioni. L’impressione è la finta conoscenza che
occulta l’io e produce la maschera. L’uomo reale è l’uomo di dentro, tutto il
resto è finzione, è menzogna. Questo duplice senso o poter essere dell’uomo in
filosofia è sintetizzato nei due concetti estremi di “noumeno” e “fenomeno”. Il
noumeno è la conoscenza in sé, coincide con il concetto pure di sapere e di
essere; il fenomeno è quanto arriva all’uomo in percezioni di impressioni che
producono la “memoria” dell’essere storico, che non è la memoria dell’essere
psicologico tipico dell’individuo autenticamente libero. Il benessere
dell’uomo, nella sua vita storica, è raggiungibile solo nel recupero
[4]
della memoria di sé e della definizione di un suo coerente progetto di vita
nello stesso senso. Non si può essere due cose diverse nello stesso tempo o
mettere a tacere l’una o l’altra secondo i momenti e le circostanze. E’ l’unico
modo possibile per essere compatibili con sé e coerenti con gli altri. Altre
strade producono distorsione a ogni livello e malessere esistenziale di
dimensioni, spesso, laceranti.















[1]
Questo non ce lo hanno fatto mai capire veramente.











[2]
Come uso dire io.











[3]
Alcuni uomini lo hanno raggiunto, altri uomini,
pochi però, lo raggiungeranno certamente.











[4]
Complicatissimo se non impossibile.










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