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• Cultura : Il volo dell'usignolo verso Selene - di Antonio Pellegrino - novembre 2015
Inviato da Antonio Pellegrino il 23/5/2017 23:30:00 (823 letture)

 


Il volo dell'usignolo verso Selene



Tanto leggero è l’amico mio usignolo

che, di ritorno dai suoi errabondi voli,

plana sul nespolo e si accoccola su un fragile rametto

che, pur mosso dal vento, il suo peso non piega,

 con esso si dondola come su un’altalena

e, guardingo, osserva intorno, batte, a tratti, le ali

come per riprendere il volo, poi resta lì fermo

e, scrollando, ogni tanto, il manto di penne,

rotea il capo, annusa l’aria, come sospeso,

e, a mo’ di adusato asceta, pensa:




 


Pensa al tronchetto su cui poggia le zampette,

pensa al terreno che lo nutre e gli dà vita,

pensa alla corona di foglie che copre, ormai, il selciato,

pensa al viandante solitario che ne ferisce il petto,

pensa al nido che, un giorno, fu, tra questi stessi rami, suo,

pensa alla madre che lo imboccava di vermetti e mollichelle,

pensa ai suoi fratellini tutti, ancor nudi di penne,

pensa ai suoi antichi giochi e al primo incerto volo,

pensa ai sogni di gloria di quando era dentro al nido

e alle vie traverse del cielo percorse, diventato adulto,

pensa alle speranze nelle quali continua a sperare,

pensa ai confini più lontani dell’azzurro inesplorato,

pensa ad ambizioni forse ardite per le sue fragili ali,

pensa al suo canto che si rigenera ogni tanto

prima che, giunto il suo tempo, diventi rantolo.



Pensa e ripensa...,

tutto aggomitola nel suo cuore che non cede,

impavido, sfida le ali del tempo più robuste delle ali sue.



Poi volge verso di me lo sguardo serio,

fissa i suoi occhietti vivi negli occhi miei più spenti,

mi penetra la scorza dura del pensiero,

ne attraversa l’anima, e con dolcezza questo mi cinguetta:



«Coraggio, compagno dei miei giorni,

il vetro che ci divide non mi impedisce di vedere il tuo viso,

non ha il potere di nascondere a me i battiti del cuore tuo,

il mio udito aguzzo avverte perfino il tuo respiro,

abbiamo entrambi come appoggio la terra e come tetto il cielo,

siamo forme diverse della stessa alchemica materia,

diverso è il linguaggio nostro e ci rende stranieri,

ma io non rinuncio a imparare a capire le parole tue,

tu pure potresti essere più attento al canto mio,

Sai? Il mio canto parla come anche le tue parole fanno.

Aprimi l’anima tua, cercherò di capirti anche attraverso gesti,

dimmi delle tue gioie e dei tuoi tormenti,

dimmi, se ti è di conforto, dei tuoi progetti e delle tue attese,

docile, attento, sarò nell’ascolto, credimi, non temermi,

il mio becco non morde, i miei sentimenti non conoscono violenza,

le mie ali servono solo per librarmi nell’aria e esservi sospeso,

le mie piume hanno l'intento di coprirmi dal freddo e dalla pioggia.

io non ho casa, la mia casa sono la natura e le mie penne».



Ed io, come trasognato, al cospetto dell’eloquente uccello,

infranto, solo per un attimo, il velo della mia solitaria solitudine,

volto ossequioso a lui, così gli porgo il verbo mio:



«Usignolo, amico discreto del mio tempo e dei miei silenzi,

tu, forse, non sai come io ti spii attimo per attimo,

spettacolo unico dell’esistente sei, mi sei compagno spesso

nei momenti in cui null’altro c’è e il mondo intorno tace.

Lo so, hai un cuore più grande d’ogni altro cuore,

un cuore leggero, come tu stesso sei, libero e giullare;

anch’io amo i voli liberi e con te mi piace sognare,

in te io posso mettere a riposo la mia solitudine

che, al par del tuo, diventa a un tratto canto,

un canto fatto di parole còlte alla radice d’ogni evento,

lì dove il senso d’ogni cosa sorge,

lì dove il sangue scorre a rivoli

e dà il colore vermiglio dell’ anima alla vita».



E lui, come rassicurato, sempre a me rivolto:



«Siamo in ugual modo umani, dunque?

Non ha radice alcun pregiudizio tra di noi?

Si, non siamo stranieri, tantomeno estranei!

Simile impasto è la nostra origine e simile la fine,

siamo parte della stessa famiglia degli animali,

diversificati, ma non diversi, lo siamo solo per la specie,

il nostro vivere è nel pianeta mondo, figlio dell’universo,

e dal mondo, un dì, evaderemo verso le stelle,

i nostri linguaggi si comprendono,

tu mi hai compreso e lo stesso è stato per me,

i nostri cuori battono l’uno verso l’altro,

come per destino naturale, e mai cesseranno il loro moto.

Ti devo lasciare, ora, compagno prezioso, è tardi,

mi attende un acrobatico volo verso Selene,

al mio ritorno, se sarai paziente nell’indugiare là ove sei,

ti porterò in dono, rubato al fulgente astro, di luce un raggio».



E spicca il volo, con leggiadro battito di ali

e un armonioso canto a rendermi il saluto,

verso i rosacei colori dell’incipiente tramonto.



Antonio Pellegrino


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