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• Cultura : L'ESTETICA NEL PENSIERO FILOSOFICO - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 27/7/2015 20:40:00 (11539 letture)

 


L’ ESTETICA NEL PENSIERO FILOSOFICO

Dai presocratici all’età del romanticismo

(Saggio breve di Antonio Pellegrino - 2014 -)




Il concetto di forma è ciò che sottende alla vita di ogni uomo in ogni tempo. Egli, appena giunto nel mondo, ai primordi della vita sulla terra, vede, tramite i suoi occhi, forme e, di fronte ad alcune di queste, se non di fronte a tutte, prova profonda meraviglia, costata, intanto, che sono fuori di lui, che fuori di lui c’è un mondo di cose che non sono uguali a lui, che sono diverse, che perfino quelli simili a lui sono diversi da lui, hanno altre sembianze, altri atteggiamenti e movenze, può notare, al contrario, meno la sua stessa forma, che non può vedere, se non vedere a pezzi e intuire; egli della sua forma, dunque, si fa un’idea più precisa, meno sommatoria di segmenti, analizzando quella degli altri. Attraverso gli altri egli comincia a vedersi, come attraverso uno specchio; comincia a vedersi quando nota, per la prima volta, la sua ombra riflessa dalla luce su superfici che ha intorno, e, probabilmente, a primo acchito, ne prova terrore, ritenendola cosa altra da lui, un altro essere pericoloso e minaccioso. La forma è la parte estetica di ciò che ognuno è, ma essa nasconde altre forme invisibili a occhio nudo, capaci di dare colore, sapore, umore alla forma esterna: la forma della mente, la forma dello spirito, la forma dei sentimenti e delle emozioni, la forma dei sogni e delle speranze, dei dolori e delle delusioni, della meraviglia e della felicità. Analizzare il concetto di forma è davvero cosa complessa e per potere definire tale complessità una scienza da sola non basta, bisogna utilizzarle tutte in modo concomitante e intelligente, intercalante, a volte. L’estetica, lo studio della bellezza e del sublime che le cose nascondono o mostrano, di ciò che l’uomo coglie in sé, in altri o in altro, può essere considerata in tale senso una scienza multipla, ottenuta dalla somma di altre scienze, una scienza fascinosa e complessa capace di passare al microscopio l’intima natura di tutto quanto esiste.



L’estetica, intesa come trattazione di ciò che è bello,
in filosofia ha un’origine recente. Di essa, con la definizione con cui la si
identifica oggi, si hanno le prime tracce a partire dal secolo dell’illuminismo,
vale a dire dal secolo XVIII. Ciò non toglie che il concetto di bello, come
quello di rappresentazione artistica sia stato trascurato e, quindi, variamente
affrontato e discusso nel tempo, a partire dai primordi del pensiero logico.
Fatto sta che la bellezza è un evento, talmente insito nelle cose, in tutto
quanto esiste, che mai è apparsa essere estranea alla visione sia della mente
che dello spirito degli individui che hanno abitato e abitano questo globo di
vita, che è la terra, sospeso come per evento magico e per millenni inspiegato,
nello spazio dell’universo sconfinato. Parlare di bellezza è un po’ come
parlare di tutto: in ogni cosa del mondo animale, come di quello vegetale e
minerale, in ogni cosa che riguardi l’uomo e la sua personale esperienza di
vita, possono essere individuate tracce di quello che può essere definito
equilibrato, oppure armonioso, oppure talmente identico a se stesso da non
potere essere assomigliato a nessuna altra cosa, oppure sublime per tutto ciò
che trasmette in gioia del vedere e del godere. Bella può essere una persona, o
parti e aspetti della stessa, bello può essere un animale, come lo può essere
una montagna, un fiume o un mare, un cielo stellato, un albero o un’opera
compiuta dall’uomo, capace, come egli è, di cogliere nelle cose, in tutte le
cose, quello che di speciale, di straordinario, esse hanno il potere di
comunicare; bello può essere un sentimento, un’emozione, una percezione, un
pensiero, un sogno. L’estetica, dunque, altro non è che quella branca della
filosofia capace di cogliere e descrivere le motivazioni per cui ciò che viene
definito bello è tale, essa ha il potere di trasformare la bellezza in pensiero
logico e poi in parole e di guidare – chi filosofo, artista o poeta non è – a
cogliere ciò che, non a tutti appare immediatamente visibile, mimetizzandosi la
bellezza nel tutto, quasi a proteggere se stessa da contaminazioni sempre in
agguato. Sembrerebbe un paradosso, ma la bellezza vive nel nascondimento, non
si mostra e non si pavoneggia, attende silenziosa chi la cerca e la trova,
accoglie chi impara a distinguerla e ad amarla e in cambio gli dà la gioia
profonda del diretto contatto con il sublime, perché la bellezza, nella sua
assoluta unicità è il sublime. Vedremo nel prosieguo se questo sublime che è la
bellezza oltre che colto possa essere rappresentato, e se può essere colto e
rappresentato attraverso quali modi questo possa accadere.




Se i presocratici, all’origine del pensiero filosofico,
si fossero occupati del concetto di bellezza, sia pure non tradotto nella
parola moderna Estetica, è difficile dirlo, poiché di loro, purtroppo
conosciamo solo pochissimi frammenti della loro intera produzione, e quel poco
che sappiamo ci arriva per via indiretta, per voce di Socrate e di Platone che
di qualcuno fra loro avevano avuto conoscenza o informazioni più o meno
attendibili.













Attraverso Platone, ad esempio, e, dopo di lui,
attraverso suoi discepoli, veniamo a conoscenza del concetto di armonia che aveva elaborato Pitagora intorno al sec. VI a.C. A quest’ultimo, in effetti, è
possibile fare risalire le prime riflessioni che il pensiero filosofico compie
riferibili più direttamente al concetto di bellezza, di cui, poi, continuarono
a occuparsi i seguaci della scuola da lui fondata. La scoperta che una diversa
lunghezza delle corde le fa anche vibrare in maniera diversa, producendo così
una gradevolezza di suono, induce il pensiero del grande filosofo e matematico
alla concezione dell’armonia e associa quest’ultima al bello, che per lui
trovava corrispondenza nella pienezza dell’equilibrio degli elementi componenti
una cosa, il cui calcolo poteva essere ottenuto matematicamente, quindi in
maniera oggettiva, vale a dire indiscutibile, al di là di soggettive opinioni. La
simmetria, dunque, era individuabile e calcolabile nelle cose stesse. La
medesima considerazione può essere fatta per il cosmo o per particolari
elementi presenti nel cosmo.



Vero è che le prime riflessioni che la filosofia fa, più
miratamente riferibili al concetto di estetica, possono essere fatte risalire –
quando il periodo attribuibile al presocratici è, ormai, tramontato – a Democrito che ci ha lasciato tracce di suoi scritti nei quali si fa esplicito
riferimento a concetti quali ritmo, canto, poesia. Democrito, in effetti,
attribuisce a queste specifiche operazioni umane la natura di arte, connettendo
quest’ultima – precorrendo in qualche modo Aristotele –  ai concetti di natura e di mimesis, vale a
dire all’osservazione e all’imitazione della natura a opera dell’artista.



Nell’epoca del vigore dialettico dei sofisti, Gorgia, uno dei più noti fra di loro, traduce
la parola in maniera elevata tanto da fornirla del potere assoluto di potere
essa rappresentare il centro di ogni cosa, intanto egli esclude la possibilità
che possa esistere la bellezza intesa come valore oggettivo.



Per Socrate l’arte supera il
semplice valore di pura imitatrice della natura e le attribuisce il compito di
rivelatrice, di sintetizzatrice e di unificatrice degli aspetti migliori colti
dall’artista nella natura stessa.



Anche Platone,
già nei Dialoghi, prova a esporre, qualche concetto in materia di estetica, ma lo
fa in maniere un po’ contradditorie e non sempre assimilabili o conciliabili. Nell’Ippia
Maggiore, tuttavia, egli trova il
modo di assemblare meglio le sue idee espresse in precedenza fino a farle
apparire disposte in un corpo più sistematico, il cui centro è rappresentato dai
concetti di ordine e di armonia di
pitagorica memoria. La bellezza, più ancora che all’esperienza sensibile,
risulta collegabile, come la verità, d’altra parte, all’idea stessa della
bellezza: più l’artista si avvicina all’idea pura più bellezza coglie nel della
sua stessa arte, più egli si allontana dalla materia sensibile più cose riesce
a cogliere della forma di quanto esiste.
Cercare il bello, in  sostanza, per
Platone finisce per coincidere con la ricerca stessa del bene: bello e bene
trovano identificazione l’uno nell’altro e viceversa. Essendo, tuttavia, l’arte
imitazione di un’idea preesistente, vede l’arte come un ulteriore allontanamento
dalla natura stessa che è già, di per sé, una copia dell’idea: essa, dunque,
finisce per identificare se stessa in una copia della copia, essa, pertanto, risulta
essere negativa rispetto alla conoscenza del vero in quando ne falsifica le
forme ideali. La poesia è anch'essa
imitazione del poeta che, a sua volta imita gli dei.



Diversa appare la situazione in Aristotele, per quanto
riguarda il concetto di arte, rispetto alla visione già mostrata da Platone.
Per Aristotele, infatti, l’arte è esercitabile solo in presenza da parte
dell’artista dei requisiti basilari nella fattispecie di conoscenze adeguate,
di specifiche competenze e  di insopprimibili
abilità tecniche. L’artista è colui che è in grado di realizzare una perfetta
continuità fra la natura e l’oggetto artistico che della natura stessa è copia,
cioè mimesis. Ma il concetto di mimesis, posto dal grande filosofo, tuttavia,
sembra oggi contenere delle contraddizioni o, comunque, dei punti oscuri in
quanto l’arte non avrebbe una reale corrispondenza con la natura, non ne
sarebbe imitazione, ma individuazione nella stessa di aspetti specifici resisi evidenti
in maniera diversa rispetto alla diversità delle persone. Secondo questa
interpretazione, che qualcuno oggi prefigura, l’arte avrebbe il potere di
svelare all’artista ciò che non sempre la natura di sé mostra all’uomo comune,
l’artista, poi, ponendosi quasi come medium, mostra al visitatore ciò che egli
stesso ha avuto modo di vedere.



Pseudo-Longino, nel periodo compreso tra l’Ellenismo
e l’età romana (III sec. a.C. / VII sec. d.C.), nella sua opera "Sul
Sublime", mette al centro il tema della “grandezza”. Egli, mentre mostra
nostalgia profonda per il modo in cui si conduceva la vita nelle antiche Polis,
fa rivivere il potere della fantasia, che era sempre evidente e manifesta nell’età
classica. In Seneca, come anche nella
scuola stoica, il problema dell’estetica si concentra sul concetti di
simmetrica e di decorum.  Se si
escludono, poi, alcuni frammenti riscontrabili in Orazio e in Vitruvio, il periodo
post aristotelico rappresenta un momento di grande silenzio relativo al tema
dell’estetica.



Solamente con Plotino
fa capolino qualcosa di nuovo in proposito. Egli, in effetti, nelle
Enneadi, pone il tema del bello al centro del suo pensiero, affermando che la contemplazione
della bellezza trasmessa dai sensi ha il potere di guidare verso la purezza
metafisica dell'Uno, essendo la bellezza sensibile l’immagine riflessa
proveniente da una bellezza superiore a quella che nel mondo appare. La bellezza, dunque, più che a dati
matematici o geometrici, è collegabile a dati etici e conoscitivi individuabili
nell’Uno-Tutto, che egli pone a fondamento di tutto il suo sistema di pensiero.
Egli, dunque, negando la visione pitagorica, sembra sfiorare quella platonica.
L’arte sensibile, per concludere, è la scala che conduce alla bellezza
sovrasensibile, tramite essa l’uomo è in grado di entrare in contatto con la
bellezza ideale, di cui egli stesso è emanazione. L’idea di bellezza, in tal
senso, è racchiudibile nell’insieme armonico di tre movimenti essenziali: il
movimento dell’idea; il movimento dell’anima; il movimento della materia.



Nell’opera Corpus Dionysiacum Dionigi Aeropagita, intorno al I sec. d.C., fa coincidere il bello
più elevato con il concetto di bene – come già, in un certo senso, era stato
per Platone –  Egli ritiene che nel mondo
sensibile, o mondo reale e visibile, della bellezza reale, coincidente con la
visione di Dio, si possono notare solo tracce, rassomiglianze e indizi, l'arte,
quindi, può avere solo la funzione di imitatrice del mondo invisibile o del
mondo metafisico. Egli riesce in tal modo a sintetizzare classicità greca,
patristica e cristianesimo aprendo la strada al pensiero di S. Agostino.
Secondo quest’ultimo la bellezza non può essere concepita sul piano soggettivo,
collocando essa i suoi fondamenti nei concetti, tipicamente greci, di armonia e
di misura.



E’ nel corso del sec. XII che si va definendo una profonda
revisione critica rispetto ai giudizi espressi in precedenza relativamente ai
concetti di estetica e di bellezza, fino
a capovolgere di quest’ultima la visione trasmessa dalla più accreditata
tradizione.  La bellezza –  contraddicendo così la complessa visione del
Plotino – è visibile negli strati inferiori rispetto al divino. Due sono le bellezze
possibili, ma solo quella interiore, quando riesce a toccare le corde
dell’anima attraverso un cammino di conoscenza, riesce anche a riflettersi sui
corpi. Lo stesso tipo di manifestazione non sarebbe possibile per la bellezza
sensibile.



Che l’uomo sia da ritenere l’essere più perfetto
elaborato da quel grande architetto dell’intero universo che è il Creatore è un
pensiero scaturito dalla Scuola di
Chartres
. Ugo, invece, il
maggiore degli interpreti della Scuola di S. Vittore, preferisce pensare che la
bellezza mondana, pur conservando un proprio modo di essere libero e
indipendente, è solo una via capace di introdurre al modo della bellezza
superiore, quest’ultima, in particolare, avrebbe il merito di potere avvicinare
l’uomo a Dio tramite uno specifico cammino di conoscenza.



Nuove ipotesi sul concetto di estetica vengono elaborate
nel corso del secolo XIII dal Grossatesta
Egli ritorna, in un certo modo, al concetto pitagorico dell’armonia riscontrabile
fra le parti dell’oggetto o del soggetto guardato. Egli vede nella luce la cosa
più armonica fra le altre cose esistenti e visibili. L’intero universo, secondo
la sua concezione, è costruito sull’impianto strutturale della luce, e
quest’ultima è manifestazione diretta di Dio stesso, autore primo dell’universo
esistente.  



Un contemporaneo del Grossatesta, e francescano come lui,
Bonaventura da Bagnoregio, attribuisce
un ruolo fondamentale alla teologia, ritenendo la stessa il grado più elevato
della conoscenza, a lei, quindi, tutto deve essere riportato. Il suo pensiero
estetico è incardinato sul presupposto che il mondo è bello ma è pur sempre un
riflesso del mondo divino, e solamente in quest’ultimo il concetto di bellezza
allo stato puro va attinto.



I Domenicani, per parte loro, recuperano alcuni
concetti aristotelici, e ripongono in Dio la causa prima della bellezza che nel
mondo sensibile si manifesta attraverso lo splendore delle forme o della forma.
Tommaso d’Aquino pone come base di
tutta l’analisi l’equilibrio assoluto tra fede e ragione. Secondo il grande
pensatore il bene e il bello sarebbero di per sé indistinti, quasi unica cosa,
a scinderli, fino a poterli definire nell’in sé di ciascuno, è compito della
ragione, a cui è possibile cogliere il bello insito o connaturato alle cose. Il
bene si riferisce alla causa finale ( per soddisfare il desiderio di bene è
necessario possedere il bene stesso); il bello, diversamente dal bene, è legato
alla facoltà conoscitiva, può essere, dunque, attinto anche attraverso le
immagini purché esse manifestino la proporzione dei rapporti esistenti tra fede
e ragione.



Dopo le varie disquisizioni, più di carattere teologico,
sul concetto di bellezza, combattute fra francescani e domenicani, si giunge all’epoca
fatidica dell’Umanesimo e del rinascimento
Il secolo XVI è il grande crocevia del tempo, è l’incrocio di tutte le
tendenze, è il laboratorio dove tutto viene rimescolato e ridefinito alla luce
dell’uomo nuovo, è la grande epoca nella quale l’arte si misura con se stessa e
si confronta quanto mai con il concetto di bellezza. E’ questa l’epoca in cui
si comincia a imprimere un rinnovato vigore al rapporto con le idee filosofiche
e, sia pure lentamente, crescono le tecniche figurative e rappresentative. Gli
elementi ispiratori degli artisti sono il rapporto uomo-natura,
esperienza-ragione, sacro-mondano. Piero
della Francesca
crea la prospettiva, il corpo umano diventa l’elemento
fondamentale per definire le proporzioni nei diversi campi: architettura,
scultura e pittura. Leon Battista
Alberti
attinge a elementi neoplatonici dando poi materia al suo concetto
di bellezza.



A partire dal settecento il concetto di bellezza comincia
a rivestirsi dei colori tipici della contemporaneità e compare, per la prima
volta, il nome Estetica, che, da questo momento finisce per diventare la
definizione di una vera e propria scienza della conoscenza, come appare con
evidenza in Baumgarten. E’
quest’ultimo, in effetti, che intorno alla metà del secolo XVIII crea il nome
destinato a durare fino a oggi. Egli affida la nobiltà di scienza vera e
propria all’estetica e le attribuisce il difficilissimo compito di osservare i
momenti della conoscenza sensibile capaci di produrre la visione della perfezione.
Insomma, secondo lui, attraverso il conoscere, i sensi possono tendere al bello
e toccare con mano quanto si veste di sublime. Egli compie il tentativo di scoprire l’accordo esistente tra
pensieri unificati in una cosa che si vede, l’ordine interno della cosa stessa,
la continuità di senso tra pensiero e cosa.



Winckelmann conduce, poi, all’estrema esaltazione
l’epoca classica dell’arte greca, che per lui rappresenta il momento di più
alta sintesi tra la natura e la sua rappresentazione. Per imitare la natura
basta imitare i canoni dell’arte greca che meglio di qualunque arte successiva
ne ha evidenziato sia l’ordine interno che esterno. Nasce e cresce attraverso
di lui la cultura del neoclassicismo, che vede elevare l’arte greca nel punto
culminante del concetto stesso di estetica. Nell’arte classica la presenza
della diversità di forme non impedisce in nessun modo la visione di una forma
perfetta, capace di definire la natura dell’oggettività rispetto a tutte le
altre.



Lessing, per parte sua, fa da muro di
separazione rispetto alla visione di Winckelmann. Infatti, egli nega la
presunta inferiorità della poesia rispetto alle arti plastiche, queste ultime rappresentavano
il grande pregio ma anche il grande limite della concezione dell’arte classica,
in quanto essa ad esse si fermava, il mondo contemporaneo, invece, è in grado
di andare oltre tale limite e di esplorare altre forme dell’esperienza
sensibile ed estetica.



Il francese Crousaz,
prova a distinguere fra bello e bellezza e finisce per negarne l’affinità. Egli
ritiene che il concetto di oggettività è contenibile solo nella prima delle due
affermazioni, avendo i caratteri della soggettività la seconda.



Du Bos, intanto, mette in risalto il contrasto fra ragione e sentimento
nell’analisi estetica, in quanto la prima impedirebbe al secondo di potersi
esprimere nella sua vera natura. Egli recupera, dunque, il valore dei sensi
rispetto alla ragione nella rappresentazione artistica ed estetica. In sintesi
egli ritiene che il sentimento sia alla base
della produzione della bellezza sia nell'arte che nella poesia, negando,
quindi, l’importanza delle regole e degli schemi accademici.



Diderot sposta parecchio i cardini della sua
visione dell’estetica rispetto ai suoi predecessori e contemporanei,
affidandone la natura alla produzione di simboli rappresentativi della realtà,
inducendo quasi a pensare a uno specifico linguaggio rappresentativo di forme
attraverso segni, veri e propri geroglifici.



In Inghilterra, all’interno del partito dei moderni, Cooper evita di vedere nel morale una
via verso il bello, essendo questo già contenuto nel bello stesso, i due
concetti, secondo lui, risultano già conciliati tra di loro senza altre
artefazioni o congetture. Egli ritiene che l’arte è pura armonia, capace, a sua
volta, di contemplare l’armonia universale E’ per questo che egli affida all’artista
il compito grande di essere egli il continuatore della creazione iniziata un
giorno da Dio.



Per Addison la
capacità immaginativa è quella che meglio può fare da elemento di mediazione
fra la sensibilità e l’intelletto. Si deduce che il sentimento del piacere,
lungi dall’essere un sintomo di confusione dello spirito, è un modo di
esprimere il sentimento del gusto. Egli, poi, colloca in due diverse categorie
di qualità i piaceri primari e i piaceri secondari: i primi sono legati
direttamente alla visione di ciò che è grande e di ciò che è bello in linea di
assoluta continuità con la natura, senza
alcuna forma o mezzo di intermediazione tra il piacere suscitato e la
natura suscitatrice; i secondi sono indiretti,
sono filtrati, sono intermediati dall’arte, quindi sono privi di una linea di
continuità con la natura, di quest’ultima, quindi, essi risultano essere una
semplice imitazione.



G.B. Vico lega la logica dell’estetica alla
poetica, che, a sua volta, risulta collegata intimamente alla storia degli
eventi nella loro articolata evoluzione che ruoterebbe attraverso tre momenti
fondativi: i primi due scaturirebbero dalla logica poetica stessa. Il recupero
della visione dell’uomo avviene tramite il recupero di quei primissimi momenti
in cui l’uomo stesso appariva intimamente legato al mondo che lo circondava. In
sintesi, secondo Vico, solo attraverso la logica poetica si può avere accesso
alla vera conoscenza.



Ma il primo grande teorico dell’estetica, colui che in sé
raccoglie tutti i pensieri precedenti, specie quelli del ‘700, e li articola in
una complessa visione, è E. Kant. Egli
è colui che apre i nuovi orizzonti che sfociano poi nell’estetica
contemporanea.  Kant elabora una poderosa sintesi delle idee, aprendo una grande
strada, sulle nuove prospettive in materia, sull’età contemporanea. E’ nella
Critica del Giudizio che Kant comincia a cimentarsi in pienezza con il termine
"estetica", è in questo ambito che egli approda alla visione di una natura intesa come libera finalità,
mettendo in relazione la conoscenza scientifica dei fenomeni (giudizio
determinante) con la ragione pratica (giudizio morale), passando attraverso il
giudizio riflettente. Quest’ultimo,
a sua volta, rivela se stesso attraverso due forme trascendentali che danno
luogo rispettivamente al sentimento che si sviluppa alla visione del libero avvicendarsi
della natura (giudizio teleologico), e la sensazione profonda di piacere o
dispiacere che la natura riesce a suscitare su chi la osserva (giudizio
estetico). Il giudizio secondo il
gusto nei confronti di quanto appare bello è da ritenere libero, svincolato da
regole, quindi di carattere puramente soggettivo. Si hanno, poi, almeno due aspetti della bellezza, quella libera
coincide con l’espressione di un giudizio estetico puro; quella aderente
coincide con l’idea del piacere connaturata con un'idea di scopo. Nel secondo
dei due casi si realizza una coincidenza assoluta tra le due forme del
giudizio, quello teleologico e quello estetico. Secondo il grande filosofo, inoltre, il concetto di sublime
coincide con il sentimento dell’infinitamente grande capace di mettere di
fronte a un sentimento misto di dispiacere del non riuscire a contenere in noi
l’infinitamente grande, ma anche del piacere di sapere la nostra destinazione
verso il sovrasensibile. A definire
le regole dell’arte è il genio, vale a dire un essere umano fornito dalla
natura di un particolare talento interpretativo dell’esistente, del quale è in
grado di mettere in evidenza le idee estetiche. L’arte, insomma, secondo Kant,
coincide con la capacità di assimilazione della natura, in modo tale che
l’opera dell’uomo possa apparire come opera della natura medesima, grazie ad
una operazione di prospettiva contemplativa. 



Lo stesso Goethe,
relativamente all’arte ha scritto parecchio, senza riuscire, tuttavia, a
concludere il suo pensiero sull’estetica in una visione sistematica. Evidente,
però, appare il suo insistente fare coincidere l’attività poetica con la vita
stessa, che egli vede come l’insieme inscindibile di forma e movimento, e la
natura, inquadrati in una visione totalizzante, contenente l’unità del tutto,
coincidente con la conoscenza stessa. Dal
tutto si può evincere, o perlomeno dedurre, che l’attività dell’artista trova
la sua stretta relazione con l’attività del conoscere, che mentre afferma
l’esistenza di un mondo oltre il sé, lo mette, nel contempo, in relazione con
lo stesso sé. L'arte, mentre non
imita la natura si pone essa stessa come altra natura fornita dei caratteri più misteriosi ancora della natura che essa
indaga per conoscere e rappresentare tramite un linguaggio simbolico capace di
sintetizzare il particolare nell’universale.



Schiller, per alcuni aspetti, trova qualche
coincidenza con il concetto di forma già espresso da Goethe che già si muoveva
a mezzo tra il concetto puramente illuministico e quello romantico, apparendo
quest’ultimo meno irrigidito dalle regole precise della ragione. Attraverso lui
si va definendo un superamento della realtà visibile senza sfociare, tuttavia,
verso visioni del tutto indefinibili e imprecisabili, egli, in effetti, compie
il tentativo dell’incontro con l’ideale, riscontrando tale modo del concepire
l’arte nella rappresentazione tragica nella quale la morale meglio riesce a
trovare la sua elevazione dalle semplici leggi naturali.



Un grande elemento di rottura rispetto alla visione del
concetto di estetica si ha con il nascere del romanticismo tedesco, tutto
fondato sull’esaltazione del sentimento e della libertà, capace di
rappresentare il fondamento della capacità creativa dell’artista, al punto tale
che egli ha il potere di tradurre perfino il sogno in realtà e farlo
corrispondere con i canoni della verità. Lo spirito libero si va così
sostituendo alla costrizione delle regole donando sviluppo e vigore a una più
moderna concezione del bello. La modernità
dell’arte romantica consiste nel fatto che essa deve essere in grado di
rappresentare il proprio tempo e sapervisi riconoscere. L’autore è in effetti
parte egli stesso dell’organizzazione sociale in cui si ritrova a vivere. Contraddicendo
i canoni e i fini dell’arte classica, l’artista si attribuisce un compito
morale, evitando, al contrario, di limitarsi a rappresentare il bello per il
bello, mirando, invece, al vero, a ciò che la storia stessa gli detta, giorno
per giorno, nel suo divenire. 

Il principio del vero, nel campo più
specificamente letterario, trova la sua coincidenza nella corrente più
prettamente lirica, più soggettiva, più interiore, e in quella realistica, di
carattere, invece, oggettivo, più rivolto al sociale nelle sue diverse forme di
espressione. Il concetto dell’arte romantica contraddice che essa possa essere
solo la pura e semplice espressione del genio. Vengono fuori così, attraverso
le opere, le contraddizioni del tempo, le tensioni sia dell’anima che del
corpo, al di là, dunque, di una semplice imitazione del bello contenuto in
natura, considerato immutabile nel tempo, privo di divenire, quindi privo di
vita. Si evince dall’insieme che l’arte romantica, negatrice di quanto del
passato aveva rappresentato l’arte neoclassica,  si distanzia, fino a negarne i presupposti,
sia dalla statica concezione del verosimile che del bello ideale, immutabile in
sé, quindi privo di anima vivente dell’artista che vede e interpreta un mondo
delle cose che muta ogni volta davanti ai suoi stessi occhi. Anche le realtà
umili finiscono per fare il loro ingresso nella rappresentazione artistica, a
farla da protagonisti non sono più solamente dei ed eroi, ne scaturisce quindi
una poetica del dire e del descrivere del tutto nuova, rivoluzionaria sotto
molti aspetti, capace di aprire definitivamente le porte a un popolo in cammino
e ai modi e alle forme dell’arte contemporanea. 



In conclusione, i potenziali
lettori di questo brevissimo saggio mi consentano l’azzardo di esprimere una
mia personale teoria sul concetto di bellezza o di bello, dopo le tante già
suggerite dalla storia ultramillenaria del pensiero umano: chi non si vede non
vede,  l’estremo livello della bellezza,
il suo grado più in alto è nella capacità di “vedersi”. Anche Dante Alighieri
ebbe la visione dell’estremo bagliore di Dio, quando finalmente “si vide” e
quel bagliore vide riflesso in se stesso. La bellezza, nelle sue forme e nei
sentimenti che essa è capace di indurre allo spirito umano, si manifesta in
maniera, direi automatica, negli spiriti liberi, in coloro che, avendo la
visione intera di sé, hanno il potere e il privilegio, non a tutti consentito,
di vedere e vedere oltre le cose, di vedere dentro alle cose e coglierne l’anima
recondita, fosse pure l’anima di una singola, foglia, sublime nella sua
fragilità, colpita dal sibilo arrogante di un impetuoso vento d’autunno.




(di Antonio Pellegrino)



 





 




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