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• Cultura : POLIS E CITTA' - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 21/7/2015 16:30:00 (910 letture)

 


POLIS E CITTA’



(Saggio breve di Antonio Pellegrino )



Premessa



In un tempo, come quello attuale, in cui tutto è in crisi, la città come l’economia, la politica come i valori fondativi della vita civile, la famiglia stessa che sembra sempre di più disarticolarsi nei suoi ruoli e nelle sue funzioni, spontaneo mi sorge il bisogno di ritornare alle origini storiche dell’organizzazione della vita sociale e, con essa, la democrazia, la possibilità cioè di affidare al popolo stesso la responsabilità di se stesso. L’intendimento è di indurre di nuovo alla riflessione su quello che è stato e su quello che è, su quanto sia possibile ancora il recupero dell’autenticità di un tempo e il ripristino di alcuni valori perduti, ritenuti, a ben rifletterci, irrinunciabili.






La parola greca Polis fa nascere dal suo interno il termine politica , mentre città deriva dal latino civitas  dalla cui radice viene fuori anche civiltà. Quindi i concetti di politica, città e civiltà sono strettamente legati fra loro e reciprocamente si completano: città = organizzazione = convivenza civile = politica = scienza dell’organizzazione civile.

Già Aristotele, nel IV secolo, definiva la città come un evento naturale e le sue origini più lontane erano la famiglia (unione uomo, donna, figli, servi) e il villaggio (aggregazione di varie famiglie). Sempre Aristotele affermava che chi non è adatto a partecipare alla città, o non ne sente il bisogno, non può definirsi un uomo.

La città, in quanto tale, prevede al suo interno una organizzazione complessa, che mira, nell’insieme, al raggiungimento dell’equilibrio sociale e della convivenza civile (territorio, risorse, urbanistica, popolazione, economia, leggi, ecc.). Se guardiamo all’oggi, al mondo nel quale viviamo, se guardiamo alle piccole o grandi città, di cui siamo parte, ci accorgiamo che le fondamentali categorie, intorno a cui queste ruotano, non sono cambiate se non nei loro specifici contenuti. Esiste, quindi, una continuità inevitabile di sviluppo che dalla Polis conduce prima alla città medievale, nelle sue diverse epoche e risvolti, poi a quella attuale. Motivo costante della formazione delle città è, infatti, la tendenza dell’uomo a vivere in gruppi organizzati sempre più numerosi e complessi dove egli possa trovare giovamento alla propria vita economica tramite l’ausilio delle strutture industriali, commerciali, professionali, sociali in genere. Sono queste le spinte fondamentali che inducono all’abbandono delle campagne, della montagna, dei piccoli villaggi.

Oggi, nell’epoca ricca e complessa, nella quale noi viviamo, è diventato, quanto mai, urgente risolvere il problema dell’urbanesimo, che sembra vivere delle controtendenze rispetto alle sue più lontane origini: le città sono diventate sovraffollate, congestionate dal traffico e dall’inquinamento, soffocate fino all’inverosimile dai rifiuti, diventati ingestibili, aumentano i costi delle case e dei terreni, crescono le speculazioni, la corruzione e le collusioni a ogni livello.

Proviamo, ora, a riflettere, come attraverso uno specchio del tempo, queste tematiche dell’oggi  alla luce del passato più antico e più recente per evidenziare le eventuali linee di continuità e di frattura relativamente all’organizzazione politica, economica, culturale e sociale della Polis.



La Polis antica



Dopo la grave crisi socio-culturale, politica ed economica della città, dovuta alla caduta della civiltà micenea (sec. XI a.C.), l’urbanesimo trova un suo nuovo periodo di fioritura nella Ionia, grande centro di scambi commerciali e culturali. Qui va sorgendo la Polis nel periodo compreso fra l’VI e il VI secolo a.C.

La scoperta e l’uso del linguaggio alfabetico e la conseguente espansione della divulgazione culturale e filosofica sono forse alla base della nascita della Polis e dei politici, come i suoi abitanti vengono definiti. Essa sorge dentro una imponente cinta muraria, che, mentre definisce lo spazio urbano, lo separa nettamente, sia sul piano fisico che concettuale e culturale, dalla campagna, intesa come natura. L’Acropoli, che è la parte alta della Polis, rappresenta la sede sia dell’istituzione religiosa che di quelle politica e militare. L’Agorà è la Piazza, è il luogo degli scambi commerciali e culturali, è il luogo dell’Assemblea dei cittadini. All’origine della Polis, l’aristocrazia, discendenza delle antiche famiglie micenee, detiene il potere sia politico che economico e tende alla conservazione delle tradizioni. Il demos, cioè il popolo, formato da proprietari terrieri, artigiani, commercianti e marinai, rappresenta la classe produttrice, ma anche dinamica e progressista. Esclusi dai diritti politici fondamentali sono gli stranieri, gli schiavi e le donne. Le continue tensioni, alimentate dai reciproci interessi,, fra l’aristocrazia e il demos dà luogo, nel tempo, a evoluzioni politiche nelle singole Polis o verso la monarchia o verso la democrazia e addirittura verso gli Stati degenerativi di queste e cioè l’oligarchia, la tirannide, la demagogia. Insomma, la Grecia diventa un vero e proprio laboratorio di politica dell’antichità. A mano a mano che viene prendendo corpo il concetto di legge, intesa quest’ultima al regolamento artificiale della convivenza fra i cittadini, la Polis opera il suo distanziamento, la sua frattura organica, rispetto alla campagna, intesa come spazio naturale dove le norme sono stabilite dalla natura stessa e non dagli uomini (concezione mitopoietica. Questo dualismo, anche culturale, tra città e campagna, tra ciò che è artificiale e ciò che è naturale, porterà alla rottura rispetto alla religiosità tradizionale, caratterizzata, in maniera prevalente, dal mito. Nasce da qui, intorno al I secolo a. C., soprattutto nella città di Mileto, crocevia di mille interessi commerciali e di scambi culturali fra l’oriente e l’occidente, la riflessione sulla natura, grazie a quelli che noi possiamo considerare i padri del pensiero filosofico.: Talete, Anassimandro e Anassimene, che pongono, rispettivamente, nell’acqua, nell’apeiron, nell’aria, il principio di tutte le cose. I loro successori, all’interno della complessità del loro pensiero, trovavano il modo di animare anche il dibattito sulla politica e, quindi, sul senso della legge e dello Stato: i sofisti elaborano il concetto di partecipazione e di democrazia diretta; Socrate elabora il concetto di virtù e fa pensare a uno Stato etico; Platone costruisce la sua teoria dello Stato ideale o Stato ottimo, che affida alla responsabilità dei filosofi; Aristotele, per parte sua, vede nella Costituzione (procedimento induttivo) l’atto concreto che può dare risposta ai bisogni reali degli uomini e dei popoli. Nulla togliendo alle altre Polis greche, momenti di massimo splendore finiscono per raggiungere Atene, dopo le guerre persiane (Lega di Delo, Età di Pericle), e Sparta durante e dopo la guerra del Peloponneso, quando riesce, finalmente, a stabilire la sua egemonia su Atene. Le due grandi Polis riflettono emblematicamente nella loro rivalità militare le loro diverse impostazioni politiche culturali e sociali: Atene democratica, Sparta autoritaria e fondata sul potere dell’aristocrazia guerriera, produttrice di una forma di governo definito oligarchia. Con l’affermarsi, poi, delle grandi monarchie ellenistiche, la Città-Stato declina e perde l’importanza politica, essendo venuti a mancare quelli che erano stati i suoi punti di fondazione: l’autonomia, intesa come libertà da altri Stati; l’autarchia, cioè l’autosufficienza economica; il nomos, cioè l’elemento fondamentale di coesione civile e culturale.



La città medievale



A partire dal secolo XI d.C., dopo la frammentazione territoriale dovuta ai feudi, dopo la stabilizzazione degli ultimi popoli migratori (Vichinghi, Ungari, ecc., concomitantemente a una intensa ripresa della produttività agricola e all’estendersi dei commerci esterni, anche grazie alle città marinare, si va realizzando una forte esplosione demografica, che finirà per il dare luogo alla nascita o espansione dei centri urbani e delle relative attività industriali, nella fattispecie di botteghe artigianali. La città medievale, come la Polis greca, è dotata di mura imponenti, è, quasi sempre, di piccole dimensioni, non superiore ai diecimila abitanti, si regge sull’autonomia politica, rappresentata dall’autorità pubblica e dalle tasse, cioè da forme di autofinanziamento: tutto è funzionale al nuovo ordine economico, ai nuovi interessi pubblici e privati, insomma si punta sull’efficienza delle opere pubbliche, sui servizi sociali e sulla difesa militare.

La città medievale ha una forma radiale (al contrario della città romana che era quadrata), gli spazi sono divisi nel rispetto dei diritti individuali sia di carattere fisico che giuridico, convivono, pertanto, in perfetto equilibrio fra di loro la cattedrale e il palazzo vescovile, il palazzo comunale, le sedi delle corporazioni e delle confraternite, e conventi e le strade, che rappresentano i punti di svincolo e di raccordo fra i diversi contesti urbanistici previsti dal piano regolatore.

Nasce proprio in questo ambito una nuova classe sociale, la borghesia, legata soprattutto alla ricchezza prodotta dall’industria manifatturiera. Essa è la base di forti incrementi commerciali, che danno luogo alla nascita di corporazioni nel campo delle arti e di Confraternite nel campo del commercio. Queste ultime, tramite statuti propri, tendono a proteggere gli interessi di categoria, regolamentando orari di lavoro, orari di riposo, salario, prezzi, qualità e quantità delle merci. Le botteghe stesse, luogo della produzione manifatturiera, nascono sulla base di rapporti giuridici interni molto precisi e intesi all’efficienza: il maestro (in genere il proprietario stesso), il collaboratore, gli apprendisti, gli operai salariati. L’intensa produttività dà luogo all’espandersi dei commerci, alla organizzazione di fiere, all’uso della moneta, come valore di scambio, alle banche, che, tramite sistemi di finanziamento, danno un ulteriore incoraggiamento all’impresa e al commercio. Gli scambi commerciali, in effetti, si fanno intensissimi anche tra campagna e città, al punto che sono molti a ritenere che è la campagna a creare la città e non viceversa, e che quest’ultima stia a rappresentare simbolica, al contrario della prima che è, di per se stessa, lo strumento della produttività e della concretezza (vedi Simmel). I mercanti rappresentano certamente l’elemento più vivace, dinamico e funzionale della città. Si è molto discusso sulla loro classe sociale di provenienza, ma l’opinione più certa è che questa casta sia provenuta, nel temo, da pellegrini, avventurieri, giramondo, gente abituata al sacrificio, ad affrontare i duri problemi della vita, a realizzare imprese altamente rischiose, come anche l’attività commerciale richiede. Nel tempo, e secondo le nuove esigenze, le città vengono assumendo un ruolo di centri specializzati in particolari attività e si collegano commercialmente ad altre città periferiche, quasi come in una struttura di funzionalità polivalenti (vedi A. Turrain).

Sul piano prettamente politico vanno nascendo i governi autonomi, detti Comuni, che rivendicano le libertà necessarie rispetto ai vecchi e logori poteri e vincoli feudali ed ecclesiastici, nonché l’esigenza di eleggere i propri governanti, di amministrare la giustizia, di battere moneta, di riscuotere tributi, di armare un proprio esercito. Emergono così figure politiche come i consoli, i podestà, e parole come consiglio, governo, ecc.

Questa intensa attività di cambiamenti radicali, dovuti, per la maggior parte, alla forte intensità degli scambi, riguarda l’intero territorio europeo e incrementa le attività culturali, i dibattiti filosofici e teologici, sorgono, quindi, le prime università, che diventano veri e propri cenacoli della cultura. Nel campo filosofico vengono ripresi, ridiscussi e riadattati alle nuove esigenze, i concetti basilari del pensiero platonico e aristotelico, che diventano il fondamento su cui si viene ad articolare l’intenso dibattito sul rapporto tra filosofia e fede, e sulle rispettive potenzialità conoscitive.



Conclusione



Il tempo non nasconde mai se stesso, ciò che di volta in volta crea, di volta in volta ritorna in forme mutate: nella organizzazione politica, economica e sociale, oltre che culturale, si rivedono tracce dell’antica polis greca, ma anche elementi di concretezza e di saggezza politica dell’antica civiltà romana, riadattata quest’ultima dalla macro visione imperiale alla micro ma pregevole visione di elementi singolari quali i liberi comuni. L’età di mezzo, quella feudale, caratterizzata dalla crisi delle città e dall’anarchia dei poteri era finita anche se la sua testimonianza sarebbe per sempre rimasta scritta nella storia con tutti i suoi lati oscuri ma anche con tutte le sue pregevolezze.



Bibliografia



- S. Veca, Corso di filosofia, Bompiani, vol. I.

- Aristotele, La politica, Sei, 1968.

- G. De Rosa, L’oriente, la Grecia e Roma, Minerva italica, vol. I.

- Morghen, L’età medievale, Palumbo, vol. I.

- G. De Rosa, Dall’impero romano al comune medievale, Minerva italica, vol. II.

- G. Glòotz, La città greca, Il Saggiatore, Milano 1969.

- R.S. Lopez, La rivoluzione commerciale del medioevo, Einaudi, 1975.

- G. Simmel, Die Großstädte und das Geistesleben, Dresden: Petermann, 1903 (La metropoli e la vita dello spirito).

- G. Simmel, Philosophie des Geldes, Leipzig: Duncker & Humblot, 1900, 2ª ediz. 1907 (La filosofia del denaro).






(di Antonio Pellegrino)


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