Login

Nome utente:

Password:


Password persa?

Foto dall'Album

Il libro
Minturno - Verso il promontorio di Monte Orlando

Social Network

Il mio Canale

Il mio Profilo 

Seguimi su FACEBOOK

Cerca nel Sito

Contatore visite

• Cultura : IL CIRCOLO C.R.A.C. - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 8/7/2015 7:30:00 (1027 letture)


IL CIRCOLO C.R.A.C. 






Avevo diciannove anni, ormai, non mi sembrava possibile che fosse già corsa tanta acqua sotto i ponti dal giorno in cui ero venuto al mondo, tutto era avvenuto in maniera velocissima, quasi impercettibile, il tempo aveva già consumato della mia vita gli anni, per tanti aspetti mitici, dell’infanzia e della fanciullezza, si stavano concludendo con un misto di brivido e di nostalgia quelli dell’adolescenza che aprivano le porte della prima giovinezza e del cammino verso le responsabilità tipiche della persona adulta.




Gli anni già trascorsi, affidati, ormai,
allo scrigno prezioso dei ricordi, in cui tutto quanto era stato era
ordinatamente contenuto, erano stati vissuti negli ambienti rassicuranti della
famiglia, della scuola e della parrocchia, nei tre micro-mondi, che erano
sembrati essere, fino a quel momento, gli unici possibili, quelli in cui tutto
era stato partorito, quelli in cui tutto si era evoluto nel modo in cui aveva
potuto evolversi, e che avevano tra di loro logiche articolazioni, intrecci sistematici,
ramificazioni di epoche sovrapposte l’una all’altra, passaggi automatici,
dovuti alla cultura e ai modelli di vita correnti dai quali non si poteva, in
alcun modo, transigere. E, in effetti, nulla di quanto era già accaduto aveva
mai oltrepassato i confini del previsto, nessuna irriverenza alle regole civili
ed etico-religiose si era mai, neppure lontanamente, potuto ipotizzare, tutto
era stato ritmato dal culto profondo della riverenza obbligatoria per le
tradizioni, tutto era avvenuto in maniera prestampata, all’interno di uno
schema fisso che dava luogo a risultati scontati rispetto al proprio modo di
dovere essere, di dovere agire, di potere crescere, di potere ipotizzare e
immaginare presente e futuro. In tale modo nessuna sorpresa era apparsa mai
possibile, se non quelle legate alle piccole e comuni gioie quotidiane, come,
per esempio, l’arrivo in casa di un cuccioletto di cane o di gatto, di un
passerotto in gabbia o di un pesciolino rosso imprigionato in una ciotola di
acqua, alimentata, con cura e passione, da mollichelle di pane in alcuni
momenti del giorno, o di un parente arrivato, inatteso, da lontano. Se momenti
di sensazioni di anarchia, di libertà creativa, di fuori dallo schema, erano
apparsi di qua e di là, essi erano stati dovuti ai frammenti di vita vissuti
nella strada, nella piazza, nei vicoli del paese, al fiume, a volte, ma… sempre
di nascosto dai parenti. Anche tali magiche frazioni di esistenza, o parvenza
di liberi respiri, in effetti, erano riportabili a quei tre mondi canonici
erano inscindibilmente collegate e che, in qualche occulto modo, ne derivavano.
Insomma, la routine era stata, la croce e la delizia del modo normale di
vivere, del modo standard, del modello preconfezionato, tagliato, imbastito e
cucito su misura: le esistenze di ciascuno erano sembrate assomigliarsi, quasi
come matrioske, come se si fosse stati tutti in un’unica persona, cloni,
armonicamente riusciti, l’uno dell’altro. Insomma, in Amorosi, il loro piccolo
paese, lontano dai grandi movimenti, tutto sembrava essere tranquillo, ma tutto
covava sotto la cenere, c’erano gli spiriti di alcuni fra i più giovani che non
erano affatto entusiasti di quella piattezza, di quel modo di poter spendere la
vita quotidiana.



Era l’anno 1967, l’anno di inizio dei miei studi universitari, l’anno in cui
facevo il mio incontro con il mondo accademico, ricco del suo fascino ma anche
della sua diversità, rispetto agli ordini di scuola precedenti, della sua
complessità, l’anno dell’inizio di una libertà mai sperimentata prima. Nelle
sedi universitarie italiane, sollecitate da quelle americane e francesi, già si
respirava aria di insofferenza allo status quo, ed era un’aria di agitazione
vera e propria, si cominciava a fare strada la profezia della liberazione da un
vecchio modo di essere del mondo che, di lì a poco, avrebbe raggiunto tutto e
tutti, incendiando le piazze di concetti sulla vita, che, al momento,
apparivano radicali e dissacranti. Le generazioni si spaccarono fra di loro
fino a far scoppiare un immane conflitto, latente da tempo, fra padri e figli,
mentre si inneggiava alla morte del padre, intesa come emblema dello
svecchiamento culturale: per la prima volta mi allontanavo dal Sannio per
raggiungere siti geografici, sociali e culturali più lontani. Il mondo universitario
era un mondo articolatissimo e variegato, un mondo attraverso il quale avrebbe
avuto la possibilità di incontro con persone di provenienza diversissima dalla
mia, con professori e con studi che, per la prima volta, lo avrebbero
avvicinato al vedere di un modo della cultura più credibile, visto che, fino ad
allora, mi era apparsa statica, noiosa, ripetitiva, accucciata in ingiallite
pagine di libri, scritta e raccontata nelle sue estreme sintesi, nozionismo
assoluto, un modo del conoscere che tanto da fuori versava dentro, e tanto da
dentro toglieva: mi toglieva il mio stesso respiro, mi toglieva il mio stesso
pensiero, mi rubava, inibendola, la mia diversità, lo spirito di quella che
sarebbe dovuta essere la mia indistinguibile essenza, il mio modo originale e
autentico con cui mi sarei dovuto confrontare con me stesso, con il mondo delle
cose e degli altri, forte di una visione critica tutta mia; insomma mi
defraudava della mia creatività, della mia capacità potenziale di immaginare,
di farmi un’idea della vita, che, al momento, mi appariva preconfezionata, già
fatta, decisa da altri ed elegantemente impacchettata. Intanto scoprivo nuove
realtà, mi ci avvicinavo con timidezza, con timore, a volte. Alcune di quelle
cose, che cominciavo a vedere sotto una luce nuova, mi erano state presentate,
sin da piccolo, come diaboliche, cose cattive, cose da cui stare lontano: certe
persone, certe vie e certi vicoli del paese, certe idee o ideologie, come
sentivo dire, l’idea, pur tanto nobile ed eroica del comunismo, per esempio. I
comunisti, a sentire l’opinione pubblica corrente, erano mangiapreti e
mangiabambini, erano esseri umani da tenere lontani, come già si faceva per gli
zingari, essi parlavano di rivoluzione e volevano sovvertire lo Stato, l’ordine
già stabilito delle cose, l’ordine, che scoprii dopo, essere conveniente solo
per una certa classe sociale, quella che aveva in mano il potere e lo gestiva
nel modo proprio, secondo le sue convenienze. Anche in famiglia mi era stato
raccontato che questi ultimi, i borghesi, erano i buoni, erano coloro che
pensavano al bene comune, che andavano a messa tutte le domeniche e le feste
comandate, che si confessavano e facevano la comunione ogni volta con spirito
zelante. Mai nessuno c’era stato, se non pochissimi coraggiosi del mio paese,
che avessero supposto, sia pure lontanamente, che i borghesi fossero, invece,
sepolcri imbiancati, esseri cinici che poco sapevano della vera morale civile,
dell’etica autentica, quella che avevo cominciato a leggere in alcuni grandi
uomini di pensiero, letterati e poeti, filosofi eccelsi, che mi avrebbero, poi,
fatto da guida amorevole consentendomi di scoprire nuove vie del sapere e
dell’essere. Cominciai a investire in libri – scelti fra quelli che mi
appassionavano di più, quelli che ritenevo più vicini alla mia ribollente
sensibilità – i piccoli risparmi che prima utilizzavo per altri consumi che
cominciarono ad apparirmi futili, non più consoni alla nuova natura che mi si
veniva sviluppando dall’interno, sollecitata anche da scrittori e filosofi
fascinosi come Sartre, Marcuse, Camus, Pavese; da teologi del dissenso, che
evidenziavano il concetto della liberazione in maniera sublime, come Hélder
Camara, don Mazzolari e Camillo Torres; da grandi innovatori del pensiero
pedagogico come don Lorenzo Milani, priore di Barbiana; da psichiatri e
saggisti come Freud, Ronald Laing, Franco Basaglia; da eroi indimenticabili
della solidarietà umana verso i deboli della terra, verso gli ultimi, come
Pierre Abbé; dai Papi del grande rinnovamento della Chiesa nel mondo come
Giovanni XXIII e Paolo VI; dai teorici di un nuovo modo di intendere il
servizio della politica verso i popoli come J.F. Kennedy, e, nel modo che gli
era stato possibile, Nikita Chruscev. Lessi con voracità encicliche papali come
la Pacem in terris, la Populorum progressio, l’Humanae vitae; mi avvicinai con
spirito costruttivo ai grandi documenti del Concilio Vaticano II e fra essi la
Gaudium et Spes e il Decreto sull’apostolato dei laici: in queste cose trovai
lo spirito coraggioso e altruista di una Chiesa che rimetteva in discussione se
stessa, si avvicinava al mondo e agli individui, li prendeva per mano e se ne
metteva in ascolto, ne interpretava con più attenzione i bisogni per trovare le
risposte concrete al dramma di vivere. E, a proposito di drammi, mi sconvolgevo
di fronte alle notizie che arrivavano dal Vietnam, relative alla guerra fra le
due parti di un paese dilaniato – e fra gli Stati uniti e l’Unione Sovietica
che, per le loro contrapposte strategie imperialistiche, le appoggiavano; esse,
intendo le notizie, incendiavano le cronache di tutto il mondo, mentre divoravo
gli articoli – accompagnati da immagini sconvolgenti – inviati sull’Europeo
dalla corrispondente italiana Oriana Fallaci, della quale adoravo il modo di
scrivere e la sua incredibile capacità di far toccare con mano la sofferenza
umana, di mettere nello scenario di quella guerra immane, per la quale furono
messi in campo armamenti potentissimi, compreso armi chimiche e
sofisticatissimi sistemi di trappole e di torture, forse la guerra più violenta
e feroce mai combattuta dall’uomo in tutta la sua storia. Della stessa molto si
occupava anche la musica popolare del tempo attraverso veri e propri
menestrelli come Joan Baez e Bob Dylan, anche cantanti italiani, come Gianni
Morandi con la sua popolarissima “C’era un ragazzo” di Marco Lusini. Se i
borghesi, dunque, erano considerati i buoni, i proletari, vale a dire l’insieme
dei contadini e degli artigiani, dei disoccupati e dei diseredati, coloro di
cui veniva sfruttata ad arte la forza lavoro per miseri salari tutto a
vantaggio del capitale, nel pensiero ordinario, erano visti come gente
sovversiva, gente che usava anche l’arma dello sciopero, peraltro prevista
dalla Costituzione, per creare disordine, disagio nella vita quotidiana, essi,
si vociferava, erano disubbidienti ai padroni, che davano loro da mangiare, e
irrispettosi verso le fondamentali regole sociali; per i benpensanti erano
quelli che sventolavano la bandiera rossa con il simbolo della falce e martello.
Per farla breve, a quei tempi, falce e martello, simbolo del lavoro, del sudore
della fronte e della lotta legittima contro gli sfruttatori per la conquista
dei fondamentali diritti civili, erano interpretati quali simbolo delle porte
dell’inferno, e… qualcuno lo crede ancora oggi, qualcuno molto in alto incita
ancora alla caccia alle streghe, all’odio incondizionato verso il comunismo e i
comunisti che, a onore del vero, non ci sono più, si sono persi nella storia,
o, per meglio dire, sono stati mangiati da un sistema sofisticato e perverso,
tinteggiato di finta democrazia. Insomma, è solo lui, quest’uomo potente
insieme ai suoi fedeli accoliti, a vederne le ombre dileguatesi nel tempo,
oggetto, ormai, solo di ricordi nostalgici o di vero e proprio dileggio.



E, non a caso, alla luce dell’oggi, lo stesso anno, rimasto mitico nella mia
memoria – per tutta una serie di concomitanti eventi, tra cui la mia prima
visita a Venezia, città dalla quale rimasi davvero folgorato – era coinciso
anche con la nascita ad Amorosi del circolo C.R.A.C. , ad opera di sei
carismatici amici fra i quali io, gli altri erano Francolino Solitario, Angelo
Di Stasio, Mimmo Di Pietro, Pasquale Di Gioia, Carlo D’Alessandro. Era già
dall’anno precedente che qualcosa frullava nella nostre menti, una cosa di cui
si discuteva animatamente nei luoghi tipici del nostro ciondolare lungo le vie
del paese, nella piazza e nel bar Cacchillo, lungo Via Volturno ascoltando, la
domenica pomeriggio, con le radioline incollate all’orecchio, “Tutto il calcio
minuto per minuto”, affascinati dalla voce mitica di Sandro Ciotti. Il nostro
pensiero dominante, diventato quasi un pensiero ossessivo, era la convinzione
che qualcosa dovesse essere fatto per scardinare alcuni modelli di esistenza,
che cominciavano ad apparire logori di tempo, per allineare la cultura del
paese ai nuovi grandi eventi, alle potenti idee che il mondo veniva sviluppando
a ritmo sempre più vertiginoso. L’azione cattolica, unico luogo di formazione e
di dibattito nel paese, fino a quel momento, sembrava aver compiuto il suo
tempo, sembrava avere esaurito la formula magica del suo contatto con la gente,
o forse quel contatto non c’era mai stato; soddisfaceva solo in parte i nostri
interessi che si erano estesi attraverso la cultura dei rapporti e con il
crescere dei problemi e delle problematiche della vita quotidiana, che
diventava sempre più articolata e complessa, rispondeva, ormai, solo in parte
ai nostri desideri emergenti, accoglieva ancora, in maniera materna, i nostri
giochi, era il luogo ove potere spendere il tempo libero dallo studio, ma
appariva scollata dal tessuto civile, sembrava essere sempre di più una
confraternita, all’interno della quale si viveva una vita, quasi monastica, fra
persone che si erano scelte e sembravano essere tutte uguali fra loro; essa
dava tutto ma tutto rimaneva là, le interessantissime discussioni sui documenti
del Concilio Vaticano Secondo, che riallineavano parecchio la Chiesa al tempo,
sapevano di sacrestia, rimanevano in quel chiuso, in quel recinto, in
quell’élite di persone per quanto nobili di mente e di spirito, non
raggiungevano gli altri, non raggiungevano coloro che non avevano l’uso di
frequentare le attività parrocchiali, non raggiungevano gli spiriti laici, non
raggiungevano i comunisti, come – abbiamo già visto – li si usava chiamare
all’epoca, non raggiungevano i miscredenti, coloro che non avevano alcun credo,
che, forse, non credevano neppure in se stessi, non raggiungevano i malati e i
diseredati, i soli e gli smarriti. La Parola in quel luogo nasceva e in quel
luogo moriva, alimentava solo gli spiriti di pochi eletti, fra cui io, che per
questo, sotto certi aspetti, mi ritenevo fortunato, fortunato di poter vivere
esperienze, comunque importanti, di formazione spirituale e di potere avere a
che fare con sensibilità pari alla mia se non più elevate, bisognava, tuttavia,
trovare il modo di condividere i propri pensieri, le proprie idee, bisognava
portare se stessi fra la gente, raggiungere i lontani, esplorare la loro mente
e toccare il loro cuore, scoprire i loro tesori nascosti, sì, i loro tesori
nascosti, perché ogni persona nasconde un proprio tesoro, il tesoro della sua
identità irripetibile, per nulla assomigliabile ad altre identità. Bisognava
fare, dunque, qualcosa, bisognava impegnarsi per il mondo, che era intorno
all’uomo, con altri strumenti ancora, bisognava scoprire vie e modi di incontro
con coloro che rimanevano oltre la loro cerchia, di coloro che rimanevano
estranei alle loro esperienze di crescita e di formazione.




Si passò, dopo un ampio riflettere,
dalle idee ai fatti, dai discorsi puramente accademici allo scorciarsi le
maniche e affrontare la realtà dell’impegno sociale con tutte le difficoltà che
quest’ultimo certamente avrebbe mostrato. E le difficoltà si presentarono
subito, mimetizzate nel volto ambiguo, per non dire stantio, della bizzocheria
culturale. La notizia delle nostre intenzioni e dell’inizio della nostra azione
si stavano diffondendo a macchia d’olio, pervenivano le prime lamentele da
diversi tipi di ambienti, soprattutto da quelli che amavano avere il controllo
su tutto e che temevano le schegge impazzite che sarebbero partite da una
organizzazione sorta fuori dalla traiettoria del loro potere condizionatore di
tutto quanto riguardasse la comunicazione a qualsiasi livello: chiesa,
politica, generazione adulta, una frangia di giovani amanti della vita
bohemienne, denigratori, da sempre, degli spiriti più elevati, definiti da
qualcuno pretucoli o bizzochi. Ma non ci lasciammo scoraggiare, per la prima
volta nella nostra vita ci sentivamo ideatori e imprenditori di un progetto, la
cui materia era, nell’apparenza, invisibile, ma avrebbe potuto aiutare il
cambiamento delle cose, metterle in movimento, darle peso e senso, mutarne il
linguaggio, valeva la pena rischiare per tutto questo, rischiare per
contribuire a creare una vita nuova, meno noiosa, più fascinosa, più degna di
essere vissuta. Dopo un intenso lavoro per la stesura dello Statuto – che
conteneva sia il progetto tecnico-giuridico che lo schema programmatico e le
finalità – ci mettemmo alla ricerca dei simpatizzanti, utilizzando semplici
strumenti comunicativi, capaci di diffondere la nascita del circolo sul
territorio comunale. Per l’occasione, armati di macchina per scrivere, radunati
a casa mia, compilammo le tessere di adesione, contenenti il logo del circolo,
il luogo del suo sito, gli spazi onde annotare i dati anagrafici degli
eventuali adepti e di soci onorari. Il circolo era stato battezzato con un nome
dirompente, che, al momento, sembrò non solo bello ma significativo, lo
chiamammo C.R.A.C. Era il 1967, ma con le nostre sensibilissime antenne,
avvertivamo quanto stava preparandosi a succedere per l’anno successivo, il
1968, e quando questo poi giunse, ce ne sentimmo, nel nostro piccolo, profeti e
anticipatori. Pronto lo Statuto, legalizzato presso un notaio e presso il
Comune di domiciliazione, terminata la compilazione del pacco delle tessere, ci
mettemmo in giro, casa per casa, ente per ente, ufficio per ufficio, negozio
per negozio, per trovare collaboratori, simpatizzanti e soci onorari, questi
ultimi – componenti della generazione adulta e produttiva – sarebbero stati
utili per aiutarci a sostenere parte delle spese di mantenimento della sede che
avremmo dovuto affittare e arredare. Per la verità lo statuto prevedeva una
cifra di autotassazione mensile di ogni socio, ma difficilmente quanto si
sarebbe ricavato sarebbe stato sufficiente per tutti i bisogni, a meno che gli
adepti non fossero stati molti, ma sarebbe stato difficile pensarne tanti, non
ci facevamo alcuna illusione in proposito, almeno per i primi tempi. Durante la
“campagna tesseramento”, come pomposamente amammo definirla, approfittammo per
stabilire relazioni con circoli culturali, società sportive e altre forme o
formule di associazionismo, compreso quello parrocchiale, già esistenti sul
territorio locale e quelli limitrofi, onde ipotizzare la nascita di una rete di
rapporti culturali e di scambi di esperienze. In attesa di avere una sede
nostra, per la quale non si era ancora pronti, si tenne la prima storica
assemblea di apertura nella stanza-soggiorno di mia zia Antonietta , prestata
per l’occasione. Il circolo C.R.A.C. – che avrebbe suscitato significativi
fermenti di cambiamento, ma anche preoccupazioni, nell’ Amorosi a cavallo fra
gli anni 60 e 70 – nasceva, dunque, per un altro strano incrocio del destino,
nella casa di via Roma al n° 6, dove io ero nato e dove avevo vissuto i mitici
anni dell’infanzia e della prima fanciullezza. Per l’occasione una trentina di
giovani si radunò intorno al gruppo dei soci fondatori del circolo, che si era
costituito, e stette in ascolto della lettura e del commento dello statuto. Ci
si soffermò in modo speciale sulle finalità, che miravano, al di là delle
visioni e delle divisioni politiche, al nuovo, miravano alla sintesi, miravano
alla ricerca di quanto era al di fuori della nostra esperienza di vita, di
quelle cose che a noi in paese arrivavano tradotte in cronache e in alcuni casi
facevano sognare a occhi aperti. Al termine della prolusione del presidente
provvisorio ci furono numerosi interventi, alcuni entusiasti e gioiosi, altri
polemici, altri scettici, altri cinici e denigratori; questi ultimi,
soprattutto, si focalizzavano sulla struttura organizzativa ed economico, si
manifestavano dei dubbi sul fatto che dei giovani squattrinati potessero
portare avanti a lungo un’idea così elevata che avrebbe comportato dei costi
che non si sapeva da dove sarebbero stati attinti: dalla quota mensile dei
soci? Dall’aiuto dei soci onorari? Da qualche partito che, forse, manovrava
tutto occultamente per portare acqua al suo mulino? Per la verità furono
parecchi quelli che alimentarono quest’ultimo sospetto. La discussione fu
vivace, a tratti accesa, forse anche troppo accesa, visto che fra gli intervenuti
c’erano degli infiltrati, quelli che, da sempre, avevano considerato dei
bizzochi coloro nella cui mente era sorta l’idea del circolo. Io conservo
nitido il ricordo di uno di questi, in particolare, che, con cipiglio misto di
arroganza, ebbe modo di gridare, più che di dire:



«La parola stessa “circolo” contiene il concetto di “esclusione”, di
“distinzione”, fa pensare a una setta chiusa non meno che l’Azione Cattolica da
dove traete origine, meglio sarebbe continuare a vivere in piazza dove tutto è
aperto e la libertà di ciascuno è garantita».



Ma fui io stesso a rispondere in maniera meno tendenziosa e con tono orientato
a spirito di serenità e di conciliazione:



«La libertà, di cui si dice, è una libertà senza idee, è una libertà inattiva e
ripetitiva, è una libertà appiattita nel quotidiano e cullata dalle comode
tradizioni, è una libertà inibente sia il pensiero che l’azione».



Fatto sta che il circolo nacque ufficialmente quel giorno, fra quei pochi,
davvero fedeli, in quella sede; avrebbe avuto, poi, un suo iter denso di
attività e di eventi, che, per certi aspetti, rappresentano ancora oggi un
pezzo di storia del paese per chi ha memoria, ma la memoria va governata se la
si vuole avere, la memoria richiede onestà di pensiero e allenamento allo
studio, disciplina nella ricerca continua sia del passato che del presente e
del futuro.



Davvero indimenticabile fu il giorno in cui si poté godere della sede
ufficiale, fu quello il momento in cui il sogno si stava realizzando, un sogno
che era apparso impossibile, vanesio, solamente due o tre mesi prima. Per
poterla aprire in tempi per i quali si gridò al miracolo, avevamo lavorato
tutti tantissimo: distribuendoci i compiti, ci eravamo trasformati in pittori
ed elettricisti, manovali muratori e falegnami, arredatori. Convocata
l’assemblea dei soci fu eletto il primo consiglio direttivo, che, il giorno
successivo, avrebbe eletto il primo presidente, Francolino Solitario, e avrebbe
affidato i compiti specifici ai singoli consiglieri. Ebbe così inizio la vita
quotidiana, la sede, che rimaneva chiusa solo di notte, agevolava parecchio gli
incontri spontanei, durante il tempo libero dallo studio, ci si incontrava
anche semplicemente per chiacchierare, per ipotizzare e programmare, per
giocare a ping-pong o a carte, per leggere il giornale o qualche libro scelto
nella piccola Biblioteca del circolo, per ascoltare musica, utilizzando un
giradischi dell’epoca, dei quarantacinque giri di musica popolare, dei
trentatré giri di musica sinfonica e operistica. Insomma si era stati attenti a
creare anche degli angoli specifici per la lettura e per l’ascolto. C’era
finalmente un modo nuovo, diverso, di vivere il tempo libero, un tempo
alternativo alla piazza, alla strada, al bar, ma anche all’azione cattolica, un
tempo dell’incontro e del confronto fra simili e fra diversi, un tempo di
osservazione della realtà, di progettazione continua e di verifica in itinere,
un tempo di attenzione a quanto accadeva fuori dei nostri confini territoriali
e che fissava gli occhi, ansiosi di vedere, su un mondo in fermento, un mondo
in vera fibrillazione; si avvertiva un’aria di rivoluzione, un desiderio
fisiologico di svolta, una necessità impellente di risciacquare in acqua
limpida alcuni concetti sulla vita, ormai precotti, della storia trascorsa. Il
C.R.A.C. ci avrebbe reso eroi del cambiamento, da cavalieri solitari e impavidi
avremmo attraversato gli eventi, avremmo mostrato sensibilità per l’arte,
avremmo fermentato cultura e idee innovative, avremmo organizzato conferenze e
tavole rotonde, cineforum, mostre nazionali di pittura, rassegne fotografiche,
famosa quella dedicata all’invasione sovietica e alla Primavera di Praga,
cacce al tesoro annuali e Festival baby, viaggi turistici in Italia, saremmo
stati suggeritori di indirizzi di azione culturale che ci sembravano essere
utili per vivere in modo produttivo il tempo libero. Un certo clamore fece
nella popolazione il dibattito che, attraverso vari incontri del sabato con
esperti, affrontammo sull’Humanae vitae di Paolo VI, celebre enciclica che
aveva visto la luce due mesi prima il 25 luglio 1968: per la prima volta nel
paese si aveva modo di parlare a cielo aperto, senza infingimenti, senza tabù,
del grande tema della sessualità, del rapporto fra coniugi, della procreazione,
dell’aborto, dei diversi metodi di prevenzione della nascita, quindi anche
della pillola, che cominciava a fare il suo timido ingresso fra i metodi più
adoperati, ritenuto già da alcuni più comodo e più sicuro rispetto al metodo
Ogino Knaus, che sembrava essere piuttosto macchinoso, complicato. Tali temi
furono analizzati dal punto di vista medico-scientifico, naturalistico,
biologico, morale, etico e religioso. Lo scontro fra le diverse opinioni, anche
fra i diversi esperti, fu aspro al punto che alcuni vennero tacciati di essere
irresponsabili e blasfemi, fomentatori di rivolta e di disprezzo assoluto dei
valori fondamentali veicolati dalla tradizione. Si andò avanti così, in un
crescendo di incontri di natura intellettuale e di organizzazioni di eventi,
dal 1967 fino alle prime elezioni regionali del 1970, che coincisero anche con
quelle amministrative per i comuni e per le province. Il circolo aveva un nome
ormai noto in tutto il contesto della Valle Telesina, aveva intessuto una rete
di rapporti intercomunali proficui, soprattutto grazie al Cineforum che aveva
creato interesse in intellettuali provenienti da tutti i paesi intorno. Il
numero dei soci, intanto, era cresciuto, i soci onorari collaboravano, anche
economicamente, con sempre minore scetticismo. La mostra nazionale di pittura
Città di Amorosi, aveva portato all’organizzazione notorietà e crescita di
stima da parte anche di persone di un certo peso sociale, quali il presidente
dell’Ente provinciale per il turismo e il soprintendente alle Belle Arti . Le
cose, per la verità, si erano messe, dopo tre anni circa dalla nascita,
talmente bene che si supponeva per il circolo una lunga durata nel tempo. Le
cariche venivano democraticamente rinnovate ogni anno e alla presidenza, alla
vicepresidenza e nel consiglio direttivo si alternarono diversi personaggi,
ciascuno con propri talenti e caratteristiche, ciascuno protagonista di
progetti innovativi e di cambiamenti reali anche nella gestione dei contenuti e
nei rapporti dialettici con altri enti culturali e con la popolazione in
genere. Con l’ultimo presidente, Franco Galizia, un vero e proprio leader, si
alzò un po’ il tiro sulla politica locale, sul modo antidemocratico della
conduzione del paese e sulla preparazione delle liste elettorali che avveniva nei
soliti cenacoli di chi si era preso il vizio di credere di contare più di tutto
e di tutti. Da decenni c’erano i soliti noti a farla da padroni nei ruoli di
sindaco, di assessore o di semplice consigliere, e, quando qualcuno di loro
cambiava, era solo per fare posto, a un figlio, a un fratello, a un parente in
genere, insomma vigeva in paese il tipico modello feudale del diritto di
nascita, si ereditavano le cariche pubbliche in famiglia, mai nulla di nuovo
accadeva lungo la linea di un piatto orizzonte oltre il quale nulla di nuovo
sembrava muoversi, nessuna foglia, agitata dal vento, veniva a portare respiro
agli spiriti liberi. L’opposizione, per parte sua, era talmente debole che per
nulla incideva sulla programmazione dell’amministrazione pubblica del paese.
Qualche cosa, anche in quel senso, bisognava fare, non si poteva stare a
guardare, bisognava intervenire utilizzando il diritto di parola che la
Costituzione garantiva, senza esagerare, bisognava comunicare il nuovo,
smuovere le acque stagnanti di una democrazia che di se stessa aveva conservato
solo il nome e sembrava essere di più una dittatura nel vero senso della
parola. Si cominciò, dunque, a zoomare l’obiettivo sul concetto di politica
come dialettica, come mezzo di liberazione delle idee, che, fino a quel
momento, avevano vissuto di occultamento permanente. Ricordo che anche quando
in casa mia provavo a pronunciare il nome di uno dei santoni del cosiddetto
“buon governo”, dai genitori, spazientiti e preoccupati del loro figlio troppo
ribelle, mi sentivo rispondere:



«Statev’ zitt’, facitev’ i fatt’ vuostr’”. Si, era così, le loro eccellenze non
potevano neppure essere nominate, se non riverite a dovere si poteva rischiare
qualche penalità, qualche aiuto negato alla famiglia, per esempio la sistemazione
di un figlio, e via dicendo. Il clima, nell’equilibrio apparente della vita
pubblica e sociale, era stagnante, la tranquillità era tanta che sembrava
assomigliare di più a un sonno permanente. Era diventato necessario svegliarsi
e svegliare gli altri, rigenerare menti e spiriti intorbiditi, per non dire
arrugginiti. Fino ad allora, negli incontri, nelle conferenze e nelle tavole
rotonde con esperti si era dibattuto sulle strategie imperialistiche americane
e sovietiche, sulla guerra in Vietnam, sull’occupazione di Praga, sui grandi
movimenti relativi alla decolonizzazione dei popoli, un tempo sottomessi dalle
grandi potenze. Ci eravamo, però, per il clima di lotta alle streghe che ancora
regnava in paese, astenuti dai commenti sulle questioni più vicine alle nostre
vite, eravamo stati, in un certo modo, troppo prudenti, timorosi e omertosi
come gli altri, ne avevamo vissuto i palpiti ma eravamo riusciti a incidere,
qualche volta, solo a livello della protesta individuale, nulla mai c’era stato
di collettivo. Il dado era tratto, bisognava ora allargare il raggio
dell’azione su fatti che riguardassero il sociale che era subito intorno. Era
il 1970, ci sentivamo, ormai pronti, e, come oggi si direbbe, scendemmo in
campo, animando il dibattito elettorale, ma sganciati dalle logiche di partito,
in occasione delle elezioni amministrative comunali, provinciali e regionali,
insomma il Circolo, diventava anche movimento. Lo strumento di lotta scelto,
per potere fare uscire le idee fuori dalle quattro pareti della sede, fu quello
del volantinaggio, i volantini, infatti, consentivano di estendere su un ampio
raggio di azione i concetti che in gruppo si elaboravano in sede e li si faceva
diventare analisi dei bisogni accompagnati da proposte concrete. La reazione di
chi si era sentito colpito non si fece attendere, si erano sentiti stanati, per
la prima volta perdevano in sicurezza di sé, le idee concepite da un gruppo di
ragazzi-pensanti scottavano sulla loro pelle e, nel contempo, prigionieri del
loro stesso pensiero, del loro modo narcisistico di essere, non riuscivano a
riconoscersi, a identificarsi nei portatori di un potere non dissimile da una
dittatura vera e propria, si sentivano invece nel ruolo di veri e propri San
Francesco, di benefattori della comunità. Essi agirono, dunque, con una
immediatezza mai vista prima, e nei modi che, ancora una volta, non smentivano
il loro modo di essere, il loro spirito di assolutismo congenito. Non fu, come
si potrebbe supporre, una reazione di petto, non si aprì con quei giovani né un
rapporto di condanna palese, né di dialogo nel tentativo di capire; agirono,
come era nelle loro caratteristiche, per vie traverse, bruciarono il terreno
intorno a coloro che avevano solo tentato di “presentarsi come vivi” in un
paese che cominciava a morire, mentre il resto del mondo cresceva intorno:
contattarono i genitori, intimorendoli sul futuro dei figli, contattarono il
parroco, incutendo il dubbio verso la lealtà cristiana di quei ragazzi;
cercarono, con la loro influenza, di isolare alcuni in particolare, ritenuti
più pericolosi rispetto agli altri; secondo le loro personali simpatie, o per
amicizia verso i loro genitori, perdonarono quelli che si supponeva fossero
stati plagiati dagli altri più politicizzati e che ritenevano legati a partiti
e movimenti dell’estrema sinistra. A conclusione di tutta questa triste, per
non dire squallida vicenda, quale consuntivo potevamo fare delle azioni di cui
ci eravamo resi protagonisti? Ci dovevamo assolvere o condannare? Avevamo
commesso degli imperdonabili errori oppure no? Ora, per il cinico modo di agire
dei potenti presi di mira, rischiavamo anche di dividerci fra di noi, fra i più
buoni e i più cattivi, nel corso di un dibattito autocritico apertosi fra in
assemblea.



Nella nostra ingenuità avevamo pensato di potere partecipare liberamente
all’agone della “dialettica assoluta”, avevamo sperato, infatti, che la
politica potesse essere esercizio della libertà di pensiero, di parola e di
azione, ci eravamo immaginati cittadini attivi di una mitica Agorà, quella
della Polis più bella, quella di Atene. Ma il sogno si spense fra le mani, il
risveglio fu quanto mai duro. Per alcuni di noi si risolse tutto, con dei
rimbrotti accompagnati da paterni consigli ad ammainare le vele, a chiudere le
ali nel vento, insomma a smettere di volare, a cadere a precipizio nel baratro
del sistema costituito, a venirne ingoiati, a morire nell’anima per sempre; per
altri ci furono segnalazioni presso i carabinieri per sospetto di atti
sovversivi e, comunque, lesivi del buon nome degli “Dei” presi di mira. Il
successo indiscutibile della “restaurazione in atto” si cominciò a evidenziare
già nei giorni successivi, quando alcuni ex membri, anche alcuni di quelli più
in vista e che avevano ricoperto cariche direttive, cominciarono a non farsi
più vedere nel circolo, fino alla dichiarazione ufficiale di abbandono: il
divieto operato dai genitori, per accordi con i soliti noti, era stato
decisivo. Il mitico C.R.A.C. cominciava a vivere il suo crepuscolo con alcuni
battiti di coda, simili a quelli di lucertola che si rifiuta di accettare una
morte prematura, che vorrebbe ancora correre lungo i muretti assolati e
penetrarne gli anfratti. In effetti, coloro che nell’attività ci credevano
ancora, gli stessi che si erano sentiti innocenti rispetto alle ultime vicende,
ritenendo le stesse legittime in uno stato democratico, continuarono con
coraggio a portare avanti l’esperienza fino all’estremo esaurimento delle
risorse finanziarie, poi, dovettero, giocoforza, ma con dolore profondo,
decidere per la chiusura definitiva. Il circolo in effetti, meno che da chi lo
continuava a gestire – pochissimi per la verità – additati da alcuni come veri
e propri appestati, non veniva più frequentato da nessuno, gli stessi soci
onorari si erano con mille scuse, in maniera elegantemente viscida, tirati
fuori.



Alcuni adolescenti, come lo eravamo stati noi quattro anni prima, decisero di
acquistarne il sogno, facendolo proprio, il che portò conforto alla mia anima
delusa, che riuscì a vivere la sensazione che qualche cosa potesse rimanere di
quanto era stato, che non tutto si fosse dissolto nel nulla. Aiutai
dall’esterno, per un po’, i nuovi coraggiosi, i nuovi cavalieri erranti, fra
cui un mio fratello minore, lo feci finché non fui chiamato dalla vita alle
responsabilità dell’adulto, e, un giorno, prelevato da un treno, partii,
portandomi dietro i ricordi, che, coccolati dal mio cuore e dalla mia mente,
avrebbero vissuto per l’eternità, oltre la mia stessa morte, come osavo
immaginare che potesse essere: un giorno avrei scritto della splendida
esperienza e l’avrei affidata al tempo. Il C.R.A.C. era stato una grande scuola
di vita per me, era stato un tempo di grande respiro. questo è il ricordo
prezioso che ne conservo ancora oggi: mi aveva insegnato a vedere quella realtà
sociale di fronte alla quale sia la scuola che la Chiesa erano stati miopi;
anche la famiglia, a tal proposito, mi avrebbe negato importanti opportunità di
crescita; mi aveva aggiunto la capacità di senso critico e di giudizio rispetto
alle persone, agli animali, alle cose, alle istituzioni; mi aveva avvicinato a
quel nobilissimo strumento che è la politica, non so dire bene se considerarla
l’arte o la scienza dell’organizzazione sociale e urbanistica della città; mi
aveva insegnato a stare in relazione con tanti altri; mi aveva insegnato la
dialettica della parola e del discorso, cose che fino ad allora erano rimaste
parzialmente inibite, soffocate dalla routine, del gergo scolastico, familiare
e paesano.



Seppi, qualche anno dopo – quando già conducevo un’altra vita da docente, una
splendida vita, in un altro luogo, tanto lontano dal mio, mentre altre grandi
esperienze stavano allargando gli orizzonti della mia mente – che altri miei
amici, o ex colleghi e soci fondatori del C.R.A.C., erano partiti alla ricerca
del proprio futuro e che anche l’esperienza della “rifondazione del circolo”
era finita, il sogno di quegli adolescenti era, come il nostro, crollato, o era
stato fatto crollare, circa un anno dopo, e la cosa mi rese, per un attimo, lungo
quanto e più dell’eternità, nuovamente triste.






(Antonio Pellegrino)





 





 


Formato stampa Invia questa news ad un amico Crea un file PDF dalla news


Segnala questa news


Acquisto libri

Lontana è la primavera
Antonio Pellegrino
LONTANA E' LA PRIMAVERA
Book Sprint Editore - 2012
€ 12.30

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line



Altri racconti
Antonio Pellegrino
ALTRI RACCONTI
Aletti Editore -  2012
€ 14.00

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line



Immacolata Solitudine

Antonio Pellegrino
IMMACOLATA SOLITUDINE
Albatros -  2011
€ 11.50

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line



Itinerario verso l'io 
Antonio Pellegrino
ITINERARIO VERSO L'IO
Albatros -  2010
€ 12.50

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line