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• Cultura : IL NONNO ANTONIO - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 5/7/2015 20:40:00 (977 letture)


IL NONNO ANTONIO 



Il nonno Antonio era ancora vivo nel corso delle mie prime quattro

vacanze a San Salvatore Telesino, cominciate nel 1954. l'anno in cui,

per la prima volta,
mi allontanavo da Amorosi, dalla mia famiglia,

dagli amici. Egli Passò, poi, ad altra vita nell’autunno

del 1957. Ricordo che ci eravamo appena separati, dopo

l’ultima estate vissuta, in un certo modo, insieme. Il vecchio aveva

lasciato in me un grande vuoto, il primo grande dolore della mia vita:





era la prima volta che vedevo morire qualcuno della mia famiglia, una

persona tanto cara alla quale mi ero affezionato veramente, una mia

sponda, un mio compagno di giochi e di passeggiate. Il nonno odorava

del tabacco con cui caricava, con certosina ritualità, la sua lunga

e arcuata pipa. Era sempre in giacca e con al collo, solitamente, un

fazzoletto di seta al posto della cravatta, alla maniera dei cowboy.

Di statura media, snello nei lineamenti, indossava sempre il classico

cappello che sostituiva, dalla primavera in poi, con il panama.

Nell’uno o nell’altro caso, credo di non averlo mai visto a testa scoperta

se non nei momenti in cui si era seduti a tavola per il pranzo

o per la cena. Baffetti alla Chaplin rendevano sofisticato e, nel contempo,

fascinoso il suo viso che appariva scarno e scavato, corvini

erano la pelle e i capelli, gli occhi neri come carbone, intensissimi

come quelli di sua figlia Assunta, mia madre. Passavo alcune

ore del mattino all’ombra, proiettata dalle case di fronte, seduto al

suo fianco sul gradino di pietra che introduceva al portoncino della

scala che conduceva al primo piano del piccolo appartamento, costituito

di due grandi stanze e servizi essenziali, ove egli viveva con la

zia Mariantonia. Come l’altro mio nonno, Francesco, padre di mio padre Giulio,

anche il nonno Antonio era un certosino ciabattino, arte con la quale

aveva portato avanti la sua numerosa famiglia anche dopo la prematura

morte della nonna Consiglia, la sua bellissima – dicevano un

po’ tutti – e dolcissima consorte. Quando anche il nonno mi lasciò,

alle soglie di quel triste inverno, avevo compiuto gli otto anni. I suoi

ultimi mesi, nel corso dei quali avevo avuto modo di fargli anche da

piccolo infermiere, erano stati tormentosi, come faticosi erano apparsi

alla zia che era stata la sua amorevole e infaticabile tutto,

il suo angelo custode premuroso e attento, paziente anche nei momenti

considerati insostenibili da altri, che, spesso, rivolti alla povera

donna, con aria commiserevole, commentavano:

«Ma com’ fai, Mariantò!!! Almeno u tiemp’ pe dorm, cacche ora

a nott’ tu lass’? U sentimm’ semp’ e se lamentà!!! Te chiamm’ in

continuazion’…, allucc’… u sentimm pur’ nuie a luntan’… povera

cristian’!! Speramm’ ca u Signor’ te dà a forza e suppurtà». E

lei con tono pacato, per nulla sofferente, infastidito o sconfortato

esclamava:

«U Signor ma dà a forza…, ma dà... M’è d’aiuto pur stu criatur,

mio nipote Antonio, u figlio e Assuntin’, che fa cumpagnia a papà, mentr’

i nun ce stong’, e m’ ven’ a chiamà quann’ u viecchio av’ bisogno

e cacche cos’. Povur’ criatur, sta facenn’ i sacrifici pur’ iss’ ansiem’

a me. At’ che vacanz’…!!». Non so dire bene, in effetti, se alla fine

dell’intera vicenda fosse più morta lei o lui, che, se non altro, era

volato ad altra vita e aveva lasciato sulla terra i tormenti e le sofferenze,

la fatica quotidiana e le privazioni. Non era anziano ed appariva

ancora un bell’uomo al tempo della sua scomparsa. Mentre

rievoco di lui, mi ci rivedo seduto accanto, a volte ai bordi della

fontana – posta non lontana da casa, ai piedi della Rocca, oltre il

vicolo – alla quale venivano ad attingere acqua l’intero quartiere e i

dintorni del quartiere e risento l’odore acre del fumo esalante dalla

pipa, l’odore con il quale mi piace di più ricordarlo, era il suo odore,

era la somma delle sue manie, del suo modo di essere. Di sacrifici,

in tempi davvero durissimi – specie quelli che erano seguiti alle

guerre  – il nonno ne aveva fatti veramente tanti, tastando il polso

anche a diversi mestieri di supporto o di ripiego, secondo le diverse

occasioni e le diverse necessità. Per integrare il salario quotidiano

– a solo titolo di esempio – faceva anche il vetturino sul tratto di

strada che univa il paese alla stazione ferroviaria di Telese e ai bagni

termali, ma anche su altri occasionali percorsi, secondo le esigenze

dei suoi clienti-viaggiatori. Aveva acquistato, contraendo un mutuo,

quattro splendidi cavalli, di cui conservo un piacevole ricordo,

una carrozzella e un carro funebre. Questa attività, col passare

del tempo, finì per procurargli più reddito giornaliero di quanto ne

ricavasse dal suo mestiere di ciabattino. Il fatto è che di calzature di

ogni dimensione, forma e fattura ne riparava tante, ne faceva anche

di nuove su misura, ma non sempre i clienti pagavano, spesso facevano

attendere tantissimo o pagavano a spicchi o in natura per chi

ne aveva la possibilità. Qualcuno di loro diceva con aria contrita, a

tratti vergognosa della propria miseria:

«’Ntò, teggio purtat’ stu mazz’ e cargioffele, agg’ pacienz’ pur’ p’

sta vot’, i sold’ p’ t’ paià nun i teng’, chellu poc’ che c’ sta aggia mett’

‘ncopp’ a tavul’ pi figl’, n’ i pozz’ fa mancà u pan’. Agg’ pacienz’,

diman’ t’ port’ pur nu pet’ e ‘nzalat’ fresc’ e l’uort mio». E il

nonno di rimando:

«Ricù, tu u sai, teng’ cing’ figl’ pur’ i, pur’ lor’ enna mangià, ma nun

t’ preoccupà, intant’ vitet’ i cos’ toie, po n’ riparlamm’ quann’ i cos’ t’

vann’ meglio…». E Ricuccio a rinfocolare quel clima melanconico

il cui perno ruotante era la miseria che ancora aleggiava nell’aria del

paese in quegli anni, aggiungeva:

«Tu si ‘n’omm’ e cor’, ‘Ntò, u Signor’ te n’edda rend’ grazzie, edda

dà tanta salut’ a te e a famiglia toia». L’intero discorso terminava

con un ampio sospiro del caro vecchietto, che, dopo avere rassicurato

e congedato Enrico, si richiudeva nel silenzio e curvava di nuovo

la schiena sul deschetto. Adoravo il nonno come adoravo i suoi mitici

cavalli. Egli era, insieme alla zia Mariantonia, secondo le diverse ore del giorno,

il mio principale punto di riferimento, era l’amico brontolone, a tratti

silenzioso e pensieroso. Mi guardava sott’occhio, senza dare a vedere,

quando mi allontanavo da lui per calciare una palla o un pallone,

per inseguire una lucertola mimetizzata nell’erba o negli anfratti di

un muro, per sognare insieme a una coloratissima farfalla posata su

un fiore o insieme a un grillo sornione attaccato a un rametto. Ero

un ragazzino, silente come lui, pieno di curiosità, osservavo la natura

con voracità, ne coglievo ogni aspetto, ogni diversità, ogni suo palpitare.

Il nonno, intanto, era attento – durante il mio vagare con

le gambe e con il pensiero – alla mia persona, alla mia incolumità: mi

controllava, ma con discrezione, mi aiutava, con il suo modo di fare,

apparentemente distratto, a diventare indipendente, abile, un piccolo

uomo veramente. A volte, borbottava, sbuffando fumo dalla pipa,

ben serrata fra le labbra:

«Antò, statt’ attient’ che sta p’ passà nu cavall’!!!». Apparirà certamente

strana a quelli di oggi una raccomandazione di tale tipo,

ma, al tempo, i bambini, che giocavano lungo le strade o lungo i

vicoli, dovevano stare più attenti a cavalli, asini, mucche, carrozze,

carrozzini, carri, biciclette che non ad autoveicoli e motoveicoli. Era

un’altra aria, erano davvero altri tempi, tanti mezzi non si riusciva

neppure a immaginare che ci sarebbero stati in seguito. Pensate, a

esempio, se si fossero potute mai ipotizzare cose come il linguaggio

informatico e il cellulare; allora, era un illustre sconosciuto, nelle

case della maggior parte della gente, anche il telefono; era considerato

un lusso di famiglie nobili e borghesi. Insomma, un cavallo valeva

per un’automobile di oggi, se non di più. E io amavo i cavalli

nello stesso modo in cui è concepibile che si amino i cani e i gatti.

Tanto era il piacere di vederli muoversi nella loro armoniosa eleganza

che, ogni volta, accompagnavo il nonno quando andava nella

stalla – posta in un vicolo parallelo al suo – per accudirli, per dare

loro cibo e acqua, per spazzolarli, per prestare loro altre attenzioni

come tenere in ordine i loro guarnimenti, e via dicendo. Mi rimane

il ricordo vivo delle passeggiate in carrozzella, di cui il caro vecchietto

mi faceva beneficio in certi giorni in cui l’aria fresca del mattino

scompigliava i miei capelli trasmettendomi una grande sensazione di

libertà, mentre immerso nella coloratissima natura, che mi scorreva

intorno, ne avvertivo il respiro. Ci si dirigeva, solitamente, verso

la Stazione di Telese, verso l’ingresso delle Terme, a volte verso

il Seminario vescovile di Cerreto Sannita; un giorno raggiungemmo

addirittura Piedimonte Matese per fare visita alla dolcissima zia

Annunziata, un’altra delle sorelle del nonno. Il cavallo trotterellava,

battendo gli zoccoli sul selciato con ritmi diversificati secondo gli

ordini o i particolari segnali che gli venivano impartiti dall’abilissimo

vetturino, che azionava ad arte la sua bacchetta infiocchettata e

con voce ora sussurrata, ora carezzevole, altre volte decisa e urlata,

esclamava:

«Aaaaah! Aaaaah! Muimmecio che è tard! Aaaaah! Aaaaah! Aiz’ u

pass’, nun t’addorm’!!! Aaaaah! Aaaaah!». Io, in spirito di

esaltazione quanto raramente capitava, mi vedevo, scorrere intorno

il paesaggio e mi sembrava quasi di stare al cinema. Considero

quei viaggetti in carrozzella fra i percorsi più deliziosi che abbia

fatto nella vita. La morte del nonno mi scavò una incolmabile

voragine intorno e mi attaccai, nelle estati che seguirono, sempre di

più alla zia.

Intanto, il nonno mi mancava, mi manca ancora oggi e, mentre l’aria

mi riporta – come per miracolo – l’odore acre della sua pipa, il mio

ricordo ritorna a lui con frequenza gradita.



(di Antonio Pellegrino)


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