Login

Nome utente:

Password:


Password persa?

Foto dall'Album

Tramonto amorosino
Tramonto amorosino

Social Network

Il mio Canale

Il mio Profilo 

Seguimi su FACEBOOK

Cerca nel Sito

Contatore visite

• Cultura : LA NONNA MADDALENA - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 2/7/2015 9:37:36 (1345 letture)


LA NONNA MADDALENA 



La fiamma del focolare brillava nella penombra che mi era intorno,

mentre la legna scoppiettava, incutendo allegria e meraviglia

nella mia piccola mente, che, attenta, era in ascolto dei seducenti

racconti di nonna Maddalena, sostenuta, quando qualche dettaglio

sfuggiva alla sua memoria, carica di tempo, dalla solerte zia Antonietta.

Fuori fischiava la bora, che accarezzava le case al suo imperioso

passaggio, il tempo era rigido, le strade erano deserte, qualche

raro passante appariva avvolto in pesanti cappotti, scialle e robusti

cappelli. La nonna – rispondendo ad una mia tacita domanda, da

lei rubata ai miei occhi, avidi di curiosità – diceva, con voce flebile,

appena sussurrata, come proveniente da un’altra dimensione dell’universo

smisurato:




 «Chill’ che zomp’n’ a dint’ i len’, schiuppenn’, s’ chiam’n’ parient’,

song’n’ l’an’m’ du purgatorio, che, scuntat’ i p’ccat’, esc’n’ a dient’ i

fiamm’ e vol’n’ ‘nciel’». Ed era convinta di quanto affermava, leggeva

nelle cose, in ogni cosa, lo spirito stesso della vita, tutto era

vivente dunque, in tutto era Dio, Egli era presente e vigile nel creato,

percepibile, toccabile, bastava avvertirne il respiro dell’invisibilità.

Oggi assomiglio la mia cara vecchietta a Dersu Uzala il mitico personaggio

protagonista di un celebre film dell’altrettanto celebre regista

Akira Kurosawa. Ella, come lui si muoveva nella grande foresta

dell’esistere quotidiano, parlava con le cose, ne percepiva l’alito e

rispondeva con i suoi respiri profondi, a volte sintomatici di angoscia

o di preoccupazione: la sua coscienza e quella della natura erano

coincidenti. Con quelle stelline di fuoco luminescenti, ci giocavo,

per ore le guardavo, incantato. Mentre svolazzavano nell’aria, come

tanti bambini vocianti impegnati nei loro giochi di strada, continuavo

ad ascoltare la voce austera, a tratti cavernosa, della nonna, che

si spegneva, poi, in improvvisi e pensosi silenzi, che sembravano

navigare i procellosi mari dei ricordi, mentre trascorreva all’indietro

la sua vita. Era l’inverno del 1953, avevo cinque anni e mi avvicinavo

ai sei, si era in prossimità del Natale, era già passata la festa

dell’Immacolata, il giorno 15 era caduto qualche timido fiocco di

neve, che aveva contribuito a rendere l’attesa della nascita di Gesù

ancora più magica. I tetti delle case erano imbiancati, mi deliziavo a

guardare quelli delle abitazioni di fronte e le chiome degli alberi che

sembravano, ora, pregevoli ricami, come quelli di nonna creati sui

suoi centri e sulle sue coperte. In un angolino del soggiorno, subito

a destra della porta d’ingresso, su un tavolinetto era stato già allestito

il presepe, fatto di fantastiche statuine di gesso molto antiche,

tanto che il tempo ne rendeva visibili le profonde ferite. Uno dei

magi, una pecorella, un asinello, un cacciatore e il bambinello erano

stati rattoppati, in qualche modo, con la cera liquida fatta scorrere

da una candela accesa, dal mio papà, che appariva ai miei occhi

come l’uomo dei miracoli, l’uomo a cui tutto era possibile, il mio

grande eroe senza macchia e senza paura. Quei pastorelli a nonna

Maddalena erano molto cari perché ereditati dai nonni paterni, li

teneva gelosamente custoditi in una scatola imbottita di ovatta per

sartoria. Seduto su una sediolina di paglia, comprata al mercato del

giovedì appositamente per me, godevo del silenzio accogliente che

dominava nella stanza, colorata dal bagliore del fuoco. La luce era

spenta. Vedevo le nostre ombre muoversi lungo le pareti, vivevano

di una vita propria, staccate dai nostri corpi, alla ricerca, credo, di un

mondo sconosciuto alla nostra mente; gigantesche, attraversavano

tutto lo spazio intorno, quella della nonna era dominante su tutte e

ne sagomava l’aspetto mettendone in evidenza la gobbetta che rendeva

curva la sua schiena, misurandone gli anni e il peso dei sacrifici.

Ma, a detta di zia Antonietta, era stata molto bella, piccola ma bella,

una splendida rossa, rossi erano stati i suoi capelli, rosaceo il suo

colorito, blu i suoi occhi sempre sorridenti e vivi, dinamica, solerte

artigiana dell’uncinetto, attività con la quale aveva portato avanti

la sua famiglia, dopo la prematura morte del suo consorte, nonno

Francesco. Di aspetto severo, visibilmente invecchiata dal tempo –

che aveva scavato profonde rughe nel suo volto un tempo dolce

– vestiva sottane di colore nero, lunghe fino alle caviglie, con sulle

spalle una mantella di lana d’inverno ed uno scialle di seta a partire

dalla primavera. Ricordo di non averla mai vista in maniche corte

neppure nei più torridi pomeriggi delle estati più bollenti. Quanto

potesse essere stata fascinosa lei lo evincevo dalle eleganti sagomature,

dalle proporzioni e dai lineamenti perfetti di mio padre, di mia

zia Antonietta e di mio zio Luca.

Nonna Maddalena, al tempo di cui dico, abitava in via Volturno

al piano terra di una casa costituita di due enormi stanzoni: il primo,

che fungeva da soggiorno-cucina, aveva al centro una tavola quadrata

contornata da quattro sedie impagliate, lungo la parete sinistra

una cristalliera e su quella destra uno “stipo” per il pane ed altre

vettovaglie, sulla parete di fondo, a fianco alla porta che conduceva

nella camera da letto, su uno scanno una damigiana di terracotta –

smaltata fino all’altezza del collo di un colore verde-bottiglia – contenente

acqua e uno giarettino di alluminio per attingerla; il secondo

stanzone conteneva un lettone in ferro battuto verniciato di nero e

due comodini, sulla sua destra un armadio di castagno puro, in un

angolo un bacile ed una brocca, di qua e di là alcune sedie. Al

primo piano c’erano gli Armieri – la famiglia di don Domenico,

proprietari, a loro volta, dell’appartamento di nonna e di zia – e i

Mastroianni, commercianti di tessuti; di fronte l’enorme e antico

palazzone del mitico maestro Del Giudice – uomo dall’aspetto

sempre serio ed imponente, austero ed elegante, maestro severissimo

di mio fratello Franco – che si annodava nell’angolo del quadrivio

verso via Calore, con il pregevole palazzo Gerosa/Giaquinto

abitato, al tempo, da don Pasqualino Cesare; sotto di questi si succedevano

tra di loro la macelleria Chiappino – che aveva di fronte,

nell’angolo opposto dell’incrocio, la macelleria di Giulio Maturi – e

Papele detto “U saracar”, padre di Luigi Piccolo, che, per qualche

anno, sarebbe stato bidello in una delle scuole nelle quali sono stato,

in seguito, professore; al fianco destro della casa di nonna il vicolo

Monaci collegava via Volturno con Piazza Municipio ove sbucava

all’altezza del bar di Luigino Cacchillo, celeberrimo gelatiere, padre

del mio carissimo amico Alfonsino.

Quando il tempo lampeggiava e tuonava, mentre goccioloni di

pioggia battevano sopra i vetri e passanti frettolosi si coprivano di

robusti ombrelli, la nonna affermava:

«Ogg’ è na iurnat’ e chiem’ a scium’. Sp’ramm’ che ‘n s’ vott’».

In altre sere, invece, guardando in alto nel cielo e fiutandone l’aria,

brontolava fra sé e sé:

«Ciel’ a p’curell’, piogg’ a cat’nell’. Diman’ sicurament’ chiov’».

Altre volte ancora di fronte ad uno splendido tramonto così

profetava:

«Tramont’ russ’, o pisc’ o sciosc’».

Non era ancora giunta l’era della televisione ed era lei il nostro

colonnello Bernacca, il mitico conduttore delle Previsioni del

tempo.

Splendide, poi, erano quelle giornate primaverili, calde di sole, in

occasione delle quali si preferiva sostare innanzi alla casa, protetti

dall’accogliente ombra, o si andava a passeggio sull’Ortale alla ricerca

di rape, di olive cadute dagli alberi; io, in particolare, alla ricerca

di lucertole e vermetti, di nidi di uccelli, di coloratissime farfalle,

di grilli, animaletti che producevano in me un fascino incredibile ed

alimentavano potentemente la mia fantasia ed i miei sogni di libertà

vissuti nella natura vergine ed incontaminata.

Qualunque fosse la situazione climatica o il contesto ambientale,

Matalen – come scherzosamente usavo, a volte, appellarla – era

fervida di detti, di proverbi, di ricordi, alcuni più vicini e altri più

lontani, di preghiere recitate in coro al rintocco di ogni campana;

contava ad alta voce le ore e i minuti che venivano battuti dall’antico

orologio della chiesa; si inchinava devotamente quando a suonare

era il campanone, che dava l’annuncio di festività solenni o di speciali

eventi; esponeva avanti casa la sua coperta più fastosa in occasione

della processione del Corpus Domini; si intristiva quando parlava

delle guerre, mentre le sue abili mani continuavano a intrecciare

con l’uncinetto fili di cotone che venivano trasformati magicamente

in ricami di variegate forme.

Nonna era una donna di grande semplicità, generosissima, spontanea,

a volte altera per necessità, mai presuntuosa o saccente, si vantava

molto poco, anzi raramente ricordava di essere progenie della

celebre famiglia Maturi, veri signorotti del paese in epoche passate,

e parente stretta del filosofo Sebastiano, la gloria più vantata di

Amorosi. Era il fratello Coseppe – zi Coseppe, come lo chiamavamo

noi – padre di Lina, più fertile di racconti su questo aspetto. Per

saperne di più, in proposito, ho dovuto fare io, in seguito, opportuni

approfondimenti tormentando di domande mio padre, a partire dagli

anni delle prime curiosità adolescenziali, e poi, in anni più recenti,

il mio amico prof. Pasquale Maturi, storico riconosciuto delle vicende

della vita amorosina nel tempo nonché ricercatore meticoloso

delle genealogie delle famiglie resesi più note, rispetto ad altre, nel

continuo avvicendarsi degli eventi del paese. Trascorrevo insieme

a lei molto tempo delle mie giornate, tenendole compagnia nelle

lunghe ore in cui sarebbe rimasta sola con i suoi pensieri, essendo

zia Antonietta – che non era sposata – quotidianamente impegnata

nel suo lavoro di domestica dei Chianese e, in anni successivi, anche

dei Gagliardi. Godevo nel sederle a fianco – snocciolando semi di

zucca, arachidi o lupini – mentre, silenziosa, incrociava con l’unci-

netto fili di cotone fino a renderli vivi di immagini, accucciati, d’inverno,

vicino al braciere dietro la vetrina; davanti casa di primavera

al sole; all’ombra d’estate. In ciascuna di quelle circostante, uscendo

da improvvisi silenzi, si faceva maestra di vita evocando detti antichi

come il tempo:

«Dop’ i cinquant’, ogni ann’ nu malann’». E, dopo un silenzio

meditabondo, con un profondo sospiro:

«Dop’ che so’ asciut’ i vuoie, chiud’ ‘a stall’». Al momento non

riuscivo a capire il senso di tali sentenze, sembravano piovere dal

nulla senza apparenti nessi logici, in maniera frammentaria, solo col

tempo mi resi conto che erano gocce di saggezza del suo interminabile

pensiero: nei suoi silenzi meditava, ininterrottamente meditava,

si parlava, interrogava la sua vita, la rivedeva sullo sfondo della storia

delle sue stesse vicende. A volte l’accompagnavo a fare la spesa

da Ciccio Scarpone, proprietario di un vero e proprio emporio del

tempo, una comunissima, normalissima stanza, capace di contenere

generi alimentari e prodotti per la casa, oggetti di cartoleria e altre

diavolerie. In tali occasioni ella usava portare in equilibrio sulla

testa – protetta da una specie di ciambella di stoffa – un canestro

di vimini per contenere quanto avrebbe acquistato. Altre volte, la

seguivo in lunghe passeggiate verso il fiume lungo quel meraviglioso

e tranquillo viale che era via Volturno, e godevo di una estrema

sensazione di libertà mentre lei, a tratti, si fermava per cogliere

lungo i cigli erbosi della strada asparagi ed erbe medicinali, a volte

– addentrandosi nella campagna circostante – noci, castagne e mele

cadute dai loro alberi. Capitava che, improvvisamente si fermasse

all’ombra di un platano per prendere fiato, mentre i suoi occhi blu

miravano l’ubertosità agreste e i suoi pensieri raccoglievano, forse, i

frammenti di un tempo, grappoli delle nostalgie della sua infanzia e

della sua fanciullezza, della sua splendida giovinezza – come spesso

mi ricordava – dei suoi genitori e del tempo che fu, dell’incontro con

nonno Francesco e della sua molto prematura morte, delle difficoltà

notevoli incontrate per essere rimasta sola a provvedere per la famiglia,

dei suoi figli e di mio padre Giulio, della lunga e dura prigionia

a Tobruk di mio zio Luca, l’ultimo dei suoi tre rampolli, la fotografia

vivente del nonno a suo dire, il primo era papà. Proprio su zio Luca

sostava, spesso, il suo pensiero, mentre i suoi occhi, lucidi di commozione,

si perdevano verso l’orizzonte, immaginando Napoli ove

egli era. Era il suo coccolo, d’altra parte. Amava i suoi figli – come

anche i suoi nipoti – di un amore viscerale, silenziosa e sorniona,

come una chioccia, interpretava ogni loro desiderio, che esaudiva

nei modi che poteva, ne condivideva ogni ansia, qualsiasi piccola o

grande preoccupazione, spartiva con loro – riservando a se stessa

sempre la parte più piccola – la sua stessa povertà.

Ella era la mia dea, il mio nume tutelare, il mio angelo custode,

era la fata dalle cui mani o dalle cui tasche uscivano le cose miracolose

che erano nei miei ingenui sogni di bambino: confettini colorati al

rosolio, cioccolatini di ogni forma e dimensione, torroncini, biscottini

wafer o Colussi, Pavesini e Savoiardi, merendine alla Nutella o

con profumatissime mortadelle, le meravigliose ciliegie, che aveva il

vezzo di raccogliere in mazzettini, legati a un filo di cotone, destinati

a ciascuno di noi, altre primizie di stagione, e splendidi giocattolini,

a volte la monetina da cinque o da dieci lire. Era lei a garantirci il

gelato o la granita quotidiani in ciascuno dei caldi pomeriggi di ogni

estate ed era sempre lei a regalarci quanto fosse necessario per l’acquisto

del biglietto per il film domenicale presso il mitico Cinema

Iris. A lei, sia io che i miei fratelli, destinavamo – nascondendogliele

sotto il piatto – le letterine augurali in occasione del Natale e della

Pasqua. Ella veniva prima di tutti, anche prima dei genitori, a lei

erano destinati gli onori e il rispetto più grandi. Godeva in silenzio

delle nostre coccole, era di poche ma sagge parole ed in questo assomigliava

molto a mio padre, che di lei aveva preso tutto, sia l’aspetto

che il carattere. Era attenta e presente agli eventi delle nostre vite,

quali compleanni ed onomastici, che onorava nelle maniere semplici

di un tempo di cui rimangono solo rinsecchiti scheletri: un vassoio

contenente la bottiglia di Strega con minuscoli bicchierini, per gli

adulti; per noi piccoli aromaticissimi amaretti di Saronno, caramelle

e leccornie varie. Era un rito, il suo rito, al quale invitava a partecipare

chiunque, amico o conoscente, si trovasse a passare avanti casa

sua quel giorno. Simile era il rituale ogni domenica mattina, a termine

della prima messa, quando, verso le ore 07.30, attendeva sulla

soglia di casa chi passava per offrire la tazzina di caffè “doce-doce”

come usava dire gioiosamente lei. Mitici sono rimasti nei miei ricordi

i natali vissuti insieme, le lunghe serate – per non dire nottate –

trascorse a giocare a tombola o alla carta più alta intorno al grande

tavolo di casa mia. In queste occasioni ella usava commentare i numeri

che, di volta in volta, uscivano dal cesto ed alcuni in particolare:

vinticing, a mus’c e sguill; nuant, a paur; quatt, u puorc. E così di

seguito fino alle prime ore della notte a volte, mentre alcuni cominciavano

già a dormicchiare accoccolati sulle loro sedie. Giocava con

accanimento, con grinta, ci teneva a vincere, si rammaricava quando

vedeva il suo gruzzoletto di monetine consumarsi, travasarsi lentamente

ma inesorabilmente in quelli degli altri; controllava che il gioco

si svolgesse con regolarità e rimbrottava chi teneva il cartellone

quando qualcosa non le sembrava andare bene, quando fiutava un

intrigo, quando, per esempio, i numeri estratti, e nascosti ad arte nel

palmo della mano, erano più di uno. Ricordo questi magici momenti

come veri e propri fermenti di vita che raramente si sono ripetuti in

seguito. Deceduta lei – anche perché noi eravamo cresciuti e i tempi

erano cambiati – si giocò sempre meno a tombola, cominciarono a

mancare i festosi raduni, ciascuno cominciò a seguire la sua strada,

i suoi amici.

Nel corso del 1955 nonna e zia lasciarono la casa in via Volturno

per un’altra, in via Mazzini, molto più comoda, costituita di molti

ambienti e collocata al primo piano, proprio sopra al bar di Fortunato,

di fronte agli Armieri. Qui ella cominciò un po’ a intristirsi

perché si vedeva separata dalla vita pulsante della strada e vedeva le

cose solo da lontano, in maniera virtuale, le vedeva scorrere come in

un film, prive di vita, lontane, intoccabili. Fu allora che io, per tenere

loro compagnia, andai a vivere con nonna e zia Antonietta, ben sistemato

in una mia accogliente stanzetta che mi capitava di dividere

con zio Luca – che era finanziere a Napoli – quando questi veniva

la domenica o era a casa per una licenza. La casa aveva uno splendido

balcone dominante Piazza Municipio e la zona del quadrivio:

qui trascorrevo alcuni momenti delle mie giornate primaverili ed

estive, steso a terra, impegnato a giocare con i soldatini di plastica,

che erano uniti come regalo ad alcuni album di fumetti, di cui ero

un fruitore accanito sin da prima che avessi imparato a leggere. Lasciammo

insieme questa casa per trasferirci, insieme a tutta la mia

famiglia nella Taverna Giaquinto quattro anni dopo. Ma nonna e zia

si ritrasferirono, dopo qualche mese, in via Roma nella stessa casa

dove io ero nato e avevo vissuto l’infanzia e la prima fanciullezza.

Qui la nonna ricominciò a vivere, si riassociò alla strada, ai passanti

con i quali conversava a tratti; nelle giornate tiepide si metteva a lavorare

fuori sul marciapiede, appollaiata su una sedia mentre sull’altra

appoggiava la scatola contenente gomitoli di cotone “Pinguino”.

La raggiungevo spesso nei pomeriggi, dopo la scuola, anche perché

in un armadietto di casa sua tenevo conservato il mio sacchetto con

l’occorrente dei miei giochi del tempo: scarpe da calcio, pallone,

maglietta, pantaloncino, racchetta da tennis, tamburelli. Era mia zia

Antonietta a provvedere che in quel sacchetto trovassi sempre tutto

in ordine: scarpe ripulite e lucidate, maglietta e pantaloncino lavati.

Di suo marito parlava con molta parsimonia, con religioso rispetto.

Un giorno mi disse, con aria quasi persa, trasognata, che era

stato un abilissimo calzolaio, mentre mi mostrava il deschetto e gli

attrezzi che ella conservava in un angolo a mo’ di preziosa reliquia.

Da allora quello divenne l’angolo preferito dei miei giochi, mi immaginavo

ciabattino e speravo di diventarlo da grande, mentre battevo

con il martello sulla suola delle mie stesse scarpe infilate nelle speciali

forme di acciaio. Ancora oggi conservo in un angolo del mio

garage quegli strumenti.

Il nonno era deceduto nel 1936 in età ancora relativamente giovane.

Originario di Albori, un piccolo comune in prossimità di Vietri

sul mare in provincia di Salerno, nei primi anni del novecento –

avendo perduto il padre – insieme alla madre ed ai fratelli Peppino,

Veneranda e Luca, giunse ad Amorosi ove si stabilì e intraprese l’attività

di calzolaio, facendosi molto apprezzare per la finezza e per la

precisione delle sue produzioni fino a meritare l’appellativo di “Spinelli”,

notissimo proprietario di un accorsissimo negozio di scarpe

della Napoli a cavallo fra il XIX e il XX secolo. A detta della nonna,

il nonno possedeva il carattere solare del luogo da cui proveniva e

nel quale aveva vissuto i primi anni della fanciullezza e dell’adolescenza,

si portava negli occhi quel mare azzurro e sulla pelle l’odore

dei limoni e dei fichi d’India che sorgevano lungo le pendici del

monte Falerzio, che faceva da corona e da barriera al fascinoso agglomerato

di edifici in pietra e calce, sormontati dalle tipiche tegole

di fattura napoletana. Spirito sensibile, socievole, aveva passione per

la musica e suonava il clarinetto nella banda musicale di Amorosi.

Di lui, negli anni della mia primissima giovinezza, al tempo della

mia militanza nell’indimenticabile circolo Crac, Luigino Riccardi,

detto Picozzo, di cui curavamo, al momento, una esposizione dei

suoi quadri, mi mostrò una foto della banda con anche il nonno

con alle spalle il monumentale municipio, quello, poi, crollato

per i bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Fu quella la

prima e l’ultima volta nella quale ebbi contatto con la sua elegante

immagine, che, in effetti, rimandava, per l’incredibile somiglianza, a

quella di mio zio Luca. Negli anni successivi ho cercato di entrare in

possesso di quella foto per ricavarne una copia, ma il caro Luigino,

intanto, era passato ad altra vita e della foto, pare, si fossero perdute

le tracce. Tuttora la cerco e spero di riuscire ad entrarne in possesso

un giorno tramite Bianca, figlia del mitico Luigino.

Nonna ci lasciò il 19 maggio 1967 in una splendida giornata di

sole, era sorto da qualche ora il mattino che ne abbracciò l’inizio del

sonno eterno in un vivace bagliore di luce. Alcuni giorni prima era

caduta da una sedia mentre tentava di prendere nella mensola più in

alto della cristalliera la bottiglietta di caffè, che zia Antonietta, prima

di uscire, usava nasconderle per tenerne protetta la salute. In effetti

negli ultimi tempi non è che stesse tanto bene: cominciava a confondere

le cose a intrecciare e incrociare i pensieri, cominciava a diventare

ossessiva la nostalgia di zio Luca, il figlio lontano. Noi tutti,

scherzando, dicevamo che lei era una “cafettera”, adorava il caffè, lo

sorseggiava a piccole dosi durante il giorno ed io, forse, ho preso da

lei, ne sono l’immagine viva. La frattura di una caviglia la costrinse

a letto per una settimana, ma non riuscì a sopravvivere all’evento,

non era abituata alla staticità, già dopo due giorni voleva alzarsi,

scendere giù, sedersi avanti casa all’ombra dell’oleandro e guardare

la vita scorrerle innanzi agli occhietti attenti: si intristì e lentamente,

ma dolcemente si spense. Il suo ultimo e prolungato respiro fu per

noi il suo estremo saluto. La vita che l’aveva creata se la riportava

insieme ai tanti ricordi di cui era ancora testimone. Ancora oggi, con

frequenza, mi chiedo:

«Quante cose avrebbe potuto ancora dirmi? quanti detti, quanti

proverbi, quante sentenze? Quante cose avrei dovuto chiederle

perché non scomparissero insieme a lei?». Per tante cose, in effetti,

mi rammarico, oggi, di non averne sollecitato la memoria: dettagli

relativi al nonno Francesco e ai loro rispettivi genitori. Cose dei miei

bisnonni risultano, dopo mie ricerche, essere visibili sulla mappa genealogica

della mia famiglia, ma sono nomi freddi, inerti, che non

hanno il potere di dire, di raccontare. La sua saggezza se ne andava

via con lei, ma mi lasciava imperituro il ricordo della sua dolcezza

e della sua generosità. Aleggia da sempre su di me, mi protegge ed

ispira ed orienta ognuna delle mie azioni.

Io, invece, voglio raccontare quanto più posso, voglio raccontare

anche di me, soprattutto per chi, mentre sono vivo – non so

perché – non chiede niente di me, di quello che sono, di quello che

penso, di quello che desidero, di quello che spero, di quello in cui

credo o in cui non credo, di quello che mi preoccupa e mi atterrisce,

del perché di alcuni miei improvvisi ed acuti silenzi e, altre volte, di

esplosivi momenti di parola, del valore immenso che do al deserto

e alla solitudine veicoli di conoscenza verso la sapienza; voglio raccontare

la parte espressa del mio pensiero e lasciarla viva nel tempo

in deposito per i vivi, perché ne possano disporre secondo i bisogni

e le volontà. Voglio che insieme al mio corpo muoiano solo le parti

di me che non sarò riuscito ad attingere a quel pozzo sconfinato che

è l’io da cui ognuno di noi trae la sua primitiva origine.


(di Antonio Pellegrino)


Formato stampa Invia questa news ad un amico Crea un file PDF dalla news


Segnala questa news


Acquisto libri

Lontana è la primavera
Antonio Pellegrino
LONTANA E' LA PRIMAVERA
Book Sprint Editore - 2012
€ 12.30

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line



Altri racconti
Antonio Pellegrino
ALTRI RACCONTI
Aletti Editore -  2012
€ 14.00

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line



Immacolata Solitudine

Antonio Pellegrino
IMMACOLATA SOLITUDINE
Albatros -  2011
€ 11.50

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line



Itinerario verso l'io 
Antonio Pellegrino
ITINERARIO VERSO L'IO
Albatros -  2010
€ 12.50

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line