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Antonio Pellegrino, Immacolata Solitudine, Albatros, Roma, Marzo 2011

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• Cultura : QUINDICI AGOSTO: L'ONOMASTICO DI MIA MADRE - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 15/8/2015 8:10:00 (1622 letture)


QUINDICI AGOSTO:

L'ONOMASTICO DI MIA MADRE
 






E’ il 15 agosto dell’anno 2013, per i molti, o per i più, è il ferragosto, l’apice gaudente della lunga e movimentata estate, il giorno delle gite fuori porta o verso posti ancora più lontani. Per me è il giorno dell’Assunzione, è il giorno, in cui, in solitudine, riesploro, nel ricordo di mamma Assunta, i tanti momenti di assoluta magia, vissuti insieme alla mia splendida famiglia nelle diverse epoche della mia vita, che comincia a volgere la prua verso il tramonto. E’ tutto raccolto, sistemato con ordine, in quel grande scrigno, che è il mio cuore. Con l’ausilio della mente, che ancora combatte e fa da frangivento al tempo, pescando nel pozzo profondissimo dei ricordi, proverò, ora, a rievocare episodi dolcissimi e frammenti di irripetibili emozioni.




Tutto il
rispetto per il Natale e per la Pasqua, ma in casa mia il ferragosto è stato
vissuto in maniera sempre speciale per il dovuto tributo a quella grande mente
della nostra famiglia che era mia madre, Assunta per tutti, Assuntina per mio
padre Giulio, suo grande adoratore, il suo cavalier servente, pronto a
intervenire per ogni sua necessità. I preparativi per la grande festa
iniziavano almeno una settimana prima, forse di più. Sarebbero arrivati tutti,
per l’occasione, da ogni posto d’Italia, da lì dove – quelli che non c’erano
più – si erano trasferiti per matrimonio o per lavoro, e fra questi io. Gli
ultimissimi anni erano diventati lirici addirittura, la famiglia era cresciuta
a dismisura, si era arricchita di una schiera foltissima di nipotini, bisognava
preparare più tavoli per poterci contenere tutti durante il luculliano pranzo,
solitamente erano tavoli per età: per i bambini, per gli adolescenti, per gli
adulti. Ma… i travasi erano frequenti, ci si spostava in continuazione, e, a
tratti, in momenti particolarmente significativi, si era tutti insieme intorno
al tavolo più importante. Quest’ultima cosa accadeva, soprattutto, in occasione
della divisione della grande torta, del brindisi, degli auguri gridati in coro
e cantati da qualcuno. Mi risuonano intorno le voci di ognuno, ognuno con il
suo tono, il suo ritmo, il suo timbro. A tratti rivedo vecchi album e film
  anche mitici superotto, risalenti a
tempi in cui la registrazione analogica e poi quella digitale erano illustri
sconosciute – che mi riportano nel clima vivido di momenti epici che cerco di
rubare al tempo che vorrebbe portare via i dettagli, nasconderli alla memoria
resa, comunque, più fragile dal peso dei troppi anni trascorsi. Le sequenze
scorrono veloci e raccontano il tempo, tutto il tempo, raccolto in quella
stregoneria pura che è il linguaggio cinematografico; mi fermo, di tanto in
tanto, su alcune scene, vive come fossero un eterno presente; a volte torno
indietro per rivedere e rivedere, cogliere cose che mi erano sfuggite allora. La
pellicola, in effetti, è capace di compiere i miracoli che il tempo reale ti
sottrae, riporta il tempo al tempo, le immagini alle immagini, le parole alle
parole, e tutto può essere riesaminato con calma, riletto, rimeditato, tradotto
in alcuni sensi che erano rimasti, al momento, in ombra: tutto appare più
chiaro, il passato che dal passato parla al presente, ripresenta la sua storia,
ricucita ai nuovi eventi, rivendicando l’eternità. Mi scorrono avanti agli
occhi, lucidi di intrattenibile emozione, i volti di tutti, rivivo sensazioni
che sembravano essere morte nell’abbandono del fatalismo della rassegnazione,
succhio l’anima di ognuno, di ogni cosa: la sobrietà di mio padre; il viso
altero di mia madre; l’ironia di Lena e la flemma di Franco; gli occhi attenti
di Anna; la pignoleria di Luca e le cocche di famiglia, Rita e Adriana, ultime
arrivate di una prolifica nidiata di sette; i cognati e le cognate, che sarebbe
lungo elencare;  gli angeli custodi di
famiglia, finché ci furono, nonna Maddalena, zia Antonietta e zia Mariantonia;
i bambini, festanti, compresi in ogni fascia dell’età evolutiva, dai neonati a
quelli un po’ più cresciuti; e, via via, i volti di tutti gli altri, il caffè
servito in giardino, ove ci si radunava tutti per vivere i momenti conviviali
del dopo pranzo. Il giardino, regno incontrastato di mia madre, esplodeva di
colori e di verde, filtrati dalla luce accecante dei bollenti meriggi d’agosto.
Si formavano, nei vari angoli, capannelli di persone, secondo l’età e la
compatibilità, impegnate in fitti chiacchiericci, mentre i ragazzi correvano di
qua e di là inseguendo un pallone, una palla o una pallina, alcuni giocavano a
tamburelli, altri a tennis, coccolavano, di tanto in tanto, gattini o cagnolini
al momento ospiti di casa.



Si era soliti,
a casa mia, per tutta una serie di motivi, che qui tralascio, fare le vacanze
al mare nel mese di agosto. Le mete preferite, secondo gli anni, erano Porto
Recanati, Palinuro, Minturno, Paestum, Baia Domitia. I miei genitori, di solito
non venivano, se non, per qualche singolo giorno, preferivano vivere il riposo nella
loro casa, fra le loro cose, nel loro habitat naturale. Tanto era il rispetto
che in famiglia si nutriva per l’evento del 15 agosto, che, da dovunque si
fosse, per quel solo giorno, si rientrava per vivere tutti insieme, come
sempre, il grande rito dell’onomastico, celebrato in maniera quasi religiosa,
una nostra mania, che carica l’oggi di tanta irrefrenabile nostalgia. Tante
cose sono cambiate, siamo cambiati noi, è cambiata la storia, sono cambiati i
costumi, si preferisce inneggiare ad altri eventi, ci si lega ad altri miti che
portano lontano, fuori da quel grande centro che era la famiglia. La famiglia,
ora, è sparpagliata, divisa in tanti gruppi, ciascuno coltiva propri interessi,
propri orientamenti, la comunione amicale è diventata il modo nuovo di viversi
come famiglia. A testimonianza di ciò che era stato, rimangono i sentimenti
dipinti nei cuori come su una grande tela che tutto conserva. Rimangono, oltre
i filmini, le foto, alcune pregevoli davvero, che fanno anche da campionatura
dell’evolversi nel tempo dei mezzi di ripresa. Pregevoli sono quelle in bianco
e nero, quelle che raccontano gli eventi più lontani, mostrano i volti dei
grandi patriarchi e mostrano l’usura dovuta al tempo, che le rende più
fascinose, chiazzate, come sono, di macchioline rugginose. Per il timore che
tali pregevoli documenti, scrigno magico di ricordi altrettanto preziosi,
possano essere distrutti da un evento o fortuitamente perdersi, da qualche anno
li sto trasformando in digitale per meglio proteggerli.





Qualche anno –
ricordo, in particolare, il 1988 – abbiamo rotto la tradizione e trasformato il
grande raduno del 15 agosto in un pic-nic. L’innovativa idea era balenata nella
mente di quei nipotini che stavano superando l’età della fanciullezza e si
approssimavano alla fatidica soglia dell’adolescenza. I tempi stavano cambiando
a un ritmo velocissimo come mai era stato in tutta la storia precedente, essi
sentivano il bisogno di vivere dinamicamente e con spirito avventuroso le loro
ore. Mi disse, qualche giorno prima dell’evento, la più grande fra tutti,
Patrizia:








«Zio, non si
potrebbe festeggiare la nonna fuori, in montagna, come solitamente si fa per il
Lunedi in Albis? In questo caso dovremmo andare in esplorazione di un posto
adatto a noi, adatto ai nonni, al nonno, soprattutto, che ha difficoltà a
muoversi, un luogo non troppo lontano, accessibile dalle auto, spazioso e ricco
di prati e di verde, ombreggiato da alberi. Il lago Matese, non sarebbe adatto
per un giorno estivo essendo un luogo troppo aperto e avremmo difficoltà a
trovare l’ombra. Nel caso potremmo portarci anche la tua tenda canadese per
consentire ai bambini più piccoli di poter giocare e trovare un ricovero più
sicuro per le ore più calde. Che ne dici? Credi che sarebbe possibile? Glielo
diciamo alla nonna? E’ meglio che lo faccia io o che lo faccia tu?». Era il
primo segnale che i tempi stavano cambiando. Le nuove generazioni seguivano le
mode diffuse dalla musica popolare di quegli anni ’80 al tramonto, ci si
approssimava agli anni ’90 e l’anno mitico dell’inizio del nuovo millennio
appariva sempre più vicino, trasmettendo sensazioni frenetiche. Non ci sono
dubbi, ella era stata molto chiara, parlava a nome degli altri cugini, suoi coetanei,
manifestava per sé e per gli altri l’esigenza di festeggiare la nonna in un
modo nuovo, più giovanile, diverso, fuori del recinto di casa, che a loro
cominciava ad apparire stretto.





Presi a volo
il suggerimento di Patrizia e, il giorno dell’antivigilia, radunato un gruppo
di nipotini, partimmo in esplorazione: passammo prima al setaccio, verso nord,
l’intero percorso Amorosi-Pietraroia-Bocca Della Selva; ci spostammo poi sul
versante opposto della Valle Telesina e, verso sud, analizzammo con cura il
percorso Amorosi-Melizzano-Frasso Telesino-Prata del Taburno. Da Prata del
Taburno in poi continuammo a salire fino a raggiungere l’apice che divideva il
versante della Valle Telesina da quello della Valle Caudina. Prendemmo di petto
la ripida discesa con l’intenzione di arrivare fino a Montesarchio, ma
cominciava a farsi tardi, erano vicine le ore dell’imbrunire. Riorientammo,
dunque, la prua verso nord e riprendemmo la via del ritorno, rifacendo al
contrario lo stesso percorso dell’andata, continuando, tuttavia, a essere
attenti, più ancora di prima, a eventuali soluzioni, altrimenti saremmo dovuti
ritornare in missione esplorativa anche il giorno dopo. Il sole cominciava ad
avvicinarsi alla linea dell’orizzonte, i raggi si coloravano di riflessi
violacei, aumentavano le zone di ombra e l’aria rinfrescava, diventava
frizzantina, i luoghi intorno erano ameni, dominati da folti boschi di abeti,
si sentiva anche da lontano il profumo degli umori umidi del sottobosco. La
strada era arsa dal sole, l’asfalto, in alcuni punti, sembrava liquido e si
incollava alle gomme dell’auto che sembrava quasi essere trattenuta, fare
fatica. Stavamo risalendo la china del Taburno nel versante della Valle
Caudina, diretti verso la nostra valle, storica culla di vicende sannite,
coloratissimo e ondulato bacino di accoglienza del Volturno e del Calore. Avevamo
ancora qualche ora di luce, potevamo ancora consentirci qualche breve avventura
esplorativa. Per una improvvisa intuizione di Lino, fratello minore di
Patrizia    uno dei più grandi fra i nipotini che mi
portavo dietro – che aveva fiutato qualcosa nei dintorni, sia pure con qualche
mia reticenza, lasciammo la strada principale per imboccare a sinistra, sul
lato della spalla della montagna, uno stretto e accidentato sentiero, che,
ripido, scendeva verso un’ampia conca, della quale, si intravedevano, da
lontano, alcuni spicchi di verde che davvero facevano gola. Il nostro
difficoltoso avanzare lungo il sentiero, che a malapena riusciva a contenere
l’auto, era accompagnato dalla cadenzata melodia dei campanacci delle mucche e
delle capre, che, sparse di qua e di là, si arrampicavano tranquille, con
movimenti flemmatici, lungo la montagna. Più volte mi sorse il dubbio che non
si potesse procedere oltre: l’auto, a volte, toccava a terra ed ero preoccupato
soprattutto per la marmitta. Intanto i minuti scorrevano veloci, o così a me
sembrava che fosse, verso il tramonto facendo crescere il mondo delle ombre. La
luce si opacizzava sempre di più mentre procedevo con cautela, incitato ad
avere coraggio dalle voci ingenue dei ragazzi; le ragazze, in particolare, non
vedevano l’ora di raggiungere il manto setoso di quei prati che apparivano
essere incontaminati da esseri umani. Stavamo per raggiungere un pezzo di
natura, forse, vergine, posto nel deserto della sua stessa solitudine,
accompagnato dal silenzio, interrotto, solo a tratti, dai palpiti sonori dei
suoi stessi armonici deliri. Cominciavo anche io a gustare quel silenzio,
quell’agitarsi di foglie mosse dai primi sbuffi di vento dell’incipiente sera.
Ero sempre più agitato, come quelle foglie, 
non vedevo l’ora di arrivare e sentire sotto le narici il profumo
intenso di quei prati in attesa, il respiro della vita. Speravo di poter
raggiungere l’agognata meta. I ragazzi, in coro, intonavano canzoni di luca
Carboni e di Lucio Dalla, Di Vasco Rossi e di Renato Zero, di Whitney Houston,
erano nel pieno della loro gioia di crescere, di sentirsi grandi e
protagonisti, non sapevano ancora cosa fosse la vita, quella vera intendo dire.
A un tratto, un masso, al centro del sentiero, ci ostacolò il cammino, sembrava
essere stato messo lì apposta, forse, dagli agenti della forestale, forse da
pastori per difendere i loro pascoli, forse dalla natura per proteggere se
stessa. Scendemmo tutti dalla macchina per osservare bene il campo e trovare
una soluzione o prendere la via del ritorno. Si valutarono varie ipotesi,
ognuno ne fece una sua, scegliemmo, quella più logica ma anche la più rischiosa
dal punto di vista legale. Se la pietra era stata messa là dalla forestale un
motivo ci doveva pure essere… Decidemmo di rischiare. Con l’impegno di tutti
spostammo più di lato il masso con l’intento di ricollocarlo al suo posto al
ritorno. Fu una gran fatica anche se erano stati in parecchi a prestare un po’
della propria energia. Il masso fu spostato di quel tanto che alla 127 special
di color lavagna – comprata da poco, barattata con la vecchia e mitica 500,
compagna dei miei anni giovani – fu possibile riprendere la corsa. Eravamo di
nuovo euforici, anche se l’euforia mia, che avevo la responsabilità di tutti
sulle spalle, era meno urlata, molto più cauta, circospetta. Mi guardai intorno
per scrutare se ci fossero occhi che guardavano, temevo la presenza della
forestale, il luogo era davvero magico e non avevano avuto tutti i torti gli
agenti se avevano fatto ricorso a ogni mezzo per proteggerlo, per preservarne
l’originaria purezza. Mi sentivo un po’ in colpa, mi sembrava di stare
calpestando un velo vergine di vita.





Fummo accolti
da un rincorrersi di piccoli seni collinosi fra i quali si aprivano, a tratti,
zone pianeggianti, veri e propri tappeti di verde simili a campi da calcio, ma
di forma irregolare. Le zone più collinose erano rivestite da fitti manti
boschivi nei quali si incrociavano fra di loro larici e abeti punteggiati da
felci e ginestre. Il pendio, dolcemente degradante verso una vasta radura,
decidemmo che sarebbe stato il sito che avrebbe accolto la nostra gioia di
vivere. Memorizzammo bene la zona, qualcuno di noi disegnò uno schizzo, una specie
di mappa che ci avrebbe ricordato anche il percorso per ritrovare il luogo. Facemmo,
quindi, un ampio respiro, fino a riempire i polmoni, e prendemmo la via del
ritorno. Non c’era altro tempo da attendere, il sole cominciava già a
scomparire dietro la linea dell’orizzonte, la luce si era già imbrunita e
l’aria, già di per sé frizzantina, cominciava a dare brividi alla pelle.
Raggiungemmo con la macchina la zona del sasso, qualcuno ci arrivò a piedi.
Anche per scoraggiare eventuali altri esploratori, risistemammo il sasso nel
punto in cui lo avevamo trovato, sapendo che avremmo dovuto compiere
l’operazione contraria quando saremmo tornati due giorni dopo, ma ormai
sapevamo quali sarebbero stati i movimenti da compiere. Riscendemmo la montagna
fino a Frasso Telesino, cominciavamo a sentire il respiro di casa, era già buio
fitto quando la raggiungemmo verso le ore 21.30.





Erano tutti ad
attenderci con aria piuttosto preoccupata, non avevamo fatto mai così tardi in
circostanze simili, In genere i nostri rientri dalle nostre avventure estive
non erano mai oltre le ore 20.00, era una specie di regola che ci eravamo data
in famiglia anche per essere puntuali per l’ora di cena. Erano altri tempi
quelli e certe tradizioni venivano religiosamente rispettate.  E a cena si parlò molto della nostra
esplorazione, del luogo paradisiaco che avevamo trovato, avevamo bisogno di
preparare le menti e gli spiriti di tutti a un evento che non tutti
condividevano, si sapeva già che alcuni di loro mimetizzavano la loro pigrizia
nel muoversi, nel rispetto dovuto alle tradizioni, Si sentirono prima degli
sbuffanti brontolii, poi, qualcuno, senza peli sulla lingua, si fece avanti ed
esclamò con voce sicura:  





«Non ci si può
allontanare da casa proprio in un giorno come questo! Quando mai lo abbiamo fatto?».
Si temette, a un tratto, che, per non rompere l’armonia del clima familiare
proprio in una occasione come quella, si dovesse rinunciare al progetto e
accodarsi, ancora una volta, all’area più tradizionalista della famiglia. A
rompere le corna del toro fu proprio mia madre, la festeggiata, che così, cogliendo
tutti di sorpresa, sentenziò:  





«Per una volta
almeno si può rompere lo schema fisso delle tradizioni, piacerebbe anche a me
passare una bella giornata fuori, in montagna, a contatto con il respiro dei
boschi». Ci fu un’ovazione da parte dei giovani, che corsero ad abbracciare la
nonna. La decisione sul da farsi fu presa quella sera stessa e, in tal modo, ci
si cominciò a preparare già dal giorno successivo: non ci sarebbero state
tavole, ma tavolini portatili; non ci sarebbero stati bicchieri di vetro, ma di
plastica; ci sarebbero stati fornellini a gas; ci sarebbero state coperte e
tovaglie da stendere a terra sui prati; ci sarebbero state sdraio e sedioline
pieghevoli; il resto l’avremmo trovato sul posto, ci sarebbe stato offerto
dalla natura stessa, sarebbe stata essa a essere prodiga della legna necessaria
per i bisogni culinari, di massi per organizzare artigianali ma pratici
barbecue. Ci sarebbero stati, a corredo, la cassettina del pronto soccorso, la
mia tenda canadese, palloni e palline, tamburelli e racchette da tennis, il
volano, la rete per la pallavolo, le immancabili carte da gioco, libri e
fumetti da leggere, in momenti di relax, raccolti in una rasserenante ombra, e
una buona scorta di cappellini di ogni foggia per difendersi, eventualmente,
dai raggi bollenti del sole d’agosto, che in montagna sono capaci di trafiggere
più ancora che al mare. Una grande tribù fatta di gente di ogni età, dal più
anziano a bambini di 3/4 anni, era pronta sul nastro di partenza, gli animi
erano frementi per l’ansia dell’attesa, un’ansia di diverso spessore e di
diversa qualità secondo le persone: per alcuni era un’ansia di libertà, di
avventura e di scoperta; per altri era un’ansia di pericoli imprevedibili e di
preoccupazioni. La notte fu agitata da sogni, i più giovani non avevano dormito
per attendere l’alba che giunse radiosa, premonitrice di una giornata
splendida. Alle ore 06.00 del mattina l’aria era fresca, era un’aria da bere tanto
appariva pura, si lasciava respirare a pieni polmoni. Il raduno di ogni gruppo
era stato fissato a casa dei nonni per le ore 06.30. Avevamo deciso di partire
presto per viaggiare con il fresco ed evitare di correre il rischio che il
posto ci fosse preso da qualcuno, anche se ci fidavamo dell’enorme sasso che
stava lì a fare da sentinella al sentiero e che avrebbe scoraggiato, per tutta
una serie di motivi, chiunque, a meno che non fosse qualcuno pazzo più di noi,
che un po’ pazzerelli lo eravamo di certo.





All’ora
stabilita, senza indugi, il nostro corteo di macchine si diresse, verso sud
puntando verso la dorsale montuosa del Taburno. Attraversammo il ponte
Iacobelli sul fiume Calore e, di seguito, la frazione Torello, Melizzano e
Frasso Telesino, raggiungemmo la Piana di Prata, che costeggiammo sulla destra,
risalendone la china fino ad approssimarci di parecchio al vertice della
montagna, che segnava lo spartiacque fra la valle Telesina a nord e la Valle
Caudina a sud. A questo punto prendemmo il fatidico sentiero a destra che ci
ricondusse nel luogo agognato. Gli altri erano stati avvertiti della presenza
delle difficoltà e del masso ostruente il percorso il che non impedì ad alcuni
di sentirsi sconcertati di avere avuto il cocciuto ardire di esporre gli
anziani, soprattutto, a certe peripezie quando si sarebbero potute fare anche
cose più semplici o recarsi verso luoghi meno impervi e più conosciuti. Ma…,
pensavamo noi fra di noi:  





«Cosa c’è di
più semplice della natura! Le stesse difficoltà, se non peggiori, avremmo
potuto incontrarle per raggiungere una qualunque altra località turistica:
affrontare il traffico intenso di quel giorno non sarebbe stata certo cosa meno
pericolosa». Finalmente la meta! A partire dall’ultimo tratto dell’aspro
sentiero, cominciava a mostrarsi ai nostri occhi in tutta la sua
spettacolarità, nella sua assoluta unicità. Gli spiriti di tutti cominciavano a
rasserenarsi, ci saremmo presto distesi sul quel mare di verde, mescolando le
nostre vite alla sua stessa vita.





L’armonioso
silenzio dei suoni della natura era li ad attenderci, ad accoglierci in un
abbraccio profondo fatto di sintonia di sentimenti, di bisogno di pace e di
serenità, il nostro desiderio era di riconciliarci per qualche ora con la vita,
e la montagna, in tale senso, ci porgeva la sua mano solida in aiuto, avevamo
bisogno di avvertirla dentro di noi, di sentirci uniti come fossimo cosa unica,
unica sostanza, parte di un unico essere. L’aria era gradevole, ventilata, il
cielo era limpido, sereno quanto mai, il verde dei faggeti, predominanti sul
tutto, era intenso, ci raggiungevano, da lontano, rintocchi di campana, che
annunciavano il giorno, dai paesi posti nelle vallate, il cinguettare continuo
di passere mattugia e di pettirossi, di poiane e di rapaci, di colombacci e di
tordi. Avevamo spazi enormi a disposizione, c’eravamo solo noi e intorno un
mondo di meraviglie, ci sentivamo come a casa nostra, liberi di godere della
nostra intimità. Disponemmo il tutto con una logica quasi militare, intendo con
una precisione che non dava luogo a preclusioni. Furono architettati vari
angoli, spazi mirati a specifiche utilità: un angolo più sicuro per i giochi
dei bambini più piccoli, radunati intorno alla tenda canadese; l’angolo dei
fanciulli e dei preadolescenti; gli angoli dei singoli raggruppamenti di
famiglia; l’angolo del pronto soccorso, l’angolo cottura; l’angolo del
raccoglimento e della lettura; l’angolo della pallavolo; coronata dai dolci
declivi collinosi –  lungo i quali ci eravamo
sistemati – una piccola vallata, armoniosamente piatta, che fungeva da campo da
calcio e da campo da tennis e pallavolo. Insomma, avevamo ideato un vero e
proprio villaggio provvisto di tutti i confort e dei servizi essenziali; non
mancava una sorgente di acqua limpidissima che zampillava freschissima da una
roccia della montagna posta a poca distanza dall’accampamento, raggiungibile,
proseguendo per un tratto a piedi, verso l’alto. Avevamo provveduto a sistemare
adeguatamente nelle loro poltroncine il papà e la mamma, i nonni di tantissimi
nipotini, su una spianata ombreggiata da alcuni faggi e da una spettacolare e
antica quercia solitaria, un po’ insolita da vedere in un posto come quello.
Intanto, il villaggio si andava animando delle nostre voci, dei nostri respiri,
dei nostri sogni e dei nostri desideri, della nostra sete di libertà assoluta,
che potesse sopravvivere, almeno per un giorno, in un tempo, caratterizzato
dalla frenesia crescente, che tutto  era
pronto a rubarti, perfino l’anima, anzi soprattutto quella. Eravamo attrezzati
di barbecue e di bombole di gas, tuttavia, per rispetto alla tradizione dei
picnic classici, organizzammo subito alcune squadre per la ricerca di legna e
di altre cose affini per accendere anche il fuoco a terra all’interno di un
focolare creato mettendo in circolo massetti trovati in zona. Insomma. Eravamo
una coloratissima tribù di indiani in pieno fermento, non mancavano i bisonti,
nella fattispecie di robustissime mucche che riuscivamo a vedere da lontano
arrampicate lungo le aspre fenditure della montagna. Mentre i più piccoli, compresi
nell’età fra i tre e i cinque saltellavano felici intorno alla tenda canadese,
immaginando chi sa quali realtà diverse da quelle della vita quotidiana, i più
grandicelli si erano già divisi in due agguerritissime squadre, la squadra A e
la squadra B, e giocavano al calcio con me che facevo da arbitro pronto a
spegnere a dovere ribollenti spiriti; i nonni erano tranquilli all’ombra della
quercia, leggevano un giornale e a tratti allargavano il loro sguardo sullo
sconfinato spazio che avevano intorno, riempiendosi gli occhi del verde dei
prati e dello splendido blu di un cielo spettacolare attraversato da snelle
venature di nubi e da volatili di ogni foggia; le donne adulte smanettavano già
intorno ai fornelli, mentre tentavano anche di accendere il fuoco ben
coadiuvate da qualche uomo più esperto. Erano le 07.30 di una mattina
radiosissima, l’aria era freschissima, il silenzio sovrano, la pace interiore
infinita, il canto della natura faceva compagnia agli spiriti che apparivano
distesi, esalava già l’odore del caffè, era pronta la prima colazione,
riccamente imbandita intorno ad una serie di tavolini pieghevoli disposti nello
spazio quasi si fosse nell’area esterna di un fastoso ristorante. Un mio colpo
di fischietto, diverso da quelli che si usano durante il gioco, contribuì a
radunare tutti intorno al primo momento conviviale del giorno. Ci si rimpinzò
perbene prima che ciascuno riprendesse l’attività in cui prima era impegnato.
Le donne adulte, dopo avere rassettato, insieme ai loro consorti si
avventurarono lungo la montagna, fecero ritorno una mezz’oretta dopo con fra le
mani buste contenenti erbe aromatiche e tronchetti di legna per il fuoco.
Intanto i nonni, sotto la secolare quercia, avevano fatto da vigile sentinella
ai bambini e agli adolescenti che avevano continuato a occuparsi dei loro
avventurosi giochi. L’incontro di calcio fra ragazzi era terminato con la
vittoria della squadra “A” per 4 a 3. Tutti insieme, ora, partivano in
esplorazione con il compito ricevuto di portare al ritorno l’acqua fresca della
sorgente, raccolta in apposite bottiglie e borracce, mentre le donne adulte già
si preparavano per approntare il pranzo. Fra un tira di qua e un tira di là, si
era giunti già intorno alle ore 11, si avvicinava mezzogiorno. Le ore erano
corse veloci, ci stava scivolando fra le mani la prima metà della splendida e
insolita giornata. Ricordo che non era un comune picnic, era il 15 agosto, il
giorno della gran festa per la mamma, una vera e propria rivoluzione in questo
senso. Ci fu una mezz’ora di sosta tra le 12.00 e le 12.30, che ciascuno dedicò
a se stesso secondo i suoi bisogni: qualcuno leggeva, qualcuno passeggiava
solitario, qualcuno si crogiolava nella vista del paesaggio intorno, qualcuno
meditava chissà quali misteriosi pensieri, qualcuno pensava nostalgicamente
che, di lì a poche ore, quei momenti magici sarebbero terminati, e c’era chi
contava le ore residue delle sue vacanze e il giorno dopo sarebbe dovuto
ripartire, i ragazzi, soprattutto, che, forse, avrebbero potuto rivedersi solo
in occasione del Natale e, poi, della Pasqua. Quella tribù di affetti
incommensurabili era davvero un mondo variegato, nell’insieme rappresentava
molti pezzi della nostra Italia, ognuno proveniva da qualche parte e a quella
parte sarebbe ritornato. Nell’angolo cucina, intanto, era tutto un andirivieni,
c’era una particolare animazione, era il mondo delle donne, sia le più grandi
che le più piccole, ciascuna era impegnata in qualche cosa, sembrava un attivo
formicaio, visto da lontano. Esalavano nell’aria i primi aromi, che si univano
a quelli che già la natura produceva di per sé, dominante su tutto l’odore di
arrosto che proveniva dalla direzione in cui era stato acceso, con mille
precauzioni, il fuoco. Una mezz’oretta ancora e il rito del pranzo ebbe inizio,
occupò buona parte di quel primo pomeriggio, si concluse con il grido unanime
di auguri davanti alla grande torta producendo un grande brivido di emozioni,
le stesse di sempre, fotografate e filmate, ammesso che si potessero fotografare
e filmare le emozioni. Ma io, che ero il fotografo e il cineasta di famiglia,
ci provavo, provavo a racchiudere in quelle immagini tutto quanto fosse possibile
per trasmetterle poi al tempo eterno dei ricordi insieme ai pensieri, alle preoccupazioni
e alle speranze della magia di quei momenti irripetibili. A volte, oggi,
riguardo quei vecchi album, e quelle immagini di carta sembrano parlarmi; mi
parlano, addirittura, quelle contenute nei vecchi superotto, alcuni muti, e
nelle riproduzioni analogiche contenute nelle prime ed eroiche VHS: ricordi,
apparentemente banali, sono, invece, essi il tessuto fondamentale della vita di
ciascuno di noi e che pochi riescono a esorcizzare attraverso le parole,
resuscitandoli, prima, e consegnandoli all’eternità, poi. Ma la giornata non
era finita, dopo il lungo pranzo, che aveva assorbito tutta la nostra attenzione,
e dopo una sosta, vissuta da ciascuno nel modo suo in un suo angolo riservato,
all’ombra di un albero o di una siepe, ripresero i giochi dei più piccoli, che
avevano trasformato la tenda canadese in Fort Apache; mentre quelli più grandi,
e con qualche adulto volenteroso, si avviavano per un giro di perlustrazione
lungo i boschi e le radure, che, a tratti, si aprivano di qua e di là,
mostrando il volto di un cielo profondo che già cominciava a preparare i primi
riflessi violacei, portando le prime ombre della sera. Lungo la via del ritorno
verso il campo base – ove a controllare l’attività dei ragazzi erano rimasti
altri adulti e i nonni – il sole iniziava già l’ultimo tratto del suo faticoso
viaggio nell’universo, declinando dolcemente verso occidente. Era il segnale
che bisognava cominciare a prepararsi per ripercorrere la montagna all’indietro
e ritornare verso la Valle. Fummo attenti a non lasciare a terra neppure una
briciola di pane, raccogliemmo ogni cosa residua in sacchetti di plastica che
ci portammo dietro, lasciammo sul posto solamente i nostri respiri, i nostri
euforici aneliti, mescolati all’aria;  i
ricordi, carichi di mille immagini e di care voci, ce li riportammo indietro,
perché ci potessero essere compagni per sempre. Rispostammo di nuovo il masso,
in modo da lasciare tutto come l’avevamo trovato il giorno della prima
esplorazione, e… via verso casa.




Una splendida giornata
era terminata, eppure era iniziata con qualche mugugno malnascosto da parte di
chi avrebbe preferito vivere il 15 agosto nella maniera tradizionale, in casa e
intorno ai tavoli. Non avevamo perso di vista il senso della festa, l’avevamo
vissuta in mezzo alla natura, abbracciati dall’aria aperta, ma era stata quella
festa, quella di sempre, l’avevamo vissuta con quello spirito. Avevamo
coccolato la nonna di tanti nipotini come e più di sempre, tutto quanto ci era
intorno aveva collaborato con la nostra goliardica felicità: erano stati i
giovani, questa volta, a dipingere di colori nuovi quel giorno, lo avevano
immaginato e realizzato, lo avevano animato dei loro sogni, erano stati essi i
protagonisti e avevano fatto sentire più giovani anche quelli la cui vita aveva,
ormai, alle spalle una lunga coda di ricordi.



(di Antonio Pellegrino)


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