Login

Nome utente:

Password:


Password persa?

Foto dall'Album

Oggetti nei piani
L'autore con il prof. Pietro Mastrocola

Social Network

Il mio Canale

Il mio Profilo 

Seguimi su FACEBOOK

Cerca nel Sito

Contatore visite

• Cultura : DON NICOLA E LA FARMACIA CHIANESE - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 21/5/2008 8:00:00 (1218 letture)


DON NICOLA E LA FARMACIA CHIANESE



Ero un bambino quando ebbi modo di entrare per la prima volta nella farmacia Chianese. Al tempo era sita in via Roma, la via Roma degli anni ‘50, armonica e silenziosa, il tranquillo salotto del paese . La Farmacia era a sinistra, procedendo dalla piazza, di fronte al Cinema Iris, all’angolo del vicolo Volpe, fiancheggiata dalla segheria Fappiano e sottostante l’abitazione del maestro Gennarino Rapuano.





Era un tardo pomeriggio estivo, avevo calzoncini corti di colore blu e una magliettina alla marinara a strisce orizzontali, com’era nella moda del tempo. Attaccato alla mano di mio padre Giulio – il che mi dava sicurezza – ero intimidito dal fatto di dover varcare la soglia di un luogo che mi creava soggezione, che sarebbe rimasto mitico nella mia mente. Eppure, era solo una farmacia, un negozio come tanti altri, un negozio come quello di generi alimentari di Mafalda e di Teresina Di Pietro, un negozio in cui si vendevano medicine, solamente medicine, niente altro. Cosa aveva, dunque, di diverso dagli altri negozi tanto da produrre in me una specie di timore reverenziale, una timidezza profonda nel dovervi accedere, quasi fosse un tempio sacro? Essa non era, in effetti, solo una farmacia, era, invece, “un luogo”, il luogo di incontro di gente speciale, era il luogo di raduno quotidiano dell’aristocrazia intellettuale, professionale e imprenditoriale del tempo, della gente, insomma, più in vista nel paese, della gente per cui, oggi, si userebbe, probabilmente, l’esemplificativa parola “vip”. La Farmacia Chianese  era il cenacolo dei dibattiti, vi venivano macinate e rimacinate idee che riguardavano la cultura in generale, la cronaca locale, nazionale e internazionale, la politica, la religione… Entrandovi si avvertiva un clima da salotto letterario o da circolo culturale, l’ambiente era molto selezionato, frequentato da persone speciali non tanto o non sempre per la cultura posseduta ma per il modo di essere, per l’unicità assoluta del dire, del fare, del muoversi e gesticolare, del pensare. A volte, si discuteva con pacatezza e con eleganza, con stile e senza arroganza, con toni e parole misurati, opportunamente bilanciati, si parlava sottovoce, ci si confrontava, si proponeva, si faceva e si disfaceva allo scopo di potere ottenere il migliore risultato possibile; altre volte, invece, il tono si accendeva, ci si scontrava con cipiglio rasentante l’isteria, le parole scuotevano l’aria in modo impetuoso,  per non dire anarchico. Quest’ultima cosa succedeva, soprattutto, quando venivano emergendo le differenze sostanziali fra le tre diverse anime politiche dei contendenti: quella comunista, quella democristiana e clericale, quella liberale, che in Amorosi aveva un certo peso, essendo rappresentata da leader molto seguiti e apprezzati come l’avvocato Pio Maturi e, di una spanna al di sopra di tutti, dal sindaco dottor Bernardo Roscia, medico pregevole e amministratore di grande oculatezza . La lotta fra le tre diverse visioni della gestione della vita pubblica era acerrima e si consolidava nel tono e nel ritmo in prossimità di elezioni nazionali, provinciali o comunali: non c’erano ancora, all’epoca, le regionali e le europee, per grazia di Dio, altrimenti si sarebbe finito per discutere con la solita asprezza, e armati di fulgenti corazze da guerrieri ed eroi d’altri tempi, tutto l’anno e tutti gli anni. Ma la politica locale faceva, soprattutto, presa sui contendenti: il professore Pontillo , celeberrimo matematico, tipo dall’atteggiamento flemmatico, dalla parola lenta ma sferzante, incisiva e precisa, millimetrica colpitrice di bersagli, si lamentava dei potenti mezzi della Chiesa e della invadenza del parroco don Vincenzo sulle problematiche politiche del paese; d’altra parte, il prete ribatteva che il professore Pontillo nella piazza, nelle strade e nel bar Cacchillo compiva il tentativo di plagio sui giovani, a partire dagli adolescenti in erba, discutendo di Marx e del materialismo storico, della dialettica della liberazione, di sartriana memoria, cosa che, d’altra parte, con impegno non di minore entità, facevano, quotidianamente, anche il professor Pasqualino Mastroianni  nel bar  Salvione  e Nello  il barbiere, il comunista, nella sua stessa bottega posta in prossimità del quadrivio del paese. Insomma, in modo a volte elegante e altre volte meno, ci si scaricava addosso le rispettive responsabilità o irresponsabilità rispetto ai valori etici fondamentali in materia, soprattutto, di politica, perché per il resto il rispetto e l’amicizia fra di loro erano garantiti in maniera inequivocabile. Si scherzava anche, a volte, ma si scherzava sulla punta del fioretto, con battute intelligenti, fatte di sensi e di controsensi, miranti a volte, a persone, altre volte a eventi della vita quotidiana locale. Uno degli animatori, in questo senso, era Luigino Riccardi, detto Picozzo, taxista nonché pregevole pittore e caricaturista, paragonabile per abilità, sagacia, spirito critico e artistico, agli attuali Forattini e Vauro. A lui, in occasioni di eventi particolari o in vicinanza di campagne elettorali, ci si rivolgeva per affidargli il compito di realizzare cartelli satirici riproducenti le fattezze di politici, intellettuali e imprenditori della vita del paese. Un anno, il 1954 se ricordo bene, ero molto piccolo, la cosa ebbe tanta risonanza che i cartelli riportanti i disegni di Luigino furono esposti per alcuni giorni nel grande locale del circolo Acli , gestito da Clemente Suero, sottostante l’abitazione del parroco, situato proprio all’angolo fra via Roma e via Mazzini, nel centro storico del paese. Si parlò molto di questo evento, nel bene e nel male, anche fuori dei confini del nostro territorio, tanto che ci furono visitatori provenienti anche dai paesi della Valle Telesina, soprattutto quelli posti nelle immediate adiacenze di Amorosi.  Nei momenti di maggiore calma – quelli coincidenti con periodi privi di particolari problemi o dopo che si erano spenti i bollori e i clamori di un ultimo evento – pigramente, con flemma sopraffina, tale da far pensare al fuoco che cova sotto la cenere, seduti in qualche angolo, ignorandosi quasi, in piedi o in movimento lungo la stanza, si sfogliavano pagine di quotidiani di qualunque orientamento: il Mattino e il Roma, il Messaggero e la Stampa, l’Unità e l’Avanti.

Si alternavano sulla scena dell’insolito palcoscenico, di volta in volta, tutti insieme o secondo i diversi giorni e le diverse epoche, don Antonio Maturi  e il figlio don Emilio , il segretario comunale Petrucci  e il suo successore Grillo, i parroci don Eduardo de Cicco  e don Vincenzo Tebano , i maestri Gerardo Solitario  e Gennarino Rapuano , i medici  Bernardo Roscia e Francesco Gagliardi , Giovanni Burro  e il veterinario dottor Marotta, il professore D’Alessandro  e il maresciallo dei carabinieri don Pasquale De Falco , il professore Pontillo e il suo collega Pasqualino Mastroianni: la politica e la legge, la religione e l’etica, la scaltrezza e la saggezza,  la matematica, la filosofia e le lettere sintetizzate insieme, in un armonico e quotidiano consesso. Don Antonio Maturi –  riconosciuto, insieme a don Nicola, come il saggio del gruppo – filiforme nell’aspetto, elegante nel suo doppiopetto grigio-topo, con il suo toscano spento, tenuto con stile fra l’indice e il medio della mano destra, sentenziava sugli ultimi provvedimenti legislativi del governo in materia di lavoro e di occupazione, gli faceva da contrasto l’hemingwayana figura del dottore Marotta  che parlava di mucche e di cavalle partorienti, di vaccini e di macelli; don Vincenzo Tebano, con il capo coperto dalla immancabile berretta , ricordava ai presenti gli appuntamenti liturgici della settimana lanciando occhiatacce maliziose verso alcuni in particolare, che non erano un modello di fedeltà alla chiesa; gli altri, raccolti in un angolo a parte, battibeccavano sul piano regolatore comunale, esprimendo ciascuno il proprio parere, sforzandosi, per quanto fosse umanamente possibile, di non essere intolleranti con quelli altrui. A fare da moderatori di tali autorevoli e, a volte, pittoresche presenze erano i proprietari e gestori della storica farmacia amorosina: il patriarca don Nicola e i figli don Ciccio, don Michele e donna Elisabetta, dottori in farmacia i primi due, maestra autorevolissima, presso il Circolo didattico di Amorosi, l’altra. Mi è rimasta particolarmente impressa la figura della signorina Elisabetta, magra, dal volto scavato, sofisticata nel modo di essere e di muoversi, ricercata nell’abbigliamento, accanita fumatrice e con il lungo bocchino stretto con classe fra le lunghe e scarnificate dita – dominate dalle unghie lunghe e colorate di smalto rosso-vivo – vera e propria sfinge all’interno di un mondo tutto al maschile, una visione estetica che contrastava un po’ con il resto; terzogenita di quattro fratelli, appariva estranea a quanto a livello commerciale avveniva nella farmacia, era, al contrario un’attenta ascoltatrice di tutto quanto si venisse affermando, interveniva con battute sagaci, sferzanti, evidenziando, senza peli sulla lingua, la sua passionalità verso il PCI, il partito storico della sinistra italiana, il partito dei rossi – come affermavano, soprattutto, la propaganda clericale e quella della destra radicale del Movimento Sociale Italiano – e della falce e martello. Don Ciccio, il secondo dei numerosi figli di don Nicola, era un uomo alto e robusto, capelli corvini impomatati e stesi all’indietro, schivo e silenzioso, reagiva a monosillabi al molto parlare degli altri, sinteticissimo ed essenziale, all’opposto della fascinosa sorella, sembrava essere più attento al suo servizio ai clienti che a tutto il resto; dulcis in fundo, c’era don Michele, l’ultimo dei fratelli, non un modello di bellezza, anzi piuttosto goffo, flemmatico e distratto, scanzonato, sotto certi aspetti, poteva essere scambiato per un impiegato di bottega più che per un membro diretto della famiglia Chianese, egli viveva in un mondo mentale tutto suo, ascoltava, reagiva a volte, ma raramente dimostrava di essere dentro a quei discorsi o di capirne veramente il senso, si fermava sulle cose più semplici e superficiali, annuendo o contrastando gli altrui pareri sfoggiando sorrisetti incerti e carichi di ironia un po’ miope. Ma don Michele, era persona buona, docile, innocua, sotto certi aspetti, dall’apparenza infantile, sarebbe sopravvissuto al padre e ai fratelli, gestendo, poi, la farmacia da solo fino all’epilogo di quest’ultima collocabile verso la metà degli anni ’80; per nulla frequentatrici della farmacia –  penso che nessuno le abbia mai viste sostare, sia pure per un solo attimo, in quel luogo – c’erano la primogenita di famiglia Titina, donna, non di lunga vita, dedita alla cura della casa e della famiglia, madre di Franco  e di Peppinuccio , nonché la matriarca, donna Ernestina Carbone, fragile e di grande delicatezza umana, schiva e silenziosa, moglie di don Nicola, sopravvissutagli, morta, poi, nel 1971 alla veneranda età di novantotto anni.

Nell’entrare in tale “tempio della parola”, se così vogliamo definirlo –  in tempi che non offrivano molte altre occasioni a questo livello – colsi subito nell’aria un odore particolare, assomigliabile a nessun altro odore fra quelli di cui avevo avuto precedenti esperienze, un odore chimico,  deduco con il mio senno di dopo , un odore prodotto da impasti di elementi di natura particolare. Avverto ancora oggi nella memoria quello speciale aroma che, di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno, non cambiava, era sempre lo stesso, o a me così sembrava che fosse. L’arredamento sapeva di antico, nelle vetrine, alle spalle del lungo bancone, posto a sinistra dell’ingresso, facevano mostra di sé preziosi vasi e vasetti in ceramica vietrese, una bilancia, corredata di pesi dal più piccolo al più grande che, non so perché, affascinavano la mia vista, nel retrobottega, fiancheggiante il deposito, c’era un piccolo ma efficiente laboratorio chimico, regno incontrastato di don Nicola. Le farmacie, oggi, hanno odori diversi o sono inodore, non sanno di nulla, o sanno di altro, sono luoghi generici, simili a empori, prodotti di varia natura fanno mostra di sé in scaffali e vetrine, sono impersonali anche nel modo di essere e di agire di chi le gestisce, sono una cinica industria degli affari, filiali fedeli delle grandi case produttrici di medicinali, di prodotti di cosmetica e non solo: calzature e occhiali, prodotti di bellezza e altre robe affini. Già ottantenne, all’epoca di cui rievoco, regnava su questo altare degli “incontri” l’elegante figura di don Nicola, scolpita come in una roccia. Serioso e silenzioso, sarcastico o ironico a tratti, autorevole sempre. Egli incuteva spontaneo rispetto in chi gli era di fronte. Vestiva sempre in doppiopetto e cravatta, cappello o panama, secondo le stagioni, il bastone era un suo compagno fedele, lo azionava fra le mani con giovanile agilità e con dimestichezza simile a quella di abile prestigiatore. Da dietro al bancone, canuto nei capelli, interloquiva con gli altri, soprattutto attraverso l’ascolto, annuiva o dissentiva, sorrideva, o sbeffeggiava con moderazione, misurava con il bilancino – simile a quello che usava per i suoi dosaggi chimici –  gli sviluppi degli accaniti dibattiti, il suo tono era pacato, molto pensato, le parole, a volte, centellinate uscivano da quella caverna di pensieri, che era la sua anima meditabonda, mentre era attento ai clienti e confezionava pacchetti di medicine o preparava lui stesso creme, pomate, tisane e intrugli vari, rifugiandosi, secondo i bisogni, nel piccolo laboratorio chimico. Era uomo d’altri tempi, burbero all’apparenza, esperto della vita quanto pochi, studioso meticoloso degli eventi della vita quotidiana sia in dimensione locale che oltre, curava ogni dettaglio della sua storica farmacia, ne curava lo stile umano, prima di tutto, ma aveva occhio arguto, tanto da rasentare la pignoleria per l’igiene ambientale. Quest’ultimo era lo specialissimo compito affidato alla fedele domestica Concetta , che, puntigliosa e imperiosa verso gli stessi proprietari, sbuffando e borbottando, la sera, dopo la chiusura, e la mattina, prima dell’apertura, ripuliva e spazzava, spolverava e ricollocava nei posti dovuti oggetti e arredi, poneva fuori, ai bordi del marciapiede, la spazzatura che, di lì a poco, Geretiello, lo spazzino comunale, con il suo carretto trainato dall’indimenticabile e scarno asinello, sarebbe passato, puntuale, per raccogliere. Lentigginosa e rossa di capelli, vero e proprio chirurgo dell’igiene, ella aveva nel suo DNA il lavoro: il lavoro dava vita e anima ai suoi giorni, non c’era altro per lei –  non aveva nessun altro e nessuna altra cosa nella vita – lo esercitava con spirito zelante e con atteggiamento frenetico, come se le potesse mancare il tempo sotto i piedi da un momento all’altro. Ho un ricordo vivissimo di quella piccola, generosissima e, sotto certi aspetti, specialissima donna, irripetibile nel suo modo di essere, elettrica, addirittura, nei movimenti, un prototipo di umanità unico veramente, amica del cuore di mia zia Antonietta, altra indomita divoratrice di fatica quotidiana.

La giornata di don Nicola iniziava la mattina di buon’ora, quando, a piedi, con passo cadenzato, uscito dal portone di casa, posta quest’ultima nel retro del Municipio, attraversava la piazza con aria apparentemente svagata, rasentava la Chiesa e percorreva, lungo il marciapiede a sinistra, quel meraviglioso budello che era via Roma già brulicante di vita, raggiungeva, preciso più di un cronometro, la Farmacia, roteando con eleganza il bastone nell’aria, mentre ad attenderlo c’era Concetta, giunta lì un’oretta prima per le pulizie del mattino. I residenti lungo via Roma, i bambini, specialmente, intenti nei loro giochi, ma anche gli artigiani e i bottegai, attendevano il suo passaggio, quasi fosse un rito propiziatorio, e si mettevano lì pronti per salutarlo con rispetto. Io, già ben vestito e infiocchettato, pronto per andare a scuola, ero sempre fra questi, non mancavo mai all’appuntamento con don Nicola – come non mancavo all’appuntamento con l’anziano e sofferente parroco don Eduardo De Cicco – che si ripeteva, per entrambi, ogni giorno, due volte per andare e due volte per tornare. Quest’ultimo, infatti, il parroco, più o meno nella stessa ora, percorreva al contrario lo stesso marciapiede per recarsi in chiesa ove avrebbe celebrato la tradizionale messa del mattino. Non in rari casi i due si sarebbero incontrati e, sostando per qualche attimo, si sarebbero scambiate pillole di saggezza; a volte, forse, confidenze sui tempi che cambiavano; su alcune tradizioni che cominciavano a essere oscurate da un incipiente progresso; sulla propria salute che mostrava preoccupanti segni di cedimento; sugli anni che incombevano e sulla vecchiaia che cominciava ad aprire le sue fatidiche porte alla loro vita. Generazioni diverse di intellettuali, politici, medici, insegnanti, avvocati, marescialli dei carabinieri e della finanza si sarebbero alternate in quel luogo e lo avrebbero animato delle loro voci, dei loro sospiri, dei loro significativi silenzi, delle loro idee e aspirazioni, delle loro preoccupazioni a volte. Tale stile di conduzione sarebbe, poi, rimasto inalterato anche dopo la morte di don Nicola, avvenuta nei primi albori degli anni sessanta, e di quella prematura di don Ciccio, scomparso una decina di anni dopo il padre, e dopo il trasferimento del servizio presso la piazza nei locali sottostanti la canonica  e sotto la gestione di don Michele e della signorina Elisabetta. Ebbi modo di rivedere il nuovo locale, in un pomeriggio in cui cominciavano a tramontare gli anni settanta portandosi dietro un nutrito carretto di splendidi ricordi, vi entrai per l’acquisto di un particolare shampoo, vi lavorava, al tempo, come commessa, mia sorella Rita, studentessa in farmacia, c’erano ancora don Michele e la signorina Elisabetta, qualcosa del vecchio clima si respirava ancora, ma tante altre cose erano già cambiate, compreso l’arredamento, compreso quel particolare odore che non avvertivo più nella sua strana ma genuina interezza, non rivedevo alcuni carissimi volti, non udivo più certe voci, certi timbri, certe cadenze, certi discorsi, alcuni erano morti , altri erano altrove, altri ancora avevano cambiato abitudini e cominciavano a mescolarsi alle esigenze più sofisticate dei tempi nuovi. Nel corso degli anni ‘80, la storica farmacia fu ceduta alla gestione di altri, di cui – per una serie concomitante di cause –  non ho avuto esperienza e non me ne rimane memoria.

E’ rimasta nei miei ricordi quella farmacia, posta in quella via, in quegli anni, con quelle persone; è rimasta nei miei ricordi quella famiglia, amica della mia famiglia, una famiglia diversa, riservata, lontana dai clamori, separata dal paese –  quasi fosse vittima della misteriosa formula di una predestinazione – da quel palazzo municipale che, un giorno, occluse con la sua imponente mole la loro vista dalla piazza, ma forse anche da tutto il resto: oggi quel palazzo municipale non c’è più, è stato demolito di recente, la casa palazziata Chianese fronteggia di nuovo con tutto il suo splendore la piazza e via Roma come, in un tempo molto remoto, fu, ma, meno un superstite mio coetaneo, Peppinuccio, non ci sono più coloro che la abitavano, non ci sono più quelli che avevano costruito intorno a sé uno stile di vita e, in un certo modo, una storia, la storia di un modo di essere, di una diversità. Erano gli splendidi anni ’50, è da lì che i miei ricordi traggono la loro origine e si rialimentano ancora nel sogno di un tempo che fu, di un altro modo di essere e di vivere tramontato. Quello che è accaduto dopo – svigorito dell’antico fascino – è meno presente nella mia memoria, che sembra essersi estraniata dai successivi eventi, e non solo per il fatto che ero andato via e avevo perso i contatti con il paese. E’ quella farmacia che voglio ricordare, sono quelle persone che mi sono ancora nella mente e nel cuore, è quella Amorosi della quale non avverto più la magia delle ancestrali vibrazioni. Il crescente progresso – per quanto ambiguo e apparente possa essere il volto con il quale va facendo mostra di se stesso – ha modificato sia gli usi che i costumi: lo stile urbanistico non è più lo stesso, si è svaporito; si è perduto il senso della campagna, l’odore della terra, il gusto finissimo della semplicità, il sibilo del silenzio sostituito dai rumori; lo spazio, una volta libero, è occupato dalle macchine, il rombare dei loro motori e di una vita sempre più frenetica nasconde il fischio del treno, che, in certe ore del giorno, si avvertiva da lontano; è diventato tutto dozzinale, sono cambiati i giochi dei ragazzi, che non ciondolano più liberi, festosi e vocianti, lungo le strade, ma nel chiuso delle camerette, smaneggiando tastiere di computer e di smartphone, di cellulari e di sofisticatissimi tablet e di iPad, o nei bar alle prese con altre macchine, diaboliche divoratrici di monete; la vita sembra essersi spenta, si è ridotta a pura e semplice virtualità, apparenza di esistenza, giochi di ombre sguscianti e di abilissime finzioni, la moda e i modelli di comportamento dominano sul tutto e uccidono l’individualità, la diversità, l’unicità, riducendo tutto al tutto, un tutto ben confezionato e infiocchettato, pronto per essere venduto o svenduto e acquistato sui grandi mercati della vanità e degli spiriti vuoti, impigriti dalle comodità e dall’usa e getta, delle anime spente o vaganti alla ricerca senza bussola di cose che non sanno, anime che credono di avere assolto ai doveri sacrosanti verso le fatiche che la conoscenza richiede solo perché si sono trovate a leggere, tra un click del mouse e l’altro, un frammento o dei frammenti nel web, in questo luogo virtuale del poter essere, in questo nuovo e ambiguo paradiso in cui tutto c’è e nulla c’è, in cui tutto è impalpabile e volatile, come la memoria stessa di un computer quando il suo motore viene spento o la corrente all’improvviso manca o il gruppo di continuità si esaurisce. E… anche le farmacie di oggi risentono di queste trasformazioni, non sono più luoghi reali ma virtuali, non vi si respira più aria di cose familiari, sono impersonali, sembrano essere tutte uguali, allestite in serie, gli aromi, che esse emanano, si confondono tra di loro, si mescolano e si annullano reciprocamente fino a produrre il nessun odore, la sensazione che nulla c’è, che tutto è finto, come tutto fosse fatto di ibrida plastica, non si sente più il profumo del legno degli antichi scaffali, delle armoniche vetrine, delle sedie impagliate, gli arredi sono fatti di materiali sintetici che nulla più hanno a che fare con quello che la natura crea e poi continuamente rigenera nel suo ciclico e interminabile cammino. La farmacia Chianese era, inoltre, un vero e proprio presidio della salute, sopperiva con frequenza alla irreperibilità del medico, faceva da pronto soccorso: tre volte sono finito sul braciere da bambino –  con un ginocchio una prima volta, con l’altro la seconda, con il polso della mano destra la terza – e tutte e tre le volte la prima medicazione e la prima fasciatura, fatte con sistemi speciali, mi furono prestate con pazienza certosina, direi con atteggiamento paterno, da don Nicola, che, nel contempo, trovava l’occasione di rincuorare mio padre Giulio e mia madre Assunta e di rassicurarli, nei modi che lui solo sapeva, sulle mie condizioni, benché i miei pianti isterici, dovuti al dolore feroce, che mi fa l’impressione di risentire ancora oggi mentre rievoco.

In un vecchio, forse meglio dire antico, film superotto  in uno sbiadito bianco e nero, realizzato all’epoca da amorosini emigrati in America, in vacanza nel paese, ritrovo i colori, il clima e il sapore d’un tempo, rivedo cose che i miei occhi avevano visto tante volte e il mio cuore aveva sentito, e… mi sembra di poter sognare di nuovo: la pellicola, per alcuni aspetti, fatiscente, ripresa da mano incerta e inesperta del mezzo, ci mostra immagini fascinose della piazza Municipio del tempo, del municipio stesso, della chiesa e di via Roma, di don Nicola che la percorre con passo felpato, come tutte le mattine della sua vita per raggiungere la sua farmacia della quale si vede anche un frammentino dell’interno. Sarò anche fanatico di un tempo e di quanto fu ma per me è un reperto prezioso che non scambierei per qualunque altra ricchezza materiale, è come se vi ritrovassi dentro anche i miei passi, insieme a quelli di don Nicola, mi ci rivedo correre libero nel vento che mi gonfia le ali, oltre che i capelli, e rivedo i miei amici e i compagni del tempo, le gare di corsa a piedi o in bici, le grandi battaglie di sceriffi contro indiani, il gioco dello strummolo  e delle nichelle , delle palline di vetro, rivedo mia madre che dall’uscio di casa mi richiama a gran voce ricordandomi i compiti da finire, rivedo i sarti davanti alle loro botteghe imbastire vestiti, risento il ritmico battere dei martelli di Eduardo il maniscalco e del suo discepolo Tonino nell’atto di ferrare gli zoccoli di cavalli e di asini, rivedo e risento tante e tante cose alle quali non riesco più a dare un nome tante erano quelle che coloravano quel mondo che, ora, in quella vecchia pellicola mi riappare in uno struggente ma fascinoso e romantico bianco e nero.




(di Antonio Pellegrino)


Formato stampa Invia questa news ad un amico Crea un file PDF dalla news


Segnala questa news


Acquisto libri

Lontana è la primavera
Antonio Pellegrino
LONTANA E' LA PRIMAVERA
Book Sprint Editore - 2012
€ 12.30

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line



Altri racconti
Antonio Pellegrino
ALTRI RACCONTI
Aletti Editore -  2012
€ 14.00

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line



Immacolata Solitudine

Antonio Pellegrino
IMMACOLATA SOLITUDINE
Albatros -  2011
€ 11.50

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line



Itinerario verso l'io 
Antonio Pellegrino
ITINERARIO VERSO L'IO
Albatros -  2010
€ 12.50

Clicca sulla copertina
per l'acquisto del libro
on line