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Antonio Pellegrino, Lontana è la primavera, Book Sprint Edizioni, 2012

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• Cultura : ZIO LUCA - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 22/5/2009 23:10:00 (1426 letture)


ZIO LUCA 






Avevo sette anni appena compiuti e mi recavo a Napoli per la

prima volta. Si realizzava, finalmente, il sogno di vedere il luogo

dove mio zio, fratello minore di mio padre, viveva e lavorava, quel

luogo che, quando lui non c’era, immaginavo così lontano, mitico,

me lo figuravo come la città dei balocchi, che tanto mi aveva suggestionato

quando quest’ultima mi era apparsa nel racconto della

fiaba di Pinocchio fattomi, alla sua maniera, dalla nonna Maddalena.





E… Napoli era… la città dei balocchi, era la città del sole, del

mare e del Vesuvio, del celebre pennacchio di fumo, di Caruso, di

Totò e di Giacomo Rondinella, di Sergio Bruni e di Aurelio Fierro,

era la città dei De Filippo e di Pulcinella, di Nino Taranto, era quel

mondo fatato che mi faceva immaginare che tutto fosse possibile.

Amorosi, il mio paesino, mi si scioglieva alle spalle come rugiada al

sole, mentre volavo su un treno sbuffante e, impaziente, mi vedevo

scorrere veloci innanzi agli occhi le sue ultime immagini. Davanti a

me, intanto, un’ultima curva mi approssimava a Dugenta, la prima

della lunga sequela di stazioni prima di giungere a quella imponente

della magica metropoli partenopea. Speravo durante il tragitto, una

volta raggiunta la città, di incontrare lungo le strade – così, come per

caso, come se questo si potesse materializzare veramente – qualche

personaggio celebre, almeno uno dei tanti, che, fino ad allora, avevo

potuto ammirare solamente in formato celluloide al cinema.

Giunto alla centrale, mi ritrovai proiettato nel cuore stesso di una

immensa cattedrale, che sapeva di nuovo, di lucido, di lubrificato

di recente. In effetti, solo da qualche anno, aveva preso l’aspetto

architettonico, che conserva tuttora: solide e rassicuranti pensiline

ricoprivano l’intera area dei binari, che era fronteggiata verso sinistra

dalle sale d’aspetto e, alle loro spalle, dalla biglietteria; verso il centro

da una grande edicola e da un chiosco di ristoro; verso destra, nell’ala

più estrema, dai servizi igienici, preceduti, da un bar più grande

ed accogliente, seguito, a sua volta, dal deposito bagagli che si apriva

sulla piazza. Una scala, da sinistra, conduceva giù verso la Vesuviana.

Notavo con sconcerto i miei occhi smarrirsi fra mille immagini,

fra mille movimenti e voci… voci… di gente in attesa, di gente in

arrivo, di altoparlanti che annunciavano treni in arrivo o in partenza

suggerendo, nel contempo, il numero dei binari. Carrelli di bibite

fresche e di giornali volteggiavano di qua e di là come in un Luna

Park immenso, spinti da personaggi pittoreschi che ritmicamente

gridavano:

«Paniniiii, caffè caldo, bibiteeeee!!!». E altri:

«Panini imbottiti, giornali illustratiiiiii!!!». A naso in su e con occhi

voraci di curiosità attraversavo la folla di persone in sosta agli sportelli

della biglietteria, mentre ci dirigevamo verso l’uscita dove mi si

presentò, per la prima volta in assoluto, maestosa Piazza Garibaldi.

Al tempo non era gremita solo di pullman e taxi, come oggi, ma

anche di romanticissime carrozzelle, veri e propri taxi dell’epoca,

guidate da pittoreschi cocchieri. Ne prendemmo una il cui conducente

lo zio conosceva benissimo, si parlavano come se avessero

vissuto insieme le loro vite da sempre, era, in effetti, il suo cocchiere,

quello di cui si serviva solitamente nei tragitti dalla caserma alla stazione

e viceversa. L’uomo, peraltro simpaticissimo, era, ad occhio e

croce, sulla quarantina; il suo volto allampanato era sormontato da

un naso, schiacciato tanto da sembrare una patata, e da baffoni alla

Vittorio Emanuele Secondo di Savoia; due enormi orecchie sembravano

schizzare via fra i capelli riccioluti e prendere il volo verso

chissà quali misteriose mete.

Rivolto allo zio con un vocione robusto, reso rauco, forse, dal

fumo del sigaro, gli sentii dire:

«Lu’, ma ch’ist’ è nu nj’pot’ tuoio? I saccio che tu n’ sì spusat!

Che bellu jaglion’, è niru niru, e che uocchie scur’ che ten’, par’n’

graun’. A purtat’ ati vot’ a vedè Napul’? M’ raccumann’, accatt’c na

sfogliatella fresca fresca! È capit’ allor’?». E zio in tono scherzoso:

«Mo’ chiud’ chella vocc’ e concentrati al punto giusto. Ci guiderai

verso i punti più celebri della città. Scigliel’ tu stess’, tenenn’ cunt’

che alle ore 20.00 dobbiamo prendere il treno del ritorno. Calcola tu

il tempo. Lungo la strada, in una sosta, ci fermamm’ a na pasticceria

cunsigliat’ dal tuo finissimo gusto in materia…!».

«Ai suoi ordini, maresciallo, ma… aissa sapé che i’ so cchiù n’espert

e cantin’». Rispose il cocchiere in tono confidenziale, mentre

simulava con il braccio destro il saluto militare. Poi…, con un vocione

ancora più rauco di prima, rincarò:

«A me, comunque, m’ bast’ nu sfilatin’ cu salam’ e nu bicchier’

e vin’ russ’ friscu-frisc’. I miei denti cariati nun so’ cchiu adatt’ per

azzannare dolci». Lo zio Luca in risposta:

«Alla pasticceria ci penserò io. Tu prenderai quello che vuoi e

dove vuoi. Ma mò muovet’, vecchio alcoolizzato. Il vino finirà per

rimbecillirti definitivamente». E lui:

«Sient’ chi parl’…! U marisciall’…! Pecché a te u’ rusolio nun t’

piac?».Si pizzicavano a vicenda in maniera molto simpatica, affettuosa,

almeno così percepivo io quel continuo travaso e ritravaso di

battute. Che si conoscessero bene… risultava essere certo.

«Lu’, t’arricuord chella bella bevut’ chella vot’ a Margellin’ quann’

ce steven’ pur’ chill’amici tuoi. E chi sa scord’ cchiu chella vot’. Ma

chella bella uaglion’ che fin’ a fatt’? N’aggia vist’ cchiu!!! Era na casertan’

o sbaglio…?». Non ci fu risposta dello zio a quella provocazione,

finse, ad arte, di non avere sentito, non intendeva affrontare

argomenti di quella portata davanti a me. In effetti lo zio era

molto corteggiato dalle donne dovunque egli fosse, in paese o in

città. Avvertivo, intanto, il ritmico tambureggiare degli zoccoli dei

cavalli sull’asfalto bollente di quel 16 luglio dell’anno 1953. Erano

le ore 15.30 ed eravamo partiti dalla stazioncina di Amorosi con

il treno delle ore 14, in pieno solleone, mentre le strade del paese

erano deserte e silenziose e la gente, nella frescura delle case viveva

il tradizionale riposino della siesta. Stavamo percorrendo il Rettifilo.

Giungemmo ai quattro palazzi, proseguimmo, poi, verso Piazza

Plebiscito, lasciandoci sulla destra via Duomo. Sia pure da lontano,

guidato dalle descrizioni che ne faceva il cocchiere, potetti ammirare

il Teatro S. Carlo, la Biblioteca Nazionale, la Galleria Principe Umberto.

Percorremmo, poi, un tratto di via Caracciolo fino all’imboccatura

di S. Lucia. Nel percorso di ritorno ebbi modo di ammirare

l’imponenza del Maschio Angioino, del quale avemmo il tempo di

visitare solo il grande cortile interno, subito dopo l’ingresso. All’uscita,

in una pasticceria, nota allo zio, ebbi modo di gustare una profumatissima

sfogliatella ed un gelatone alla fragola, mentre zio Luca

sorseggiava un caffè ed il cocchiere – che mi si era presentato come

zì Peppe – il suo bicchierone di vino freschissimo ed un consistente

panino al salame adagiato in un piatto che gli era davanti.

Eravamo, ora, sulla via del ritorno. Percorrendo al contrario il

Rettifilo, stavamo raggiungendo di nuovo la stazione centrale. Avevamo

il treno alle 20 per essere a casa alle 21.30 circa. Ci fu un caloroso

saluto con il cocchiere e la promessa che ci saremmo rivisti

per un altro bel giro della città. Rivolto a me zi’ Peppe, con un’aria

insolitamente triste e con un viso dai lineamenti più dolci del solito,

mescolò insieme le seguenti parole, intrecciandone, a tratti, le sillabe:

«Uagliò, arricordt’ che t’aggia fa verè o Vomm’r, pecchè a là

‘ncopp’ s’ annus’ o paravis’. Aller! Aller! M’ raccumann’. E statt’

accuort’ a ziet’! Chiss’ n’è doce e sal’! A proposit’ e chella uaglion’,

nun m’a rispuost’ proprio. T’ n’è accort’? Tu m’ capisc’ a mme…».

Lentamente cominciava ad imbrunire.

Nell’attesa del treno, che avrebbe preso il via dal binario 9, lo zio

sorseggiò al bar della stazione – che era proprio di fronte alla testa

del binario – un cappuccino ed offrì a me una graditissima aranciata

S. Pellegrino. Presso un chioschetto, infine, mi comprò gli occhiali

da sole che sapeva essere da sempre nei miei desideri. Erano, sia

pure di dimensione più piccola, come i suoi, intelaiatura di celluloide

marrone e vetri scuri come la notte. Mi sentivo ora come un dio, con

occhi raddoppiati osservavo quanto della città si poteva ancora vedere

dalla stazione. Comparivano, intanto, le prime ombre e Napoli

si andava, a mano a mano, illuminando mostrando di sé un po’ del

suo fascinoso volto notturno.

Lungo il viaggio di ritorno, mentre godevo del treno, il mitico

mezzo che mi portava, con lo sguardo proiettato oltre il finestrino,

ripensavo all’incredibile pomeriggio vissuto, rivedevo tutto, riesaminavo

tutto, riportavo tutto nella memoria dove il tutto è rimasto

nell’identico modo in cui ve lo depositai allora. E sono ricordi preziosi

che hanno guidato e orientato la mia vita sotto parecchi aspetti,

sono sensazioni potentissime, di ancestrale matrice, che solo in parte

qui cerco di trasformare in parole, perché quei ricordi non muoiano

insieme alla mia stessa vita, che, oggi, è tanto lontana, ormai, da

quel pomeriggio da fiaba e molto più vicina alla sua meta finale. Os-

servavo, intanto, il paesaggio dal lato opposto rispetto al viaggio di

andata per recuperare il pezzo di mondo che mi era mancato prima,

quando osservavo dalla mia destra. Eravamo partiti dalla stazione di

Dugenta, mi apparivano ora, da lontano, innanzi agli occhi per nulla

stanchi, ancora rapaci di curiosità, le fioche luci di Amorosi, il cui

paesaggio sembrava mimetizzarsi fra le ombre della sera, ma non

tanto da impedire allo sguardo di intravedere la punta del campanile,

le torri piccionaie della Taverna Giaquinto e lontano, sullo sfondo,

la sagoma bianca del Monastero di S. Pasquale, che a mezza costa

del Monte Monaco Di Gioia dominava la Valle Del Volturno, del

Calore e del Titerno.

Alla stazione era ad attenderci Matteo33, il cocchiere, che ci avrebbe

riportati a casa. Egli era fatto di ben altra pasta rispetto a zì Peppe,

il suo collega napoletano: basso e tarchiato, pancetta sporgente,

raggomitolato intorno alle spalle, con il capo coperto da una coppola

siciliana, mostrava un carattere schivo, tendenzialmente timido,

taciturno; emetteva parole con molta parsimonia solo se interrogato,

ma era nel contempo attento ed ossequioso verso gli ospiti della

sua carrozzella, di cui si sentiva responsabile in prima persona per la

durata della corsa. Tutto concentrato sulla strada, sulle redini e sulla

frusta, che azionava con maestria unica, sembrava avere più intesa

con i cavalli che con gli esseri umani. Sentivo gli zoccoli degli splendidi

destrieri battere, quasi a ritmo di danza, il selciato della strada,

mentre intorno era tutto buio pesto. Eravamo, ormai, lungo via

Calore mentre, da lontano, cominciava ad intravedersi il quadrivio,

che è un po’ la porta d’ingresso del paese, o così era allora, quando

il paese era molto più piccolo, tutto raccolto intorno al suo centro

dove dominanti erano Piazza Municipio e la Chiesa settecentesca di

S. Michele Arcangelo con il suo splendido campanile, impreziosito

da una cupola pirica maiolicata di islamica reminiscenza. Matteo

diede segno ai suoi scalpitanti quadrupedi di fermarsi in via Mazzini

dove, all’epoca, abitava nonna Maddalena, che, con zia Antonietta,

era ad attenderci sullo splendido balcone, panoramico sullo scenario

della piazza. Erano le ore 21.40, quando i miei occhi, ancora

rigurgitanti di immagini, cominciavano a trasmettere i primi segnali

di stanchezza. Un tazzone di latte caldo, mentre ero già nel mio

lettino, contribuì parecchio a conciliare un sonno, che, quella notte,

fu profondissimo e popolato da sogni che si confondevano con la

vita reale: a piedi trotterellavo lungo via Caracciolo, mentre Totò mi

teneva per mano; subito al mio fianco vedevo Peppino De Filippo

vestito da Pulcinella, mentre confabulava animatamente con i fratelli

Eduardo e Titina; dietro di noi Peppe il cocchiere ospitava nella sua

carrozza Giacomo Rondinella, che, accompagnato con un mandolino

da Beniamino Maggio, cantava Torna a Surrient’; l’allegra comitiva

si concludeva con Dante Maggio, che, seguendo a piedi il corteo,

lanciava segnali minacciosi al fratello Beniamino, di cui invidiava la

posizione di privilegio. Il sogno, popolato di immagini, fra le quali

mi pare di ricordare anche Nino Taranto con la celebre paglietta a

tre punte, mi fece compagnia per tutta la notte; si dileguò, poi, nelle

prime ore del mattino, consegnandomi alla realtà del nuovo giorno.

Era l’alba, compariva attraverso i battenti una luce argentea, che faceva

capolino fra le ombre, annunciando cielo sereno. Amorosi mi

appariva molto più piccola del giorno prima, mentre cominciavo a

prefigurare nuove frontiere, più ricchi orizzonti nei quali andavano a

trovare annidamento le mie grandi speranze verso la vita. Zio Luca,

già in piedi, era in bagno, mentre, canticchiando “O sole mio”, si radeva.

Dalla cucina arrivava un odore misto di caffè e di latte bollito.

Era venuto al mondo nel 1921 zio Luca, in Italia si respirava un’aria

di crisi postbellica, notevoli erano i fermenti sociali che avrebbero

condotto, di lì a poco, ai grandi cambiamenti strutturali nella politica

dello Stato: da una annunciata rivoluzione rossa si era passati ai fasti

del fascismo zampillato dal magico cilindro della medio-grande borghesia,

sia quella industriale che agraria, decisissima a difendere gli

interessi finanziari accumulati nel tempo». Egli era stato un balilla,

aveva formato la sua vita, sin dall’età più tenera, all’ombra di Mussolini,

che rimase il suo punto di riferimento per sempre. Anche negli

ultimi anni della sua esistenza – a volte provocando scherzosamente

– si riferiva al duce come al papà. Usava dire in tono meditabondo,

il che non era molto congeniale alla sua natura estroversa:

«È stato un grande, un grande uomo, è stato il papà di tutti, egli

aveva reso l’Italia grande. Da quando non c’è più lui, l’Italia e gli

italiani sono ridiventati piccoli, non contano più niente. Si vive nel

segno dell’anarchia, dell’individualismo, del disordine permanente.

Intanto, il sogno del grande impero si è dissolto nel vento insieme a

lui». E ne conservava gelosamente un ritratto, una reliquia alla quale

solo lui poteva avere accesso. Credo che mai nessuno di noi abbia

mai potuto sfiorare quel quadro. Partito volontario per la seconda

guerra mondiale, fu, subito, prigioniero degli inglesi per un lungo

periodo. Nel 1948, anno della mia nascita, si arruolò in finanza dando

inizio a quello che fu il lavoro di tutta la sua vita, svolto in parte

a Predazzo, poi a Como e per il resto nella caserma “Fanfulla”di

Napoli. Qui, sul finire degli anni cinquanta, mentre era di piantone

al magazzino del tabacco, incontrò l’operaia Enza, una vedova di

guerra, dall’aspetto non certamente giovanile ed avvenente, madre

di tre figli già più che adolescenti: Rosetta, Carmine e Rosaria. Nonna

Maddalena, quando le fu presentata, contrastò, fino ai limiti delle

sue possibilità, il matrimonio. Di lei diceva:

«Ten’ a gubbettella com’ a me! Ma i’ teng’ na cert’ età! E ess’

quant’ann’ tene?». In effetti non ebbe parole di incoraggiamento,

anzi ne pronunciò alcune di una durezza irripetibile, ma non l’ebbe

vinta nei confronti del figlio che, in disparte con lei, affermava:

«Mentr’ er’ priggionier’ egg’ fatt’ u vot’ che mess’ spusat na vedov’

e uerr’ cu figliulill’ si u patatern mess fatt’ a razia e m’ fa turnà

viv’ a cas’».

E lei rispondeva:

«Ma ten’ u doppio e ll’ann’ tuoi. Nunn’a vite che par’ na vecchia.

T’ si ammattut’ all’improvvis’. S’ po’ sapé che t’è succiess’? Cunusc’

a tant’i bell’ uaglion’. Scegliatenn’ un’adatt’a te». Zio Luca, in effetti,

era un giovane molto avvenente, molto fascinoso vero e proprio

rubacuori, stando a quel che mi era dato sapere. Alto, magro, elegante

ed allegro, ironico al punto giusto, di lui si diceva che assomigliasse

al celebre attore Charlton Heston, cosa di cui, poi, mi resi conto,

diventato un po’ più grande, e non prima di avere visto il mitico

Ben Hurr del regista William Wyler al Cinema Iris37, in una domenica

indimenticabile della primavera del 1960. Corteggiatissimo dalle

donne, alcune veramente molto belle, fu irremovibile sulla sua decisione,

che considerava alla stregua di un rituale sacrificale, insomma

di un atto dovuto. Ho di lui un ricordo indelebile. Nutriva per noi

nipotini un affetto a mezzo tra il paterno, il materno, il fraterno

e l’amicizia vera e propria, provvedeva ai nostri bisogni, aiutando

molto i miei genitori a sostenere una famiglia che stava diventando

numerosa e in un momento storico – il periodo della ricostruzione

post bellica – piuttosto complesso. Sposò infine quella donna, una

mia nuova zia – una zia affettuosa e attenta, devo dire – con la quale

visse una vita, a suo modo, felice fino al sopraggiungere di una morte

prematura, quasi si portasse scritto dentro il destino stesso del

padre, nonno Francesco. Anche dopo avere formato una famiglia

sua aveva conservato l’abitudine delle sue visite domenicali ad Amorosi

ed i suoi arrivi erano da noi tutti sempre ansiosamente attesi,

gli volevamo tutti molto bene, era una persona pregevole, unica veramente.

Rimarranno incastonati come gemme nei miei ricordi non

solo quelle domeniche, ma i Natale ed i Pasqua, le sue ferie annuali

ad Amorosi, la cassata siciliana, le sfogliate partenopee, i babbà e il

pesce fresco du mar’ e Napul’38 – come usava dire lui – erano un suo

irrinunciabile rito, un suo vezzo utilizzato per la nostra contentezza.

Era di una socievolezza rara, molto amorevole, a tratti giocherellona,

contagiosa, che produceva gioia in chi lo avvicinava sia pure questo

avvenisse casualmente. Era un suo ingenuo divertimento quello

di scherzare sui soprannomi amorosini, che erano veramente tanti

e gli producevano una ilarità che si rifletteva immediatamente in chi

gli era accanto. Di qualche amorosino che si era fatta strada nella

vita, sempre in tono scherzoso, affermava:

«U vid’ chill’ mò chi s’ crede e ess’. A chill’ cegg miss’ a penn’

man i’, ma mò nun su ricord’, ten’ a memoria cort’». Fino a prima

del matrimonio usava trascorrere in famiglia quindici dei suoi giorni

di ferie estive, nel corso dei quali si metteva a disposizione dell’intera

famiglia trasformandosi, secondo i bisogni, in pittore, verniciatore e

falegname. Quest’ultima attività, in particolare lo esaltava, essendone

stato, fin da piccolo e fino alle soglie della seconda adolescenza,

apprendista presso la bottega di Vicienz’ Riccard’ all’epoca giovane

ma rinomato artigiano del legno. Ricordo la sua innegabile abilità,

per non dire vera e propria finezza, nel restauro di mobili antichi

nella fattispecie di comò ed armadi, cristalliere e specchiere, specchi

e cornici. Lo rivedo ancora nelle dure fasi della sverniciatura, del

risanamento da eventuali tarli, nella stesura del fondo e poi della

vernice, mentre accucciato al suo fianco lo guardavo affascinato e

gli porgevo qualche attrezzo, a volte, con l’intenzione di essergli di

aiuto. Un’estate, ricordo, costruì, utilizzando residuati di legno di un

suo precedente lavoro, dei mobili in miniatura per il trastullo delle

mie sorelline Lena ed Anna: una cucina, una sala, una stanza da letto.

Intanto apprendevo cose che ancora oggi mi sono utili, visto che nei

miei tempi liberi amo trasformarmi in artigiano con il vantaggio in

più di sapermela cavare abbastanza bene anche nell’impiantazione

di circuiti elettrici e in materia di elettronica. Mi ritengo fortunato

per essere cresciuto nel clima della bottega, che profondamente amo

e della cui scomparsa mi lamento. Amava la madre, mia nonna, di un

amore viscerale, la copriva di attenzioni, le si rivolgeva chiamandola

“Zì Matalen”, ci scherzava, quasi fosse una bambina o una bambola di

pezza, la rimbrottava con ilarità sorniona quando lei le porgeva la tazzina

di caffè che egli definiva, fingendo di sniffare con il suo “importante”

naso alla Dante, “acqua e lupin”. Amava il calcio di un amore viscerale

e, finchè gli fu possibile, giocò per le competitivissime squadre

dell’Amorosi del tempo, degli anni cinquanta voglio intendere, quando

l’Amorosi sfiorava i campionati di promozione. Amava scherzare con

la vita, vederne sempre i lati buoni; era abile nello smorzare momenti di

tragedia o, comunque, di difficoltà, riportando il sorriso sul volto di chi

gli era intorno. Ma… gli sgorgava sempre una furtiva lacrima al termine

delle giornate trascorse ad Amorosi, nel momento del triste saluto

prima di saltare sul treno che l’avrebbe ricondotto a Napoli.

Mi rimangono ricordi indelebili dei miei anni universitari, quando

io risiedevo presso di lui per evitarmi i tragitti in treno o in corriera

per raggiungere la sede dei miei studi.

Mostrava verso di me un affetto paterno: attento e meticoloso

seguiva i miei itinerari formativi, si interessava della mia crescita,

dialogava senza controllare, si faceva spazio nella mia vita con discrezione

certosina, gli sorridevano gli occhi e indiceva banchetti a

mio nome in occasione di ogni esame superato. Non gli erano da

meno la zia Enza e i cugini Rosetta, Carmine e Rosaria: la zia curava

il mio aspetto e la mia salute; gli altri mi erano guide e amici del

tempo libero. Mitiche sono rimaste le serate – per non dire nottate –

estive trascorse sulla panoramica terrazza impegnati in lunghissime

conversazioni, mentre innanzi ai nostri occhi si apriva il caratteristico

scenario delle Rampe S. Marcellino che trasudava napoletanità,

mentre veniva contemplato da splendidi cieli stellati e da lontano

arrivava l’odore del mare.

Nei miei anni valtellinesi, quando lontano dalla mia terra avevo

iniziato la mia carriera di docente, mi fece costantemente compagnia

con le sue lunghe telefonate nel corso delle quali mi teneva

informato di qualunque cosa riguardasse Napoli, Amorosi, il mio

paese, la sua e la mia famiglia. Nella tragica evenienza del terremoto

dell’80 fece da ponte telefonico tra me e i miei genitori avendo io

difficoltà a contattarli direttamente. In famiglia, ormai l’avevamo soprannominato

“il centralinista”. Le intemperie della vita sembravano

scivolargli addosso, era sempre garbatamente ironico, contento,

contento soprattutto di vedersi intorno i parenti che egli adorava.

Amava la vita come pochi altri e ne gustava ogni attimo e per questo

amore finiva per l’essere contagioso verso gli altri che ne succhiavano

letteralmente il fascino. Ho spesso, sin da bambino, desiderato

di assomigliargli almeno un po’, ma sono stato e sono un carattere

diverso, più meditativo ed introverso, meno ilare nell’aspetto, certamente

meno socievole. Egli riusciva a fermarsi con tutti, a parlare

con tutti, in tutti sapeva cogliere qualche cosa che poi avrebbe reso

suo. A volte traduceva in detti suoi, rimasti celebri in famiglia, le

caratteristiche di coloro con cui aveva a che fare e di cui coglieva

dettagli che poi illuminava della sua tipica e disarmante ironia.

Aveva sessantasette anni solamente quando il Signore lo chiamò

improvvisamente presso di sé. Ricoverato d’urgenza per un improvviso

malore, il 3 settembre 1987, sul battere del crepuscolo di

quell’estate, morì quella stessa notte. Lo ritrovai la mattina dopo

nell’obitorio dell’ospedale dei Pellegrini di Napoli vestito con un

pigiama a strisce verticali di colore bianco e blu. All’impatto non

sembrava essere lui o, forse, mi rifiutavo perfino di pensarlo: aveva

la postura trasandata di un barbone, lui che aveva vissuto tutta la

vita con l’aspetto e i sentimenti di un principe. Almeno io lo avevo

visto sempre dentro un alone di luce mentre cavalcava un portentoso

cavallo bianco. Si era cercata, invece, una fine senza clamori.

Nell’anonimato assoluto di uno squallido e fatiscente obitorio – in

attesa che le pratiche di rito consentissero ai familiari di riportarlo a

casa – mostrava ai miei occhi, lucidi di incontenibile commozione,

la limpida immagine di un giullare degli affetti veramente sentiti: ma

io lo vedevo vestito di un doppiopetto di purissima seta blu, di una

camicia bianca e di una cravatta dello stesso colore del vestito; nel

taschino della giacca un candido fazzoletto bianco, la sua preziosa

penna stilografica e gli occhiali neri. Con il suo solito saluto, tinto

di un sorriso ammaliantemente ironico, da clown quasi, prendeva

elegantemente congedo dalle nostre vite.



(di Antonio Pellegrino)


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