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• Cultura : MEMORIE VALTELLINESI - Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 23/4/2008 21:40:00 (1336 letture)


MEMORIE VALTELLINESI 






La stazione di Milano era gremita di gente, brulicava di vita anonima,

mi appariva enorme e indistinta, vaga, un mondo fuori misura,

in cui provavo, a tratti, una sensazione di smarrimento, eppure

non mi era nuova. L’avevo raggiunta, la prima volta, nell’estate del

1970. Poi nell’aprile del 1972, mentre ero militare a Pordenone, per

una visita a mio fratello Franco, che era direttore postale ai Pacchi

Farini ed abitava in un piccolo appartamento al nono piano di un

grattacielo posto in Piazza Schiavone nel quartiere della Bovisa, a

pochissimi passi dal mitico stadio di S. Siro, che avrei frequentato

parecchio. Ne ritoccai il suolo, poi, tante altre volte, nei mesi successivi,





fino all’aprile del 1973, per raggiungere, di volta in volta, anche

mia sorella Lena a Mantova e Lucia, un mio legame di allora, a Pavia,

grazie a un permesso permanente di quarantotto ore, concessomi

dal tenente-colonnello Giuseppe Amato, comandante del Quartier

Generale della Divisione Corazzata “Ariete”, nel cui ufficio lavoravo.

Ora, come i treni, che apparivano veloci e, nello stesso modo,

scomparivano all’orizzonte, mossi da mani attente, anche la mia

mente viaggiava in un mondo di pensieri, ma priva di argini, completamente

alla deriva, più libera dell’aria, anarchica nel vero senso

della parola, come era ed è nella mia natura, d’altra parte: il passato,

ricco di ricordi, che mi appariva in lunghe sequenze di flashback, me

lo ponevo, con infinita nostalgia, alle spalle; il presente era quello

che vedevo, in dimensione di assoluta realtà, era una ripresa diretta

dell’istante stesso in cui mi trovavo; il futuro, ancora vago, si mostrava,

fra un succedersi di sequenze ancora sfocate, pieno di speranze,

ma anche denso di timori, di incertezze, di insicurezze, di angoscia,

di paura di non potercela fare da solo. Dell’ambiente, verso il quale

mi dirigevo ero ancora all’oscuro di tutto, vi ero stato una sola volta

a luglio con mio fratello Luca, adolescente all’epoca, per controllare

la mia posizione nelle graduatorie provinciali degli aspiranti docenti.

E dire che avevo sempre avuto alle spalle una famiglia numerosissima,

solida, amorevole e attenta.

Era il 30 settembre 1973, con il Rapido delle ore 12.00 da Napoli

mi dirigevo verso Sondrio, il punto estremo della Lombardia,

posto a un paio di chilometri dalla frontiera Svizzera di Tirano. La

mattina successiva, alle ore 08.00, avrei iniziato la mia carriera di

docente avendo ricevuto un incarico a tempo indeterminato di 18

ore settimanali di Cultura Generale presso l’Istituto Professionale

per il Commercio “F. Besta”. Dell’incarico avevo avuto informazione,

tramite un telegramma, indirizzato a casa mia, già nell’ottobre

del 1972, mentre ero in servizio di leva a Pordenone, pochi mesi

prima in luglio, c’era stata la malattia di mio padre, che ne avrebbe

complicato l’esistenza per i venti anni successivi, fino al giorno della

morte, avvenuta nelle primissime ore del 5 dicembre 1991. L’evento

della mia partenza in famiglia era stato accolto, inizialmente, con

gioia per la mia sistemazione, ma era subentrato, subito dopo, uno

stato di tristezza generale e c’era stata qualche fugace lacrima durante

l’ultima cena insieme.

Mi erano compagni due nuovissimi valigioni di pelle rosso cardinale,

resi pesantissimi soprattutto dai libri, uno zainetto di colore

blu contenente bevande e alimenti utili per il lungo viaggio e la macchina

per scrivere. Avevo raggiunto Milano alle ore 20.15 sul binario

9. Mi attendeva il cambio di treno per Sondrio, alle ore 21.00,

guarda caso in sosta proprio al binario 21. C’era un lasso di tempo e

raggiunsi il bar per ordinare un cappuccino bollente e mettere sullo

stomaco brontolante un cornetto, che, incredibilmente, sapeva di

fresco, insomma pare fosse ancora caldo di forno. L’aria era umida,

resa opaca da una evidente foschia: era autunno e il tipico clima

milanese certamente non voleva smentire la sua nota tradizione proprio

ora che ero arrivato anche io. Mentre sorseggiavo il cappuccino,

immaginavo la grande città che si stendeva fuori di quella stazione,

ne avvertivo le luci, i bagliori, i rumori, i battiti dei cuori di gente

sconosciuta e fra me e me dicevo:

«Ma è gente come me, che vive sulla terra come me, perché Milano,

come Amorosi, è parte della stessa terra, Amorosi e Milano sono

due città diverse solo per la dimensione, abitate da esseri umani,

comunque». Eppure mi sentivo piccolo fra tante cose grandi, anche

i tabelloni pubblicitari erano enormi. Mi facevo coraggio in quel

macrocosmo, mentre, a passo lento, anche per il peso, non indifferente,

delle valigie, mi avviavo, con un po’ di fatica e fermandomi

ogni tanto, verso il treno in sosta al binario 21, che era, strano gioco

del destino, fuori stazione, come in genere sono i binari morti, destinati

alle manovre o al parcheggio delle locomotive o di carrozze,

al momento, non utilizzate. Appisolandomi, di tanto in tanto, in un

vagone diventato vuoto, da dopo Lecco in poi, costeggiai il lago

di Como fino a Colico, mentre mi scorrevano innanzi agli occhi le

immagini del paesaggio, mimetizzate fra le ombre create dal buio intenso.

Raggiunsi, nottetempo, Sondrio, che appariva deserta alle ore

01.00 del mattino, intravedevo abbrunite, verso nord, le imponenti

cime del Bernina, del Disgrazia, del Pizzo Scalino e, verso sud-ovest

il lungo profilo delle Prealpi Orobie. L’aria fredda mi trafiggeva le

ossa. Sentivo su di me le Alpi Retiche, già cariche di neve. Erano lì, a

poca distanza da me, sopra di me, a fianco a me, quasi le toccavo tanto

mi erano vicine. Servendomi di una informale piantina – tracciata

su un foglio di quaderno a quadretti dal mio amico Pasquale Maturi

in Valtellina già dall’anno prima – raggiunsi la pensione Colurci sita,

non distante dalla stazione, in via Trento n° 3, proprio di fronte

al palazzo che ospitava le poste centrali. La pensione, prenotata a

mio nome da Pasquale, era gestita dalla signora Maria, napoletana

purosangue, trapiantata in Valtellina da circa cinquanta anni, avendo

sposato, giovanissima, don Ferdinando, una guardia di frontiera, che

passò improvvisamente all’altra vita pochi giorni dopo il mio arrivo.

Benché l’ora fosse insolita, come da accordo telefonico, mi bastò

un leggerissimo squillo del campanello perché mi fosse aperto. La

signora si mostrò all’impatto simpaticissima. Era rimasta napoletana

a tutti gli effetti, ogni cosa in lei trasudava aromi partenopei. Dopo

avermi accolto con mille moine – il che capii, in seguito, essere nel

suo temperamento – mi fece strada verso la mia camera, dopodiché,

benché le mie reiterate resistenze, letteralmente mi indusse a ingoiare

la cena, affermando con contagiosa dolcezza:

«Professore, mi faccia contenta, l’ho conservata in caldo proprio

per lei. Si segga! Faremo quattro chiacchiere, nel frattempo». Mi faceva

compagnia, sedendomi accanto, con i gomiti puntati sul tavolo.

Mentre si reggeva il viso stanco fra le mani, rugose di anni e di fatica,

mi sussurrò con un fare di complicità:

«Domani, a pranzo, le presenterò anche gli altri ospiti della pensione.

Vedrà, sanno già che lei deve arrivare, l’attendono, sono ansiosi

di conoscerla. Ora che la guardo bene… che bel moretto che

è! Avessi ancora vent’anni! Ne avrà sedotti di cuori, immagino! O

mi sbaglio?». E, mentre io facevo un segno di diniego con la testa,

aggiunse:

«Nooo! Lei dice di nooo? Ma, sa, io non mi sbaglio mai in queste

cose. Ne ho viste tante. Io le persone le conosco, ne intuisco i

pensieri, i desideri, ne capto i caratteri. Sa che mi fa l’impressione di

conoscerla da sempre? ». Era di una schiettezza autentica, mescolava

il serio al faceto in maniera sublime.

«Gliene sono grato sin da ora e… grazie per i complimenti, che,

ricevuti da una persona come lei, rimasta tanto giovane, tanto viva

ed acuta sono ancora più graditi. A proposito di cuori, quello che è

stato sempre vittima di seduzione è il mio, mi creda». Risposi con altrettanta

schiettezza. Ci demmo la buona notte alle ore 02.00, mentre

tutto intorno era silenzio. Attraversai il lungo corridoio, avvolto

in una gradevole penombra di colore blu, entrai nella seconda porta

a destra, me la richiusi dietro le spalle, mentre accendevo la luce.

Ero stanchissimo. Mi stesi, per un attimo, sul comodissimo letto.

Utilizzai, poi, le rimanenti ore della notte per togliere dalle valigie le

mie robe e sistemarle nel modo più idoneo possibile, in un piccolo

armadio, in un altrettanto piccolo comò, in uno scaffaletto e nei cassetti

di un tavolino da studio. Sul piano di quest’ultimo, disposi con

un certo ordine gli oggetti di mio uso quotidiano: penne, matite, un

taccuino per appunti, una busta contenente carta per lettere e francobolli,

la macchina per scrivere, la Sacra Bibbia, Al di là delle cose

di Carlo Carretto, alcuni romanzi di Cesare Pavese e saggi di Marcuse,

L’Io diviso di Ronald Laing, le Lettere di Don Lorenzo Milani

e, una foto recente di tutta la mia famiglia. Intanto ripensavo a tutto

il mio passato: mi comparivano e scomparivano innanzi agli occhi

attoniti immagini di persone, di luoghi, di vicende; mi apparivano i

volti cari di papà e di mamma, dei miei fantastici zii, dei fratelli che

già non erano più a casa, di quelli che a casa c’erano ancora; pensavo

a Luca, a Rita e ad Adriana, gli ultimi di una ricca nidiata di sette, ancora

nell’età della fanciullezza; rivedevo i miei amici, la mia piazza, la

mia chiesa, le sedi dell’Azione cattolica e del circolo Crac, della Fuci

di Telese, la spiaggetta del Volturno, la mitica Miami Breach, la cattedrale,

il palazzo vescovile e l’aula magna del collegio-seminario di

Cerreto Sannita, i volti indimenticabili di don Francesco e delle persone

con cui condividevo la grande esperienza formativa del gruppo

Oasi, quindi Angelo Di Stasio, Francolino Solitario, Salvatore

Salvione e i telesini Ubaldo e Ettore Cuccillato, Giuseppina Vallone,

Roberta Prevete, Marinetta Metalli; rivedevo i volti degli alunni della

mia prima classe della scuola media del Luigi Sodo. Tutto sembrava

sciogliermisi fra le mani, avvertivo che tutto stava per cambiare, che

sarebbe iniziata un’altra vita, una mia seconda vita, fatta di altri luoghi,

di altre cose, di altre persone. La nostalgia mi bloccava letteralmente

il respiro, avevo il classico nodo alla gola, mentre già pensavo

a quel grande mistero che sarebbe stato il giorno dopo. Passeggiavo,

intanto, su e giù per la stanza, nervosamente, ansiosamente, stando

attento ad evitare anche i più piccoli, i più impercettibili rumori. La

notte, nel frattempo, respirava tutto intorno e tutti erano immersi

nel riposo.

Alle ore 06.00, anticipando tutti gli altri ospiti della pensione, mi

recai in bagno per i riti e le abluzioni mattutine. Dovevo essere pronto

per le ore 07.50, quando avrei avuto l’impatto prima con il preside,

poi con la segreteria per gli adempimenti formali, con le classi,

infine con l’intero Istituto. Ero emozionato, intimidito dal fatto di

ritrovarmi, all’improvviso, in un ambiente del tutto nuovo per me,

per la verità tutto appariva diverso, proprio tutto, nulla era conforme

al normale. Prima di uscire, alle ore 07.20, vidi, di sfuggita, solo la

signora Maria, che, letteralmente, mi inseguì per dirmi:

«Professore, dove va? Si fermi un attimo! Sorseggi almeno un

goccio di caffè caldo. Sa, io lo faccio alla napoletana, non è acqua

di lupini, stia certo. Lo assaggi e non se ne pentirà. È sempre così

di fretta? Ma io non la mollo, le starò sempre alle calcagna, ne sia

certo». Sorseggiai il caffè, davvero buono, eccellente, napoletano veramente,

com’era lei, la signora Maria, autentica. Mi recai, quindi,

alla più vicina edicola, quella della stazione, per comprare l’Unità e

l’Avvenire, i due volti contrapposti dell’Italia del tempo, poi, leggiucchiando

– con la borsa trattenuta sotto l’ascella destra – mi avviai,

a passo lento, verso l’Istituto Professionale per il Commercio “F.

Besta”, che raggiunsi alle 07.50. Ero in orario perfetto. Mi ricordai,

solo in quel momento, che avevo avuto modo di dormire l’ultima

volta due notti prima, che ero reduce da un viaggio di oltre diciotto

ore e, in quello stato, davo l’avvio a quella che sarebbe poi dovuta

rimanere la più grande avventura della mia vita: la mia folgorante

carriera. Sognavo di fare il professore da bambino e, sia pure con

qualche logica trepidazione, il sogno si stava, come d’incanto, per

materializzare.

La bidella, Silvia – madre di una delle mie alunne di seconda,

come avrei scoperto dopo – mi annunciò al Preside, invitandomi, un

istante dopo, ad entrare con un fare ricercato, meticoloso:

«Prego, entri, professore, il Preside l’attende». Raramente mi

sono sentito tanto rigido come nel momento in cui varcavo quella

soglia e mi richiudevo la porta dietro alle spalle. Il Preside, era un

uomo spropositatamente alto, filiforme, di una magrezza scheletrica

che faceva pensare alla più assoluta delle trasparenze. Il volto, lungo,

metteva in evidenza gli zigomi, le mascelle e il pomo d’Adamo.

Quest’ultimo, soprattutto, appariva particolarmente sporgente dal

collo, a sua volta profilato, da giraffa. Egli era fasciato in un doppio

petto grigio-topo, corredato di camicia bianca dal collo molto alto,

dai pizzi lunghissimi, di una cravatta a fasce verticali alternanti un

blu più chiaro e uno più scuro. Faceva mostra di un atteggiamento

imperioso, distinto, a tratti snob. Emergeva, in realtà, una personalità

piuttosto timida ed insicura. Sedeva dietro una enorme ed elegantissima

scrivania, che sembrava scolpita direttamente nell’albero:

il pianale era rivestito di pelle di color verde rinascimentale e sapeva

di molto antico. Gli ero di fronte, affondato in un’ampia poltrona di

una robusta pelle, dello stesso colore del pianale della scrivania, nella

quale mi aveva pregato di sedere. Mi ci sentivo molto piccolo dentro,

al cospetto di lui che troneggiava dalla sua posizione di riguardo

con alle spalle enormi scaffali in mogano carichi di libri, enciclopedie,

cartelle d’archivio, raccolte di quotidiani di varia testata, il tutto

punteggiato da oggetti e ninnoli che facevano da supporto ai libri o

ne separavano le diverse sezioni per distinguerle meglio l’una dall’altra.

Mi disse con un vocione da baritono che strideva rispetto alla

sagomatura esile:

«Lei, professore, presterà le diciotto ore d’insegnamento nelle

classi prima, seconda e terza “A”». Mi consegnò, dunque, i tre registri

dalla copertina di colore arancione, mi accompagnò, poi, alla porta

con calcolate maniere, augurandomi una carriera prolifica. Il primo

scoglio, quello più duro, sembrava essere stato superato alla grande.

Mentre percorrevo il corridoio, per recarmi nell’aula della terza “A”

– come previsto dall’orario che il segretario mi aveva consegnato,

a termine degli adempimenti formali – ripensavo a quell’uomo dal

carattere freddo che molto si intonava con il clima valtellinese. La

bidella, Silvia, valtellinese di Ardenno, al contrario, molto calda e

gentile con me, molto mediterranea nello stile, biondissima di capelli,

di carnagione candida ed occhi verdi, mi fece strada fino alla porta

della classe. L’Istituto, che mi ruotava tutto intorno, era enorme e

l’aspetto mi faceva pensare al vetusto, le mura, infatti, apparivano di

una robustezza antica, i soffitti erano altissimi e le porte delle aule

fatte di castagno massiccio. Fissavo, a tratti, e a sua insaputa, la signora

Silvia, statuaria nel fisico, fascinosa nei suoi 35/40 anni circa,

involontariamente sensuale negli atteggiamenti, improntati alla più

assoluta dolcezza. Cercavo di immaginarla con abiti eleganti, da

gran sera, se mai, senza quel grembiule color rosa, che le sottraeva

parecchio del suo fascino naturale.

Alle ore 08.00 in punto, suonò il primo campanello, che autorizzava

gli studenti all’ingresso nelle aule. Il campanello si fece risentire

cinque minuti dopo per dare inizio alla prima delle cinque ore

quotidiane di lezione. Avevo di fronte una classe di sole donne, ne

erano ventisette, ciascuna di loro aveva un’età che era stata mia sei

o sette anni prima, erano poco meno che mie coetanee. Feci l’appello

in un silenzio che sapeva di monastico, non si muoveva una

foglia. Le ragazze mi guardavano come stupite dal fatto di avere un

professore così giovane, avevo, in effetti, ventitre anni solamente.

Era assente solo Palpacelli, ancora in vacanza, come suggerì dal posto

la compagna di banco Maffezzini. Iniziai la lezione dicendo chi

ero e da dove venivo, perché mi trovavo proprio in quel luogo, che

credevo profondamente nella mia professione e che avrei cercato

di farla al meglio delle possibilità, per questo chiedevo aiuto, collaborazione,

rispetto e comprensione reciproci. Parlavo a braccio,

d’istinto. Nulla di quello che mi uscì dalla bocca quella mattina era

stato preparato. Mi fecero molte domande ed io ne feci a loro, parlammo

del sud dell’Italia, di Napoli, di Capri, di Ischia, di Sorrento,

dell’intero contesto della costiera amalfitana, di Pompei, del Vesuvio

e del suo mitico pennacchio di fumo; parlammo poi della Valle Telesina,

di Amorosi, il mio piccolo, magico paese; parlammo, infine

della cucina sannita e di quella valtellinese, tentando degli acrobatici

confronti. Le vedevo autenticamente incuriosite, partecipi. Scoprii

che due solo di loro avevano sfiorato una latitudine non al di sotto

di Roma: avevano viaggiato poco, avevano conoscenze dell’Italia,

del mondo e degli eventi molto didascalica. Radunate tutte intorno

alla cattedra, ad un mio cenno, sciorinammo insieme, passandocele

di mano in mano, delle foto contenute in un mio album personale

che mi trovavo in borsa. Nacque, sin dai primi minuti, un rapporto

di estrema complicità che si sarebbe mantenuto costante per tutto

l’anno, un rapporto basato sulla fiducia, sulla stima, sul dialogo

come metodo di vita e di apprendimento. Ero pieno di don Lorenzo

Milani e cercavo, finalmente, di farmene interprete vivo nella pienezza

del mio lavoro, mentre mi portavo ancora dietro, la sia pur

breve ma efficace esperienza del Luigi Sodo. Cercavo con forza di

portare don Lorenzo fuori dei libri e dei mille articoli scritti su di

lui, cercavo, insomma di incarnarlo dentro la realtà viva, quasi risuscitandolo

nella mia stessa persona. Ero convinto che un professore

dovesse essere, per prima cosa, educatore di anime, interprete degli

spiriti, sentinella vigile dell’essere e della specifica essenza delle

persone, della loro libertà di crescere in maniera autentica. Rimasi

nella terza “A”, quel giorno, per le prime due ore, le altre due le feci

in successione nella prima e nella seconda. A termine della giornata

scolastica, avevo scoperto di avere tre classi composte di sole donne,

ma mi ero trovato benissimo, a mio agio, ero riuscito a colmare

l’iniziale imbarazzo.

Mi accingevo ad uscire dall’Istituto pronto per iniziare un altro

giorno e di altri giorni ce ne sarebbero stati tanti, fino al termine

dell’anno. In sala dei professori, mentre posavo i registri nel cassetto

personale, mi si avvicinò un giovane alto, magro, distinto nell’aspetto,

con occhiali da vista dai vetri spessi, vestito di un jeans bianco e

di un pullover di lana di colore bordò da cui emergeva una camicia

di colore rosso acceso, che, presentandosi, con estrema schiettezza

disse:

«Ciao, collega, sono Diego Ruotolo, sono di Castelvolturno, sono

un collega di lettere del biennio terminale, sono attivista del PCI e

rappresentante sindacale della GGIL. Ti lascio un invito per una

riunione sindacale, che si terrà questa sera, alle ore 18.30, al Circolo

Rosselli. Gradirei che venissi». Aveva ripetuto il “sono” ogni volta,

come per mettere in evidenza i singoli passaggi del suo messaggio.

Mi presentai a mia volta e aggiunsi:

«Cercherò di venire. A stasera, spero». Si allontanò, quindi, con

un sorriso d’intesa verso la segreteria. Scendendo le scale della scuola,

incrociai Cristina Del Santo, una piacentina, mia collega di Cultura

Generale nel corso “B”. Uscimmo insieme parlando, fermandoci,

a tratti, per leggere l’Unità che avevo tra le mani, quasi incrociando

le teste. Senza che ce ne rendessimo conto, procedemmo verso la

stessa meta, scoprimmo con assoluta meraviglia che eravamo ospiti

della stessa pensione. Ci guardammo in faccia sbalorditi, quasi fosse

un segno del destino che si divertiva a intrecciare i misteriosi fili delle

nostre vite. Sorridemmo, annuendo. Pranzammo, fianco a fianco,

intorno ad un enorme tavolo, insieme agli altri undici, che mi furono

presentati uno per uno dalla signora Maria.

Cristina occupava nel corridoio la seconda stanza a sinistra, di

fronte alla mia. Diventammo, in breve tempo, amici per la pelle e,

per un anno solamente, complici di mille meravigliose avventure.

Non più giovanissima, trentenne, con i tratti di un’adolescente, fisicamente

esile, delicata, eterea, con un viso dolce, coronato da capelli

castani, dagli atteggiamenti materni, meticolosamente protettiva,

attenta a cogliere le emozioni in chi le era accanto, estremamente

sensibile, laureata in lettere classiche all’università Cattolica di Milano

con una tesi in storia dell’arte umanistica e rinascimentale la

Del Santo metteva alla prova tutti e cinque i miei sensi, li risvegliava

quasi da un torpore atavico. Mi sentivo in sintonia con lei, totalmente

compatibile, benché ci conoscessimo da solo poche ore. Quella

notte non dormii, pensai a lei, che era nella stanza di fronte, la rievocai

continuamente in ognuna delle sequenze del giorno trascorso,

memorizzando ogni gesto, ogni parola.

A colazione, la mattina dopo, seppi che – meno uno, di nome

Gino, di Pesaro, che era direttore postale – gli altri ospiti della signora

Colurci erano tutti docenti di scuole medie o superiori, provenienti

da varie regioni italiane. Di questi ricordo quelli che, poi, entrarono

a far parte, a pieno titolo, del mio gruppo di amici speciali: Andrea

di Messina e Nicola, un mio conprovinciale di Pesco Sannita, che insegnavano

alla Ragioneria; Dino, proveniente dal profondo Cilento,

di gran classe, un vero gentleman, che sopravviveva, al momento, di

supplenze e, per qualche tempo, anche nella mia scuola; Giuliana,

una procace salernitana che insegnava lettere nella scuola media di

Ardenno. Fra noi formammo un bellissimo gruppo che si mantenne

solido negli anni successivi, anche dopo che ognuno di noi aveva

avuto modo di sistemarsi in un proprio appartamento.

Vissi mesi dinamicissimi nel corso del mio primo anno valtellinese.

Le mattine ero sempre a scuola per un motivo o per l’altro,

spesso mi fermavo nella biblioteca d’Istituto. I pomeriggi erano tutti

densi di eventi: le soste al bar di piazza Garibaldi con Andrea e con

Eduardo, un mio amico di Melizzano (Bn), per il caffè nel primo

pomeriggio e dopo cena; le lunghe passeggiate esplorative del territorio

con la 500 di Cristina verso Campo Tartano – sulle pendici

delle Prealpi Orobie, per andare a trovare Pasquale – verso Colico

e il lago di Como, verso Bormio, Livigno e il Parco dello Stelvio,

verso la pista di pattinaggio di Chiavenna e quelle da sci del Palù di

Giovo; le partite al ping pong verso l’imbrunire; la piscina il giovedì;

il cineforum al Circolo Rosselli il mercoledì e nella sala dei Salesiani

il venerdi; il cinema Pedretti di Sondrio il sabato, quando non ero in

viaggio per motivi personali verso Milano, verso Pavia, verso Mantova

o verso Piacenza con Cristina Del Santo, nobile di nascita, nel

cui rinascimentale palazzo ero spesso ospite per i fine settimana.

Le vacanze estive interruppero questo rutilante ritmo di vita,

tanto che tornai a casa per i mesi di luglio ed agosto con nel cuore

una frenetica nostalgia per le persone che avevo lasciato. Certe

esperienze, certi momenti cominciavano a mancarmi: gli eventi mi

stavano cambiando, stavo maturando nuove prospettive, mentre altre

si spegnevano, quasi per moto naturale, o si opacizzavano come,

per esempio, il mio lungo rapporto con Lucia, iniziato con i primi

anni dell’adolescenza, che naufragò in quell’inverno, nel corso del

quale lei, in occasione delle mie visite a Pavia, ebbe modo di notare

che diventavo sempre più evasivo, sempre più spento, sospettava

che nel mio cuore ci fosse altro, avvertiva quello che veramente era,

purtroppo, e sinceramente me ne dispiaceva. Da marzo non si parlò

più fra noi di matrimonio, gli incontri si fecero sempre più sporadici

e formali, finché, quasi come in un mutuo accordo, cominciai a

non raggiungere più Pavia, mentre aumentavano le mie corse verso

Piacenza.

Dopo le vacanze estive, il 29 settembre del 74, non tornai dalla

Colurci, perché, in giugno – per ridurre le spese, rispetto a quelle

dovute per la pensione – a Montagna in Valtellina, un paesino

a tre chilometri dalla città, avevo affittato un appartamento con il

messinese Andrea, con Carmine, un mio ex compagno di classe di

Torrecuso (Bn) e con Italo Sonnati, un toscano, che aveva avuto

un momento di celebrità per un suo passaggio, come concorrente

esperto in storia medioevale, nel Rischiatutto di Mike Bongiorno

nell’inverno del 1972. Portai su anche la mia 500 per potere tenere i

collegamenti con la città e con Chiesa in Valmalenco, il paese celebre

per i suoi impianti sciistici, dove mi era stata assegnata la cattedra

di Materie letterarie nella Scuola Media “P. Sigismund”, essendosi

contratte delle ore della mia precedente cattedra al “F. Besta”.

Il nuovo appartamento era davvero gradevole, immerso nel verde,

circondato dalle Alpi innevate. Un meraviglioso balcone gli girava

intorno e faceva da terrazza sulla città di Sondrio, che era lì ai nostri

piedi. Ci eravamo attribuite le stanze, piuttosto ampie; avevamo in

comune la cucina, il bagno, e l’ingresso. Ci eravamo divisi le spese

e i compiti, che svolgevamo secondo le competenze personali e, in

coincidenza di competenze, a turni alternati. Tutto filava liscio come

l’olio. Qualche difficoltà si verificò all’inizio per l’uso del bagno la

mattina, visto che, a volte, uscivamo tutti alla stessa ora, ma si trovò

subito la soluzione nella compilazione di un regolamento che attribuiva

a ciascuno il tempo in minuti e persino in secondi, in base ai

giorni. Eravamo amici, ma ciascuno coltivava i suoi interessi e le sue

relazioni speciali, insomma ci sentivamo equilibratamente insieme,

ma, nello stesso tempo, liberi di spostarci a piacimento. Io conservavo

il mio mondo di persone care e fedeli, quelle pregevoli dell’anno

precedente, ma altre si sarebbero aggiunte al corredo grazie alla mia

nuova scuola, una vera e propria fucina di temperamenti umani incredibili.

Si preparavano davvero nuovi e folgoranti eventi, stavano

planando nella mia vita personaggi non comuni, quasi fossero alieni,

provenienti da altri mondi dell’universo sconfinato, che mi sarebbero

rimasti cuciti nell’anima per sempre, che, in certo modo, avrebbero

condizionato parecchio anche alcune mie scelte fondamentali

relative al futuro.

«La Valmalenco, una valle perpendicolare alla Valtellina si apre a nord di

Sondrio ed è coronata da tre splendidi gruppi di monti culminanti a ovest nel

monte Disgrazia alto ben 4050 metri, a nord nel Pizzo Bernina e a est nel

Pizzo Scalino»100. Avrei percorso spesso queste montagne, con l’aiuto

di amici e di gente esperta, ne avrei esplorato alcuni reconditi anfratti,

avrei sentito nel cuore il profumo vero, autentico della neve,

mentre con le dita avrei sfiorato magicamente il cielo che mi faceva

da tetto. «Alle loro pendici serpeggia la valle, ora stretta ed incassata, specie

nel tratto inferiore, ora aperta e soleggiata come nell’ampia conca di Chiesa,

percorsa in tutta la sua lunghezza dai torrenti Mallero e Lanterna, che, dopo

essersi uniti, sfociano nell’imponente Adda alle porte di Sondrio. Dalla città

capoluogo, diretti verso Torre S. Maria, Chiesa, Primolo, Caspoggio e Lanzada,

per non dire delle numerose altre contrade, si sale continuamente per ripide

svolte fra caratteristici vigneti terrazzati, che, ben presto, superano il gradino

iniziale sul quale è adagiato Mossini, cedono il posto a fitti boschi di castagni

e di robinie. Lo sguardo in basso si perde, intanto nelle profonde Cassandre,

un orrido scavato dal Mallero in secoli di erosione, ed il verde cupo dei boschi

che lo circondano è spesso interrotto dalle rosse macchie di casolari e di piccoli

borghi che animano il paesaggio»101. Questo lessi su una guida turisica e

questo fu il mio percorso quotidiano, negli anni compresi tra il 1974

e il 1981, per raggiungere la Scuola Media “P. Sigismund”, situata in

Chiesa in Valmalenco.

Il primo ottobre del 1974, ad accogliermi all’ingresso dell’Istituto

e a indicarmi la segreteria prima e la presidenza poi fu il bidello

Aldo Trivella, un gigante, fatto di roccia, come le imponenti cime

delle sovrastanti Alpi, con baffoni enormi, celebre per essersi distinto

nel salto con gli sci alle olimpiadi del 1955. Diventammo amici,

all’impatto, tanto che, quando un giorno notò, per alcuni fascicoli

che avevo sotto il braccio, appena acquistati all’edicola, che ero un

amante dell’arte in generale e di quella figurativa in particolare, cominciò

a regalarmi quotidianamente gli “Inserti Arte” del Giorno,

giornale quotidiano a cui lui era particolarmente devoto. Ricordo

che borbottò:

«Tanto io li butto, in queste cose non ci capisco niente. Sono

ignorante io, professore, non sono come lei che sa parlare così bene.

Io la sento sa, qualche volta, dal corridoio, durante le sue ore di lezione

». Gli risposi:

«Eppure vorrei essere ignorante come lei, vorrei sapere le cose

che sa lei, vorrei avere vissuto la vita che ha vissuto lei, vorrei sapere

sciare come lei, vorrei avere partecipato ad una olimpiade come

lei, Caro Trivella, lei ha tante e tante cose che fanno di lei un uomo

coltissimo. Cosa crede che sia la cultura? Lei ha cose che io non

ho e non avrò mai». Mi ascoltava, mi fissava stupito, quasi rapito,

forse non si era mai sentito apostrofare in quella maniera, con quel

tono. Ho tuttora la percezione di avergli detto quelle cose, allora,

con sincerità autentica. Trivella era, in effetti, un uomo di grande

temperamento, di notevolissima esperienza, di quell’esperienza che

è il pane della cultura autentica. La saggezza la si leggeva negli occhi,

sempre vivi, vigili, attenti, premurosi, buoni, tristi solamente a tratti.

Conservo, ancora oggi, gelosamente, quegli inserti in un angolo

speciale del mio archivio personale, sono contenuti in un raccoglitore

il cui titolo è “Aldo Trivella”. Morì all’improvviso di infarto nel

novembre del 1978, lasciando in me un vuoto incalcolabile, con lui

avevo perduto un secondo papà, un angelo attento alla mia persona,

di una gentilezza il cui ricordo rimane unico, ineguagliabile. Sentii

molto la sua mancanza, nessuno riuscì a sostituirlo degnamente, mi

unisco a lui nel ricordo, spesso, anche oggi. Mi è rimasto nel cuore

veramente.

Negli Uffici feci la conoscenza di Piero, il segretario, sulla trentina

di anni circa, alto, magro, leggermente stempiato, atletico nei

movimenti, sciatore eccelso, semplice ed abile nel contempo, silenzioso

ed efficiente, una persona magnifica. Fu lui ad introdurmi in

presidenza, dopo che era comparso sulla porta il segnale verde di

via libera. L’ingresso era, infatti, regolamentato da un vero e proprio

semaforo, sembrava di stare ad un incrocio: il rosso equivaleva ad

attesa lunga; il giallo equivaleva ad attesa breve; il verde autorizzava

l’ingresso. Dietro la scrivania il terzo preside della mia ancor giovane

carriera mi apparve d’istinto molto meno simpatico ed accogliente

dei due precedenti: il primo era stato don Francesco Tommasiello al

Luigi Sodo di Cerreto Sannita. Mario Massaro, un pugliese, trapiantato

in Valtellina da sempre, mi si presentò con un’aria da imprenditore:

arrogante nell’aspetto, fintamente elegante nell’abbigliamento,

affettato nel modo di porsi e di parlare. Usò con me parole perentorie

di raccomandazione alla puntualità, alla serietà, alla professionalità

e via dicendo, sembrava quasi stesse parlando ad un militare e

che lì si fosse in una caserma. Intanto mi dicevo:

«Neanche ai militari bisognerebbe rivolgersi in tale maniera».

Ed io militare, due anni prima, lo ero stato, ma in una situazione

così non mi ero mai trovato. Ricordo in modo non gradevole, che,

uscendo – mentre lui rimaneva, seduto di traverso dietro la scrivabozza

nia con le gambe accavallate, che mostravano calzini corti di colore

bianco sotto i pantaloni tirati su fino all’altezza del polpaccio – disse:

«Professore, raccomando la massima attenzione con gli alunni

e con i genitori degli alunni. Io non voglio rogne nella mia scuola.

Si ricordi che è facoltà del Preside mettere mano a provvedimenti

disciplinari». Capii poco quello che volesse intendere, non riuscii a

cogliere al volo le eventuali allusioni, ero ancora ricco di ingenuità

all’epoca, ma intesi bene quello che lui aveva mostrato di essere.

Uscendo salutai con un finto rispetto, il che non mi è solito: in genere

sono solito salutare o non salutare, ma, nell’uno o nell’altro caso,

senza finzioni. Mi dissero dopo che faceva così con tutti gli ultimi

arrivati.

Ero sicuro di me, come sempre, non mi ero lasciato intimorire

né intimidire, andai tranquillamente avanti lungo la mia strada forte

della fede sconfinata nella mia professione che consideravo quasi

fosse un atto liturgico. Le cose, in passato, mi erano andate sempre

bene e questo mi nutriva di energia e di convinzione per il futuro.

Fui bravo veramente molto bravo quell’anno, avevo due classi,

una prima e una terza C, che mi amavano e mi rispettavano, stabilii

rapporti con le famiglie frequenti e sostanziosi, improntati ad una

visione innovativa della scuola, riscuotevo successo evidente presso

i miei colleghi, che apprezzavano e sollecitavano i miei interventi nel

collegio dei docenti, nei consigli di classe, nei lavori di gruppo e nelle

commissioni. Il preside, unico in tutta la mia carriera, non fu mai

con me loquace e colloquiale – come, invece, con le docenti donne

con cui amava intrattenersi – ma, a mano a mano che il tempo scorreva,

gli leggevo negli occhi lo sconcerto evidente di come un professore

così giovane e con i capelli un pò lunghi potesse riscuotere

tanto successo e simpatia da parte di tutti. In effetti i capelli lunghi

li avevo, è stato un mio vezzo di sempre, del resto venivo fuori da

quegli anni mitici, che erano stati gli anni sessanta, che delle tracce

di sé in noi, protagonisti di allora, avevano lasciato. Ma io i capelli

lunghi li ho ancora oggi o quello che rimane dei miei capelli, li avessi

ancora i capelli, anche oggi, li allungherei ancora di più. Per il resto

ero elegante, come d’abitudine nella mia famiglia, da giovane avevo

addirittura quella ricercatezza, che, poi, con il tempo, ho perduto,

proletarizzando sempre di più, volutamente e consapevolmente, i

miei atteggiamenti. Oggi indosso preferibilmente tute e scarpe da

tennis, perché mi danno un’estrema sensazione di libertà.

Il 1974/75 fu l’anno nel corso del quale i sindacati animavano

nelle scuole il dibattito sui Decreti Delegati, che avrebbero introdotto,

di lì a poco, la gestione in senso democratico della scuola, chiamando

a collaborare nei consigli di classe la componente famiglia e

introducendo il Consiglio d’Istituto, eletto a scrutinio segreto ogni

tre anni e formato dai rappresentanti dei docenti, dei genitori e del

personale non docente. Insomma l’ingresso nella scuola dei genitori

veniva un po’ a sovvertire la logica antica dell’esercizio del potere,

che era sempre appartenuto, in passato, ai presidi rispetto agli istituti

e ai docenti rispetto alle classi. Si confrontavano fra di loro posizioni

di destra e di sinistra. Anche nella mia scuola il dibattito fu

acceso tanto che ai raduni sindacali aggiungemmo nostre iniziative

supplementari pomeridiane all’interno dell’Istituto: convegni, tavole

rotonde, incontri con le diverse categorie dell’ambiente, gruppi di

studio e di ricerca. Il continuo stare insieme contribuì ad avvicinare

sensibilmente noi docenti, fra questi alcuni cominciarono a stabilire

con me rapporti strettamente confidenziali e divenimmo amici

a tutti gli effetti: i romagnoli Paola e Massimo, militanti convinti di

Democrazia Proletaria; la siciliana Anna, di posizione decisamente

centrista; le marchigiane Angela, disattenta ai problemi della politica,

e Giovanna, accesissima interprete del movimento di Comunione e

Liberazione, che possedeva, sotto il controllo diretto di don Giussani,

avanguardie forti in Sondrio e provincia; i valtellinesi Daniela,

Giuliana, Fermo non schierati e l’indimenticabile Anna Maria Reale,

di Ancona, trapiantata da giovanissima in Valmalenco, avendo sposato

un bancario locale. Con quest’ultima, collega di Lingue straniere,

nacque un rapporto speciale, improntato ad una complice e

sana amicizia, che sarebbe durato negli anni. Con Anna eravamo

simbiotici, le nostre anime si parlavano nel silenzio e si intuivano,

anche fra le mille e mille parole dei Consigli di Classe, dei collegi

dei docenti e di altre diavolerie del genere. Ci incontravamo, a volte,

nelle rispettive case e insieme partecipammo a qualche raduno del

w.w.f., di cui lei era collaboratrice provinciale. Chi avrebbe mai potuto

supporre, al momento, che, all’inizio del secondo anno malenco,

avrei avuto la sorpresa di ritrovarmela preside incaricata al posto del

non compianto Mario Massaro, che andava a dirigere altro istituto

della stessa provincia.

Intanto un altro sentimento stava sorgendo, a poco a poco, timidamente,

nella mia vita. La mia amicizia con Francesca – mia collega

di lettere, supplente annuale nel mio stesso istituto, ospite fissa della

mia 500, insieme a Giovanna e a Dino, per raggiungere la scuola

ogni giorno – sul finire dell’anno, a seguito di alcuni incontri speciali,

nati apparentemente per caso, si stava evolvendo in un affetto sincero

e condiviso che ci avrebbe accompagnato, fra vicende alterne e

complesse, in un cammino, non sempre lineare, fino agli albori degli

anni ‘90. Riminese, le si leggeva negli occhi e negli atteggiamenti,

a volte contratti, la sofferenza di un’infanzia e di una fanciullezza

molto complicate. Figlia di una ragazza-madre, non aveva mai conosciuto

il padre, mascherava di mascolinità ogni suo atteggiamento,

ma nascondeva una dolcezza ed una fragilità, che ebbi il privilegio

di conoscere e toccare. Castana di capelli, mimetizzava nel viso, ad

arte, la naturale dolcezza con una spessa maschera di perentorietà.

Fisicamente minuta, era capace di sprigionare una forza taurina, essendo

stata cintura nera di Judo, arte marziale che aveva praticato sin

da bambina e che aveva contribuito parecchio a renderle un pò duri

i tratti somatici. Me la portavo sicuramente nel cuore ad Amorosi

per le vacanze estive.

C’era stata di mezzo l’estate del 1975, vissuta in assoluto relax,

all’ombra del ciliegio nel mio giardino e con alcune capatine a Baia

Domitia con la comitiva dei miei parenti e, qualche volta, con Fran-

co Solitario ed altri amici. Fra me e Francesca intercorsero numerose

telefonate e qualche cartolina. Ma di cartoline ne ricevetti

anche da altri e da tutta la penisola. Fui raggiunto anche da alcune

lettere, tuttora accuratamente custodite, di Cristina, che non era

più in Valtellina dall’anno precedente, di Anna Maria Reale, che

mi annunciava una grossa sorpresa al rientro, di Paola di Reggio

Calabria, conosciuta in un Campo Scuola dell’Azione cattolica in

Aspromonte nell’agosto del 1972, che ventilava l’ipotesi di fare

domanda di assunzione in Valtellina, appena laureatasi, entro l’anno.

Anche altri mi scrissero o mi contattarono, ma qui sarebbe

veramente lungo elencare. Fui a casa per tutto luglio ed agosto,

mi fece grande compagnia la mia bicicletta con la quale feci alcune

capatine sul Volturno, per riprendere qualche contatto con la

vecchia Miami Breach, anche con la speranza di ritrovarvi qualche

vecchio amico.

Con l’accorciarsi delle giornate terminarono anche le mie vacanze.

Rientrai a Sondrio l’ 8 settembre e avrei ripreso il servizio con la

prima convocazione collegiale, di cui avevo ricevuto avviso a casa, il

10 settembre. Il giorno 9 lo utilizzai per fare la spesa necessaria, per

sistemare la roba che mi ero portata dietro, per rimettere in ordine

la casa, nella quale ero rimasto solo con Italo. Erano andati via Carmine

e Andrea: il primo perché trasferito in provincia di Como e il

secondo perché aveva trovato una sistemazione logistica più comoda

per lui a Sondrio. Aumentavano per me sia le fatiche che le spese,

essendo divisibili ora solamente per due. Dei quattro Italo era quello

con il quale avevo meno confidenza, era un tipo molto riservato,

legato a Comunione e Liberazione, aveva amici suoi e una vita talmente

particolare che per nulla coincideva con la mia. A Montagna

in Valtellina ero rimasto praticamente solo. Con il mio coinquilino

ci si rispettava, come sempre, ma ci si vedeva solo di sfuggita, solo

alcune volte a pranzo e sul tardi la sera, mentre lui sorseggiava la sua

solita camomilla, prima di andare a letto, solitamente molto presto.

Immancabilmente diceva:

«Antonio, gradisci una buona tazza di camomilla bollente?». Per

educazione, a volte, rispondevo:

«Sì, grazie, Italo, volentieri». E lui di rimando:

«Anche se sei un tipo tranquillo ed equilibrato può far bene anche

a te. E, comunque, non fa certamente male».

La seduta collegiale del 10 settembre 1975 ebbe inizio alle ore

08.30 in punto e a presiederla fu Anna Maria Reale, nuova preside

incaricata. Era, dunque, questa la sorpresa che la stessa mi aveva

ventilato in una lettera giuntami a casa in luglio. Aprendo la seduta e

guardandomi con tono d’intesa, mi disse:

«Hai capito, ora, Antonio? Eh!». Gli altri ci guardarono entrambi

attoniti e, senza capire a loro volta, si scambiavano occhiate e segnali

tra di loro. Ma la sorpresa, comunque, fu generale, meno che per

quei docenti valtellinesi che, forse, già sapevano. Girò qualche battutina,

sussurrata a denti stretti lungo l’assemblea, a testimonianza che

non a tutti l’evento era risultato gradito. Anna Maria, in effetti, dei

nemici, che si mimetizzavano nel gruppo, li aveva sempre avuti. Con

il suo temperamento emozionale, gioviale, spontaneo ed aperto, privo

di veli e di inibizioni finiva per il relegare in veri e propri coni d’

ombra alcuni, ma senza volerlo veramente. Io ero entusiasta dell’imprevedibile

novità, della sorpresa come lei mi aveva annunciato: ero

convinto di ritrovare lo stesso preside dell’anno precedente, nulla

aveva fatto ipotizzare il cambiamento che poi ci fu. La simpatia, che

nutrivo per la Reale, era spontanea, del tutto naturale, istintiva oserei

dire. I nostri occhi, anche in quel frangente, si cercavano, si incrociavano

e, complici, sintonizzavano i rispettivi pensieri. Mi fissava,

a tratti, con sorrisi maliziosi sollecitava miei interventi nel dibattito

per sostenerla in quel compito per lei nuovo e sotto molti aspetti

insidioso: la società era in dinamico movimento, la scuola attendeva

radicali cambiamenti, non sempre le soluzioni erano pronte e tanto

meno prevedibili.

«Non hai nulla da aggiungere, Antonio? Dicci qualcosa, illuminaci!

». Era convinta che da me potesse venir fuori sempre qualcosa

di buono, di stimolante. La fiducia che nutriva verso di me era autentica

ed io me ne sentivo un po’ addosso il peso della responsabilità.

Nel collegio, che mi era intorno, intanto, non vedevo più alcuni

volti cari: Dino aveva avuto la nomina per una supplenza annuale

a Chiavenna; Carmine aveva avuto addirittura l’incarico a tempi indeterminato

a Colico in provincia di Como; era tornata Francesca

ma per una supplenza brevissima che sarebbe, comunque, terminata

il 30 ottobre. Un anno di grandi fermenti si stava per progettare in

quel giorno, in quelle ore. Non era ancora scaduta la supplenza di

Francesca quando le pervenne la comunicazione del suo trasferimento

ad Ala in provincia di Trento. Aveva ricevuto, finalmente, il

tanto sospirato incarico a tempo indeterminato che avrebbe posto

fine ai suoi anni di precariato, ma l’avrebbe anche allontanata definitivamente

da Sondrio e, forse, anche da me.

«Antonio, ho avuto una cattedra di 18 ore per l’insegnamento

di materie letterarie presso la Scuola Media di Ala, devo prendere

servizio entro 48 ore. Domani mattina rinuncerò alla supplenza in

corso alla “P. Sigismund” di Chiesa, raggiungerò Rimini con il treno

delle 12.30 e, già in serata, Ala». Mi disse questo la sera del 25 ottobre

mentre insieme stavamo andando al Pedretti per assistere ad un

concerto del coro alpino di Sondrio fra cui il mio ex preside del F.

Besta. Stavo per perdere una persona a cui mi ero legato moltissimo,

ma, nel contempo, mi stavo guadagnando un appartamento più

comodo per me in città. Decidemmo, infatti, che avrei occupato io

il suo appartamento in via Mazzini, che lei, per anni aveva condiviso

con l’amica Chiara, convolata a nozze durante l’ultima estate con

il romano Giovanni. Francesca il 26 partì, lasciandomi dentro un

grande vuoto, misto a una strana sensazione di smarrimento, non

mi riusciva più di collocarmi nello spazio. Mi ero abituato alla sua

presenza che dava un senso di pienezza alla mia vita.

Il 10 novembre, al ritorno in sede – dopo le vacanze dei morti,

trascorse a casa – compiuti i dovuti atti rituali, lasciai la casa di

Montagna, visto che anche Italo, nel frattempo, aveva ricevuto cobozza

municazione di trasferimento in Toscana. Mi spostai a Sondrio in

via Mazzini, al quinto piano di uno dei palazzi dell’Impresa Gavazzi.

Fino alla fine di novembre risultai essere ospite di Francesca, ma già

in dicembre riformalizzai il contratto a mio nome. Tante cose stavano

cambiando, era avvenuto tutto in un brevissimo lasso di tempo.

Con Francesca, i primi mesi, continuammo il nostro rapporto a distanza

grazie al telefono e a lettere quasi quotidiane. Cominciammo

poi a darci degli appuntamenti a media distanza, per esempio nella

stazione di Verona, quando andavo da Lena a Mantova qualche sabato.

A volte ci raggiungevamo reciprocamente ad Ala o a Sondrio

in occasione di ponti festivi. Intanto la mia vita quotidiana e professionale

continuava con i soliti ritmi, fra le solite persone e cose.

Anna Maria Reale aveva instaurato nell’ambiente di lavoro un clima

di grande complicità, cordialità, semplicità e rispetto. Io in quel clima

mi sentivo bene, veramente a mio agio e davo il meglio di me,

anche sapendo di essere utile a lei, me ne sentivo l’alfiere, mentre il

nostro rapporto di amicizia diventava sempre più intenso e fraterno.

In città il mio tempo libero scorreva nei modi soliti con gli amici

di sempre, meno qualcuno che non c’era più, ma qualcun altro era

arrivato. Al tempo ci eravamo un po’ abituati a vivere come in un

porto di mare, e si sa che nei porti di mare c’è sempre chi viene ma

c’è sempre chi va.

A dicembre, il 18 dicembre con precisione, dopo che me ne

aveva anticipato gli eventi in una lettera e, dopo che gli eventi erano

stati confermati, con un telegramma, giuntomi nel pomeriggio

del 17, arrivò con il treno delle 19.30 Paola, che, dopo una lunga

relazione epistolare, non rivedevo dal 1972, l’anno in cui ci eravamo

conosciuti in Aspromonte in prossimità del comune di S.

Stefano. Mi ritrovavo trepidante ad attenderla, in una serata rigidissima,

quando la vidi scendere dal treno con un valigione enorme

e vari zaini e zainetti a corredo. Abbracciandomi mi sussurrò

nell’orecchio:

«Antoniooo!! Non ti sei spostato di un millimetro, sei sempre

lo stesso, uguale a come ti ricordavo. Ti trovo in perfetta forma».

Risposi:

«Noto di te le stesse cose. Il tempo sembra non essere passato.

Ci lasciammo in un torrido agosto, ci ritroviamo in un glaciale dicembre,

ma a quanto pare, noi siamo rimasti gli stessi». Nevicava

in maniera fitta. Era infreddolita, rannicchiata nel cappotto bordò,

un cappellino di lana le nascondeva i capelli, il cui colore stentavo a

ricordare, le sue mani erano gelide, si notava la sua scarsa abitudine

ai climi rigidi, era calabrese d’altra parte. La condussi al Caval Bianco

dove, come da sue prescrizioni, le avevo prenotato una sosta per una

settimana. Cenammo a casa mia un’ora dopo e passeggiammo a lungo

nella notte per strade, stradine e vicoli della città imbiancata. La

mattina dopo, prima di recarmi al lavoro, la condussi alla Scuola Media

Pascoli dove, tramite un amico sindacalista del Sasmi, di nome

Stefano, le avevo procurato, proprio il giorno prima, una supplenza

annuale per l’insegnamento di Matematica e Scienze. La presentai

alla preside, che avevo conosciuto l’anno prima in occasione di un

convegno sulla didattica della storia. Al tempo trovare il posto non

era tanto complesso come oggi, soprattutto per i laureati in matematica,

in scienze biologiche e geologiche. Paola nutriva da sempre

per me un affetto speciale. Provavo da anni per lei un sentimento,

forse, pari al suo, ma avevo sempre pensato che eravamo troppo

distanti per potere instaurare un rapporto su un livello diverso da

una sana e santa amicizia. Forse lei era venuta a Sondrio proprio per

ridurre quelle distanze. Per quattro anni, a partire da quel momento,

vivemmo insieme un numero smisurato di ore, di giorni, vedemmo

insieme tante cose, tanti luoghi, ma, almeno per quanto mi riguarda,

non mutò mai la natura del rapporto, essendo troppo grande il mio

affetto per Francesca, che, a prezzo di sacrifici notevolissimi, continuavo

a vedere settimanalmente. Con lei, infatti, trascorsi al Palù

di Giovo, una stazione sciistica della Valmalenco, i giorni compresi

fra capodanno e il 6 gennaio del 76. Il 75/76 fu, inoltre l’anno dei

corsi abilitanti, fu un anno di grandi fermenti, ma anche di studio

intensissimo realizzato con i colleghi con i quali costituii gruppo e

fra questi i miei grandi amici Daniela, Giuliana e Fermo con i quali

rimasi in contatto epistolare per tutta l’estate, dovendo concludere

il corso, al rientro in settembre, con durissimi esami a sbarramento.

La mia estate a casa fu come quella dell’anno prima: viaggi al mare,

molta bicicletta, un po’ di fiume, eventi familiari, ma soprattutto

studio e meditazione per la preparazione della tesina sulla didattica

della storia e quella su “La Caduta” di Albert Camus per l’analisi

strutturale del testo. Non mancarono cartoline, lettere e telefonate

di amici carissimi fra cui anche alcuni di quelli che in Valtellina non

c’erano più come Cristina, che continuava a ricordarsi di me, Italo e

altri. L’unica fuga che mi concessi fu la già ricordata esperienza del

campeggio con Francesca nella prima quindicina di agosto. L’estate

volò anche perché, causa i corsi abilitanti, dovetti anticipare il rientro

di una settimana e mezzo.

Il primo settembre ero in un nuovo appartamento in via Parolo,

il vecchio era stato venduto dall’impresa Gavazzi, che me ne aveva

offerto un altro più comodo e completamente arredato. Ricominciò

la frequenza al corso abilitante e riprese anche la scuola con la convocazione

collegiale del 9 settembre. La Reale era ancora preside e

l’assemblea dei docenti sempre la stessa, meno una nuova presenza

quella di Sergio Calvano, un pugliese di Taranto, alto e magro, moro,

docente di tecnica, piuttosto dialettico come ebbi modo di evincere

da alcuni suoi calibrati interventi durante quella prima seduta.

Sarebbe ripresa la mia solita routine di vita fra le solite persone, se

non fosse stato che il Calvano, terminata la seduta collegiale, mi avvicinò,

pregandomi di tenerci in contatto. Ci scambiammo, dunque,

gli indirizzi. E già quel pomeriggio mi raggiunse insieme alla moglie

Claudia per presentarmela. Facevano il loro ingresso nella mia vita

personale e professionale due figure significative, due caratteri forti

e decisi, incisivi, che avrebbero monopolizzato quasi i miei ultimi

anni valtellinesi. Nacque tra me Sergio e la moglie – maestra elementare

e, in seguito, direttrice didattica – un sodalizio incredibile,

di tono culturalmente elevato. A renderci simbiotici erano, soprattutto,

la politica – di cui condividevamo idee e scelte fondamentali

a sinistra dello schieramento parlamentare – e una passione sconfinata

per il cinema, il teatro e lo spettacolo in genere. Dal 76 in poi

la mia vita si concentrò quasi per intero su questi due amici, se si

considera a parte il rapporto con Francesca che raggiungevo ad Ala

quasi ogni fine settimana. Con i Calvano dedicavo alcune domeniche

a eventi teatrali milanesi. Claudia era una vera e propria fanatica

di Dario Fo del quale frequentavamo, in alcuni fine settimana, il

laboratorio teatrale situato nella Palazzina Liberty di Milano. Intanto

la mia esperienza didattica si consolidava per ogni giorno che

passava, maturavo nuove idee e progetti e il 76/77 fu l’anno in cui

con il significativo contributo di Sergio varai il giornale d’Istituto Le

Voci del Mallero – che avrebbe avuto qualche premio e una lunga

storia – e il Cineforum d’istituto realizzato nella sala cinematografica

dell’oratorio per gentile concessione di don Giulio Roncan, parroco

di Chiesa in Valmalenco e mio collega di Religione. In ottobre si

erano conclusi i corsi abilitanti con un risultato che, per me e per gli

amici del gruppo, non poteva essere auspicato in maniera migliore.

Dopo il mese di luglio, trascorso a casa in estrema tranquillità,

nell’estate del 1967 mi concessi, in agosto, un avventurosissimo

campeggio itinerante in Corsica con Francesca. Ci incontrammo a

Livorno e da lì in traghetto raggiungemmo Bastia. Da Bastia percorremmo,

in quindici giorni, tutta la Corsica a piedi fino ad Aiaccio,

toccando Corte con la sua celebre Università, le gole del Tavignano

e puntando, infine, sulle spettacolari Isole Sanguinarie. Ma il viaggio

in Corsica evidenziò anche le prime crepe in un rapporto che

continuò, comunque, fra difficoltà varie fino alle soglie del 1991: si

avvertiva sempre di più che la lontananza di residenza impediva un

legame improntato alla continuità e alla condivisione totale di vita.

D’altra parte, io, anche per esigenze della mia famiglia, cominciavo

sempre con più insistenza a ventilare l’ipotesi di un mio ritorno ad

Amorosi, mentre Francesca, al contrario, sollecitava un mio trasfebozza

rimento a Trento.

Il rientro in Valtellina, nel settembre del ’77, diede inizio a un

lungo periodo, fino al giugno del 1981, in cui distinguere gli eventi

e le loro mutazioni – come era avvenuto per gli anni precedenti

– diventava sempre più complesso, gli anni sembrarono tutti assomigliarsi

tra di loro, sembrarono appiattirsi, diventare routinari sia

nella vita privata che professionale: le persone più care con le quali

avevo condiviso tutto, in anni rimasti nel mito, non c’erano più; la

stagione delle lotte per i grandi cambiamenti della scuola – i Decreti

Delegati, la legge 517 che sostituiva ai voti i giudizi analitici per disciplina

e globali – si era spenta. L’impegno professionale, comunque,

rimaneva forte sul piano individuale. Nella vita privata, quasi

per un bisogno di riposo e di ripensamento, mi stavo isolando dal

contesto generale, mi arroccavo sempre di più intorno al comodo

sodalizio con i Calvano, che mi creavano l’impressione di vivere in

una famiglia. Trascuravo altri amici e fra questi, in particolare, Paola,

che, nel 1980 chiese ed ottenne il trasferimento per Catanzaro. Nello

stesso anno andarono via dalla mia scuola compagni di avventura

della prima ora come i siciliani Pina, Giacomo e Antonina, i romagnoli

Paola e Stefano, il mio amico Nicola che aveva lasciato Sondrio

per Latina. I trasferimenti stavano svuotando un’intera impalcatura

storica ricca di episodi che andavano a morire fra le grigie ombre dei

ricordi. Intanto, si andava spegnendo un decennio ricco di eventi

ed alcuni drammatici, come quelli dovuti al fenomeno delle Brigate

Rosse, che avevano avuto nel rapimento e nel delitto di Aldo Moro,

nel 1978, il suo momento culminante, almeno dal punto di vista

della propaganda. Mi recavo con sempre meno frequenza ad Ala,

anche se con Francesca avevamo vissuto insieme alcuni giorni del

periodo natalizio del ‘78, del ‘79 e del ‘80. Ci vedemmo l’ultima volta

a Sondrio in occasione di una sua improvvisata visita nella primavera

del 1981, quando mi giunse in casa alle ore 05.00 di una domenica

mattina. Trovai in quella occasione la forza per comunicarle che, per

necessità familiari – dovute, soprattutto, alla condizione di salute

sempre più complicata di mio padre – ero stato indotto, sia pure

fra mille dubbi e ripensamenti, a inoltrare, nel dicembre del 1980,

domanda di trasferimento per la provincia di Benevento.

«Non te ne avevo fatto accenno perché non vedevo alcuna speranza

di poterlo ottenere. Insomma non ci credevo». Le dissi, quasi

giustificandomi.

E il trasferimento, al contrario di ogni pessimistica previsione, ci

fu. Me ne era stato comunicato l’atto in classe, durante un’ora di lezione,

da Anna Maria Reale già nel mese di febbraio. Salutai, dunque,

l’amata Valtellina il 30 giugno del 1981, per raggiungere in settembre

prima la sede di Baselice e poi, da ottobre, quella di Morcone. Vi ritornai

una sola volta, os

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