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• Cultura : NEL CONO D'OMBRA DELLA LUNA - di Antonio Pellegrino -
Inviato da Antonio Pellegrino il 25/6/2015 8:50:00 (1356 letture)


NEL CONO D'OMBRA DELLA LUNA



Era l’aprile del 1975, una splendida luna era comparsa, quasi

evento inatteso, nella Valmalenco dietro i profili trasparenti del Bernina,

facendo improvvisamente tacere le pallide luci di Primolo, che,

seminate lungo la montagna, occhieggiavano timide nell’incipiente

notte. La giornata era stata, a tratti, insolitamente calda, ma era calata,

finalmente, una improvvisa frescura.





Mi sedeva di fronte, sfingea, i lineamenti ritagliati ad arte, un sottilissimo

filo di matita a descrivere l’ermetico profilo degli occhi,

tendenzialmente miopi, che, protetti da occhiali ovali di celluloide,

apparivano evasivi e tristi, a tratti misteriosi, mescolati all’opaca luce

dell’astro fulgente, che le rifletteva alle spalle. Le labbra, del colore

naturale, moderatamente sottili, perfette, si muovevano ritmicamente

nella sincronia millimetrica dei suoi discorsi, taceva a tratti, ascoltava

in maniera notarile gli altri, li misurava, pesandone le parole, i

concetti, confrontando, poi, il tutto con una carnale idea della politica

e della dialettica della liberazione da un potere opprimente, tinto

di democrazia e di libertà. Era palesemente infastidita da una visione

della vita economicistica, evolutiva solo dal punto di vista del benessere

materiale e considerava la politica come strumento sublime

dell’educazione dell’anima. La prima volta che la vidi, mi disse:

«Io ho bisogno di concetti». Capii e non capii al momento, furono

i successivi incontri a svelarmi la sua vera natura, che coincideva

pienamente con la sua essenza, un miracolo vivente di un oggi del

mondo in cui tutti sono cloni e l’autenticità non esiste. L’avevo conosciuta,

quasi occasionalmente o come evento predestinato, ad un

convegno sindacale, tenutosi al circolo Rosselli di Sondrio, mi aveva

colpito all’istante il suo parlare sottile, la sua finissima dialettica,

specie in materia di politica, disciplina nella quale emergeva per luce

spontanea. Aveva una laurea in Scienze Politiche ed una in Sociologia

come ebbi modo di appurare a termine di quello stesso incontro.

Dopo alcuni altri contatti, quasi sempre casuali, a segno che ci eravamo

reciprocamente colti, pensò di eleggermi a suo amico-confidente,

essendo reduce da una vita complessa e da alcune esperienze

sentimentali laceranti, che ne avevano evidenziato una visione della

sessualità capovolta o quasi.

Lei era autentica, concetto puro di sé, bisognosa di concetti, di

persone parlanti concetti. Sola, nel suo desertico destino, appassionatamente

innamorata delle sue teorie relative alla necessità di una

rivoluzione politica di dimensioni globali, mostrava di patire sulla

propria pelle l’impossibilità di potere parlare con persone normali,

amare persone normali, essere amata in modo normale, amare nel

modo normale dell’amare. Emanava da se stessa fluidi irresistibili,

liberi da convenzioni, carichi di assoluta diversità, bisognosi di confrontarsi

con situazioni forti, a rischio, anche rispetto alle norme sia

morali che giuridiche. Era, dunque, anormale? Me lo chiedeva spesso,

credendo che le potessi essere di guida a trovare una, sia pure

piccola, parte di normalità dentro di lei, per potere amare ed essere

amata in modo normale. Si sentiva sola in un mondo che ne subiva,

il fascino ambiguo, ne interpretava la posatura dai toni imperativi,

decisi, maschili, ma che non riusciva a coglierne la reale essenza,

ne distorceva le nodalità psicologiche basilari. Presentava se stessa

in una veste androgina, nella sintomatologia di una schizofrenia lacerante

che evidenziava una situazione psicologica di dissidio permanente

tra il desiderio della ricerca dell’accudimento dei desideri

personali comuni in una ragazza di ventiquattro anni, e il bisogno

impellente di amori estremi, compreso quello patologicamente passionale

direi, per K. Marx, suo idolo per assoluto, incarnato dentro

di lei in maniera irrimediabile. Anche nella più recondita goccia del

suo sangue scorreva la linfa ossessiva della rivolta, della lotta di classe,

dello studio e della ricerca puntigliosi di tutto quanto potesse

avere segno della diversità in un sistema sociale che, a suo dire, aveva

già plagiato tutto. E lei era la diversità per assoluto, nella sua vissuta

a-normalità riusciva a rivoltare completamente il concetto di amore,

orientando o disattivando ora quello verso l’uomo, ora quello verso

la donna, altre volte quello verso la politica secondo le esigenze e le

occasioni. Ma, per quanto mi riguarda, era quella “a”, tutt’altro che

privativa, che le aggiungeva quel tono di unicità assoluta, di sublime

originalità, di vitrea trasparenza. L’amavo di un amore capace di

trascendere ogni concezione umana dell’amore, l’amavo per quello

che era, per come era, per come parlava, per come si muoveva, per

come ti guardava, per come brillavano i suoi occhi ed il suo sorriso

ineguagliabili. L’amavo quando piangeva e quando i suoi occhi

di un azzurro densissimo – che facevano da contrasto con la pelle

tendenzialmente olivastra – si velavano di lacrime di rabbia per un

torto o una sconfitta subiti, nel qual caso ti faceva scivolare nelle

mani la carne stessa del suo dolore, il suo cuore sanguinante, vivo e

palpitante, unico, raro, veramente raro. Altre volte, dall’interno di un

discorso, interrompeva per chiedermi:

«Cosa si vede di me? Tu cosa vedi?». In sé non era difficile la

risposta quanto trovare le parole adatte per rispondere alle due cose:

«Credo che gli altri vedano evidente la tua voglia di amare e di

essere amata e traducano il tutto nel modo a loro stessi più congeniale,

ognuno nel modo suo, senza tanti distinguo, senza finezze e

inutili accortezze. Carlo ti ama, Isa ti ama, altri ti amano, anch’io,

nel modo mio, ti amo, tutti ti amano. Ognuno può vedere in te un

modo dell’amore, un modo dell’amare, un modo dell’essere amati.

Insomma i tuoi umori sono trasparenti, emergono all’esterno, poiché

la membrana che divide il tuo io razionale da quello irrazionale,

o se vogliamo emozionale, è sottilissima, quasi coincidono, dal che

si deduce che potresti essere interpretata secondo diversi angoli e

sfaccettature, della cui mutevolezza a te manca la percezione dell’apparizione

esterna di te stessa. Io vedo di te e in te il radicalesimo più

assoluto, vedo un essere libero, liberato dagli schemi delle comuni

convenzioni, ma vedo anche un essere trasparente, quindi fragilissi

mo, smarrito, esposto a un mondo di pensieri che raramente coincide

con il tuo. Vedo in te la purezza delle origini, di tutto quanto era

ancestrale un tempo, atavico, schiacciato, macinato dai nuovi eventi.

L’amore oggi è azione meccanica, programmata, non è più l’amore.

L’uomo non sa più che cosa significhi amare veramente, cogliere al

volo, con la dovuta velocità, l’istante dell’amore reale nella più assoluta

indistinzione, fuori di ogni schema classificante, per provare

l’amore autentico, quello che inebria in un unico involucro il corpo

e lo spirito, l’amore magico, assoluto. E si potrebbe amare chiunque

se si amassero i sentimenti, che non possono essere preselezionati o

sezionati quasi fossero oggetti, essi vengono istintivamente, perché

non hanno la mente della ragione, ma quella di una vis nascosta,

indefinibile e, solo per modo comune di intendere, assimilabile al

cuore. Si avvertono nella pancia».

A dividerci c’era il tavolino di un ristorante, ricavato in una vecchia

baita posta a metà strada del poggio su cui sorgeva Primolo,

sotto di noi, nella valle, si vedevano adagiati Chiesa, Lanzada e Caspoggio.

Lei mi era di fronte, mi osservava, stringendo gli occhi,

penetrava fittamente nel mio sguardo, che, a tratti, si ritraeva, preoccupato

che gli altri due vedessero e interpretassero in maniera sbagliata.

Le sue pupille mi focalizzavano, mi cercavano, mi sfioravano

la pelle, mi accarezzavano. Come dimentica degli altri, navigava nei

flutti della sua vulcanica mente, sfondava, poi, la mia anima inerme,

inebetita, come una trivella mi penetrava il cuore indifeso di fronte a

lei, sondava le mie reazioni, quasi le plasmava, mi seduceva, mentre,

forse, mi confrontava con Carlo, provocandone, a sua volta, le reazioni.

Rosalba ci studiava o, forse, ci utilizzava, si sentiva al centro

dell’attenzione generale, ne godeva e, nello stesso tempo, ci sfuggiva,

si sentiva, a sua volta, osservata ed indagata. Eravamo tutti lì per

lei, era lei il nostro centro, era il centro dei nostri occhi e dei nostri

pensieri, era amabile da tutti. Ciascuno di noi coltivava verso di lei

uno scopo, mentre era spezzata fra noi, era sicuramente spezzata,

perché era potenzialmente pronta ad amare, a sua volta, chiunque

di noi: Carlo, il suo occasionale accompagnatore, che viveva nella

improponibile illusione che potesse convincerla un giorno a diventare

parte del suo cuore per esserne un marito attento e premuroso;

Isa, un’amica di Belluno, che, palesemente innamorata di lei, agiva

in modo da plagiarla di se stessa, di qualcuno, cioè, che sapesse condividerne

la reale essenza, che sapesse svelarne la profondità della

maschera, che sapesse scinderla dal mondo degli uomini, per resuscitarla

nel suo destino di donna fra donne, come usava dire spesso

in maniera molto velenosa; io che semplicemente godevo del privilegio

assoluto della visione del suo insieme, quasi fosse un’opera

d’arte sublime, di marmo finissimo, scolpita da mano geniale, che

ne aveva tracciato i tratti, utilizzando un pennello intinto nella magica

tavolozza dei riflessi eterei della luce universale. Lei sapeva tutto

questo? Lo intuiva, forse, mentre i suoi occhi, perplessi, di nuovo si

smarrivano nello spazio profondo che le rigurgitava intorno. Intanto

era divorata alle spalle dalla luna ed io, di fronte a lei, vedevo due

lune, ma quella vera per me era lei, perché non era solo di roccia,

palpitava nella carne e ne sentivo il contrasto, lo sentivo prepotentemente

mentre i nostri occhi continuavano a interrogarsi, a sfidarsi.

Intanto dialogavamo fittamente, quasi con accanimento, le parole si

toccavano, si incrociavano, viaggiavano veloci da un pensiero all’altro.

I due che ci erano a fianco si avvertivano, a tratti, nella veste di

anonimi spettatori. C’eravamo solo noi in una sera, splendida, diventata

improvvisamente tersa, fresca fino a far provare brividi alla

pelle, mentre cercavamo ricovero nel grembo sottile del cono d’ombra

posto dalla luna fra noi. Sentivo rigurgitarmi dentro i pensieri e

avvertivo i suoi quasi fossero nei miei, mentre ci crescevano intorno

i primi palpiti della notte o, se si vuole, del mattino del nuovo giorno.

Ma ero solo l’amico, il confidente, il moderatore dei suoi umori.

Intanto Isa, ignara di quanto stava accadendo, non aveva occhi che

per lei, per colei per cui era lì, semi-irrigidita dal freddo, per colei per

cui aveva voluto invitare anche me, suo elemento di contrasto, colui

che lei era venuta per mettere in ombra nel cuore già in frammenti di

Rosalba, per scacciare definitivamente l’immagine di me dagli occhi

ignari di lei, per evitare che tra noi due la nascente intesa intellettuale

si consolidasse in qualche cosa di diverso, che le consentisse di

incrociare nella mia persona sentimenti, oserei dire, tridimensionali,

fra cui una sola delle dimensioni poteva essere corrispondente a

quella del mondo propriamente detto. Rosalba, figlia di ragazza madre

e di padre ignoto, aveva dovuto subire l’umiliazione, nella prima

e nella seconda infanzia, di non potere avere un cognome: solo in

prossimità dell’adolescenza le potette essere attribuito quello della

madre. Per non vivere il disagio della sua diversità anagrafica, imparò

a sdoppiare il suo nome in Rosa Alba, allo scopo di produrre nei

compagni di scuola l’impressione che anche lei avesse un cognome,

come tutti gli altri.

Carlo – un trentenne, siciliano, di altezza media, tarchiato nel fisico,

dall’aspetto di una quercia, grossolano negli atteggiamenti che

mal si conciliavano con una gentilezza finta, forzata direi – intanto,

si era calato nella parte di un personaggio siculo. Drammaturgicamente

espropriato di sé, reagiva alle nostre sollecitazioni, ai nostri

discorsi, a tutto il nostro fitto parlare con la voce, con i gesti e con

le parole della maschera di cui indossava le vesti. Induceva al riso?

Per quanto mi riguarda lo fingevo, non oso dire degli altri, intanto

mi chiedevo:

«Ma chi è lui veramente? Cosa si cela dietro l’atteggiamento ironico,

a mezzo tra il puerile e l’egocentrico? Quale volto, veramente

suo, apparirebbe oltre la maschera se questa, come d’incanto, si dileguasse?

». Ma Carlo sembrava starci bene dentro quella finzione, era

convinto di risultare simpatico, si muoveva libero, senza rischi, poteva

dire qualunque cosa, tanto scherzava. Ora dominava lui la scena,

con calcolata abilità aveva spostato il discorso sul vago, sul generico,

sull’indistinto, mentre gli altri, ciascuno nel modo suo, stavano, per il

momento, al gioco, in realtà affilavano i coltelli. Tacevo e osservavo,

attendevo gli eventi, intanto guardavo verso la luna, allontanavo il

mio sguardo dal gruppo, focalizzavo il centro, il punto più intenso

della luce e vi mettevo in mezzo Rosalba, univo le due lune e, a tratti,

ritornavo sul volto denso di essenze della mia luna, di quella di

carne e ne annusavo colori, odori, sensazioni, captavo le radiazioni

e le emanazioni, le associavo a me stesso, mescolandole in un unico

involucro. Nel frattempo, Carlo vaneggiava di tende da campeggio,

di motociclette e di montagne, mescolando il tutto con le battute del

personaggio che, bene o male, rappresentava sulla scena. Era venuto

in Valtellina da Trapani in moto, diceva, e avrebbe ripetuto altre volte

la rocambolesca avventura. Isa lo fiutava con occhi di fuoco, detestava

il suo superficiale conformismo, indagava, nel contempo, le

reazioni dell’altra temendo che corresse il rischio di lasciarsi ammaliare

dalle elucubrazioni di lui, che vi si sciogliesse improvvisamente

dentro l’anima, che gli svendesse la sua naturale diversità in cambio

di un futuro improntato alla finzione di una sicurezza borghese: famiglia,

casa, lavoro, figli. Diversi piani della realtà si confrontavano

e si scontravano tra di loro, a momenti sembravano incrociarsi, ma

di nuovo si separavano, mentre Rosalba appariva enigmatica quanto

mai, guardinga, sorniona sotto alcuni aspetti: io ero lì come deus ex

machina, per potere osservare e poi raccontare il tutto.

La pizza tardava, ma sorseggiavamo birra da grossi calici, dopo

avere brindato a non so cosa. L’ambiente intorno a noi era fresco,

sereno e accogliente, si respirava un sentore di tranquillità quasi assoluto.

Sollecitato da alcuni spunti di Rosalba, che aveva il volto

puntato verso le stelle, accennai al concetto di ordine naturale da cui

l’intera legge dell’evoluzione è governata e che l’uomo, per trovare

Dio, dovrebbe ritrovare l’ordine generale in cui esso si nasconde,

dovrebbe ritrovare quell’ordine nell’uomo stesso smarritosi nelle

culture volute dalle diverse civiltà della storia, a partire dalle più lontane

origini, magicamente occultatosi nelle logiche perverse e apparentemente

diverse dello Stato politico, di quello teologico e, dulcis

in fundo, di quello teocratico, il peggiore di tutti probabilmente. Rosalba

ed io, ora, eravamo nuovamente due in uno, eravamo sommati

l’uno all’altra, estremamente simbiotici, ci ascoltavamo con recipro

ca attenzione, eravamo “parola”. Carlo era impaziente, a tratti mascherava

il nervosismo dietro una finta calma, si vedeva messo un

po’ fuori dalla scena nella quale tentava, in ogni modo, di rientrare.

Isa, scetticamente stava all’assurdo gioco delle parti, frammezzando

il discorso di battute intese ad alimentare tensione, sospetto, paranoia

nei singoli protagonisti. Rivolta a me, infatti, disse:

«Anche tu, Antonio, dovresti divertirti un po’ ogni tanto». Alludeva,

evidentemente ai discorsi troppo elevati che si stavano facendo,

poco idonei ad un ambiente evasivo, quale una pizzeria. In realtà

temeva i miei discorsi perché distoglievano Rosalba dall’attenzione

verso di lei, verso quell’altare di carne che era il suo corpo, armoniosamente

modellato, di donna. Risposi con cinica tranquillità:

«Io, in verità, mi diverto sempre, continuamente. Per me il pensare

e il parlare sono giochi affascinanti a cui non so sottrarmi. Mi

annoia il contrario», alludendo, maliziosamente, a Carlo. Non so

quanto fosse stato colto della mia obliqua affermazione, ma era stata

sicuramente dura, infatti nessuno fece risposta né in un senso né

in un altro. Si continuò, quindi, per un po’, a parlare dei miti come

antenati veri di quelle che sono diventate le grandi religioni della terra,

si parlò di conoscenza, di tradizione e di rivelazione, facendo gli

opportuni distinguo, si parlò delle Confessioni di S. Agostino e della

Summa Teologica di S. Tommaso D’Aquino cavalli di battaglia miei,

ma non si trascurarono riferimenti a Hegel, a K. Marx, a quell’opera

monumentale che è Il Capitale, al Manifesto del Partito Comunista,

alla cronaca politica, ai temi della giustizia e della libertà, che erano

le vere, grandi, uniche passioni di Rosalba. Il discorso, alla fine cadde

sul racconto più in dettaglio dei quotidiani eventi e, quindi, andò a

sbattere sulle Brigate Rosse, che rappresentavano il grande richiamo

del momento. Riprese fiato Carlo, affermando:

«E, a proposito di Brigate Rosse, bisognerebbe bruciarli vivi tutti

». Aveva toccato, senza neppure rendersene conto, nel vivo la sensibilità

di Rosalba, che provava delle ben celate simpatie per quel

movimento, e, senza mettere in mezzo altro tempo, tuonò:

«Per quanto mi concerne, bisognerebbe ardere vivo l’intero sistema

politico, economico, sociale e culturale nel quale esse hanno

trovato la loro alimentazione. Arderei vivo chiunque parlasse come

hai parlato tu in questo momento. Sappi, caro, che il fenomeno ha

origini lontane, motivazioni reali ed è molto più complesso di come

in una banale battuta si potrebbe esemplificare. I quadri dirigenti

potrebbero essere annidati nello stesso apparato dello Stato che

tanto ti preoccupi di proteggere». Isa, fervente attivista di sinistra,

trasecolò sulla sedia, non credeva ai suoi orecchi, erano musica le

affermazioni della donna che le era nel cuore, quindi, a rincarare la

dose, aggiunse:

«Bisognerebbe bagnare nell’acido tutti gli uomini che parlano

così, compreso te, Carlo, anzi bisognerebbe eliminare tutti gli uomini

dalla faccia della terra per avere un mondo finalmente ripulito,

fatto di sole donne, liberate, alla fine, da una schiavitù millenaria».

Carlo, con calcolata prudenza, decise di richiudere le ali, di non rispondere

alle sollecitazioni, il discorso si stava facendo troppo complicato

per quello che erano i suoi gusti e le sue capacità dialettiche.

Si parlava di alta politica, non era per lui… proprio non era per lui,

lui non era in grado di volare nel cielo articolatissimo della politica.

Arrivarono le pizze, quattro pizze diverse, una per ciascuno, io

la solita, classica Margherita, le altre, chi più chi meno, farcite di

qualche cosa: verza, prosciutto, funghi, ingredienti vari. Furono le

pizze ad allontanare di nuovo i discorsi dagli argomenti teologici,

cosmologici, politici ed etici, la finzione scenica riprendeva quota,

si rifaceva strada la tecnica del canovaccio, della commedia dell’arte,

si scivolava sui mezzi significati. A dirigere il gioco Carlo e Isa, che

riorientavano il tutto verso i motivi per cui si era giunti in quel luogo,

in quel giorno, in quell’ora, in quella insolita compagnia di cui

ero, comunque, parte: sfidare ancora e di nuovo l’anima di Rosalba

già piena di aguzzi frammenti, che sembrava stare al gioco, anche

se appariva sempre più vigile, sempre meno affascinata dall’atteggiamento

dozzinale e qualunquista del compagno, che pure era un

docente di lettere e, a suo dire naturalista e ambientalista, che continuava

ad attorcigliare nell’aria, sempre più tersa, battute più o meno

banali. Isa, con atteggiamento volutamente seduttivo, fluente nella

sua chioma corvina, fissava penetrantemente con i suoi occhi cerulei

l’ amica e sperava sempre di più che si sciogliesse di umori per

lei, che si aprisse a prospettive decisamente radicali e antisistemiche

in materia di famiglia, di affettività e di sessualità. Intanto Carlo si

stava demolendo da solo e la sua assoluta superficialità gli impediva

persino di rendersene conto: egli non veniva sconfitto da nessuno, si

stava facendo veri e propri autogol. A un certo punto Rosalba, che

mal sopportava l’arte della finzione dell’anfitrione-attore, rivolta a

me disse:

«Vedi, Antonio, quando c’è lui è impossibile rimanere dentro i

propri pensieri, riesce a portartene fuori, ti violenta letteralmente, ti

inibisce completamente». Rivolta, poi, a Carlo:

«Basta, Carlo! Ravvediti, guardati intorno, qualche volta, annusa

l’aria che tira, lo fanno anche i cani e i gatti, e… pensati come anima,

come essere veramente libero, liberato da schemi e da convenzioni.

Abbi pazienza, ma sentivo il bisogno di dirtelo in maniera forte».

Come presa da raptus improvviso, il che era nella sua natura, rivolta

a tutti aggiunse:

«Amici, noi non siamo, in quanto persone, involucri umani, anche

se lo siamo diventati il giorno in cui abbiamo consentito al sistema

di espropriarci elegantemente delle nostre identità, quasi fosse

un atto normale, un bisogno di civiltà o di moralità. Questo tipo di

civiltà o di moralità di comodo io lo scaravento tranquillamente nel

cesso». Si interruppe per un attimino prima di pronunciare l’ultima

parola, non andò oltre, quindi, evitò di affondare ulteriormente e

definitivamente il coltello nella piaga. A questo punto, come riflettendo

a voce alta, dopo avere indossato un pullover di colore rossocardinale

in difesa dal freddo pungente, risposi:

«È vero, compito dell’uomo dovrebbe essere quello di ricordarsi

di sé sempre, rispettarsi e difendersi comunque, dovunque e da

chiunque, anche dalle leggi quando queste sono contro l’uomo. Ricordate

il celeberrimo detto di don Lorenzo Milani? “L’obbedienza

non è più una virtù”». Ed ella aggiunse, quasi continuando il mio

discorso:

«Infatti, la dimenticanza di sé è la più grave malattia dell’uomo. E,

oggi, noi siamo dei dimentichi di noi, assenti a noi stessi. Il sistema

e la cultura sociale, tanto per parlare in prima persona, pretendono

che io viva nel modo di come non sono, che creda in quello in cui

non credo, che ami chi non amo, che ami nel modo in cui io non

so amare, eppure so di sapere, in qualche modo, amare… e amo in

quel modo, non faccio male a nessuno se sento il bisogno di amare

in maniera diversa». Gli argomenti salivano di qualità e di livello di

difficoltà, si stava come l’acrobata in un circo sull’asse di equilibrio

posta a notevole altezza dalla superficie terrestre. E mentre il tono

si intensificava, rimanevo vigile, presente quanto mai a me stesso,

a tratti interloquivo con acutezza istintiva, giocavo a filtrare, anche

con singole parole, il paradosso della finzione, intanto osservavo

Isa, la più prassista del gruppo, che pensava già che l’anima dell’amica

fosse pronta per alchimizzarsi magicamente nella sua, visto il

suo ultimo intervento molto orientato nella sua stessa direzione di

pensiero, mentre diceva a se stessa:

«Non c’è dubbio alcuno, Rosalba è una diversa che comincia ad

avvertire finalmente anche sulla dimensione della pelle la sua diversità.

Non riuscirà mai ad amare un uomo, se pure lo facesse fingerebbe

a sua volta, contraddicendo l’intera impalcatura del suo pensiero

tutto orientato alla ricerca dell’assoluta verità». Carlo, intanto, non

trascurava di mostrare punte di malizia nei miei confronti con qualche

espressione tinta di ironia, non gli riusciva, malgrado il vantaggio

della maschera, di mettermi fuori campo, di schiacciarmi nell’angolo

verso le corde. Non riusciva neppure a intuire la complessità psichica

della donna amata, non riusciva a sondarne il sofisticato mondo

di pensieri, non era in grado di individuare l’avversario personale in

Isa invece che nella mia innocua persona.

La povera, carissima, Rosalba, anche a causa, forse, degli effetti

di affetti ambiguamente incrociati su di lei, si allontanava lentamente

dal gruppo, se ne staccava psicologicamente, si chiudeva ermeticamente

dentro se stessa, brillando sempre di meno, mescolata al

fumo delle sue stesse sigarette, mentre persino la luna, che appariva

prima più sbiadita, riprendeva il sopravvento su di lei. Si spegneva a

mano a mano che il convito procedeva verso la fine, verso l’altare di

pietra su cui lei come agnello si sarebbe dovuta offrire in sacrificio

a qualcuno, come se non ci potesse essere destino di libertà per lei.

Mentre si allontanava dal piano della realtà esterna, si riconnetteva al

suo mondo interiore fatto di cocenti passioni, di idee assolutamente

sconvolgenti, se misurate sui ritmi normali dell’esistenza. Era la sua

normale a-normalità che la spostava fuori dalle cose, non si poteva

essere normali nel modo normale. Al ritorno, in macchina verso

Montagna in Valtellina, dove mi si accompagnò, ella non fu più al

mio fianco, come all’andata, quando mi era stata letteralmente attaccata

all’orecchio in un simpaticissimo e innocente gioco di complicità

che irritava palesemente i due che erano davanti: l’uno ci guardava

sornione attraverso lo specchietto retrovisore, dalla sua dimensione

cioè; l’altra, rivolta a me, chiedeva:

«Cosa sta dicendo contro di me la mia ineguagliabile amica?».

«Nulla». Fui costretto a rispondere. In atteggiamento, quasi concelebratorio,

si era messa, al ritorno, al fianco di Isa. Si affidava a lei,

dunque? A lei che le era, comunque, più affine sul piano della sua

percezione dell’affettività? Eppure mi dicevo:

«Mi fa l’impressione a volte di non esserle indifferente. Chi sono,

dunque, io per lei veramente?». E rispondendo a me stesso:

«Lei mi vede, probabilmente, incorporeo, mi vede come mente,

come parola, mi ama per la mia concettualità: mente, parola e concetti

non hanno sesso, sono pure essenze spirituali. In Carlo e in Isa,

invece, vede emblematizzati i due mondi contrapposti del maschile

e del femminile, entrambi presenti nella sua indole, vittima inconsapevole

di una natura perversa, che le avrebbe causato un fitto dolore

per sempre».

La luna si spandeva sempre di più nel cielo stellato e terso, mentre

l’altra luna, la splendida e fragile Rosalba, si dibatteva nel dubbio

tormentoso della scelta: un sincero amore femminile? La lacerante

finzione nella simulazione di un amore maschile? Una devastante

solitudine? Ci salutammo davanti al portone di casa mia e li vidi

allontanarsi nel buio.

Alle ore 01.08 di quella stessa notte, mentre pensavo e ripensavo,

con rassegnato dolore, al rito che si stava, forse, consumando

nel profondo dell’anima della vittima, mi raggiunse una sua insolita

telefonata:

«Eppure io me ne sto quasi andando…!». L’affermazione appariva

come forgiata a fuoco nella roccia, era dura e quanto mai laconica,

farcita, forse, di nostalgica tristezza, come del condannato

che sta consegnando la sua testa al patibolo. Tentai una rapidissima

interpretazione e risposi:

«Che significa “Eppure me ne sto quasi andando”? Ti capisco

quasi sempre, ma ora stento». E per esserle di conforto aggiunsi:

«Per me quella luna che dominava nel cielo stasera eri tu. Anzi eri

sicuramente più bella. Le tue parole erano fresche come l’aria, luminose

quanto le stelle del firmamento, limpide quanto un cielo terso.

I tuoi occhi solamente erano tristi, meditabondi, a tratti evasivi fino

a sembrare assenti». La risposta che mi giunse fu:

«L’attrazione che ci unisce non è comprensibile sul piano delle

logiche terrene, è come se i nostri spiriti si toccassero da distanze

di spazio abissali, è come se le nostre anime solamente potessero

incrociarsi per moto naturale, spontaneo. Gli altri credo che si siano

accorti che ieri sera a quel tavolo c’eravamo solo noi due, ma nello

spirito. Siamo divisi dai perfidi segmenti del corpo, ma saremo uniti

nella parola per sempre. Siamo intellettualmente compatibili, ma

biologicamente inconciliabili. È un dolore questo che mi accompagnerà

per tutta la vita: la strana sensazione di sentirsi uomo nel corpo

di donna e ricordarsi, a tratti, di esserlo per intero donna, come in

questo momento che sono con te, per esempio». Ed io, a mia volta:

«Noi due siamo esseri diversi, le nostre essenze hanno dimora

in un altro luogo, in un altro mondo di cui il nostro tempo è privo

della sensibilità di capire. Ci basti sapere, reciprocamente, di “esserci”,

il resto non deve avere alcun possibile peso nei nostri pensieri.

Le nostre dimensioni mentali fanno parte dell’universo esistente e si

mescolano all’eterna materia, volando alto oltre i corpi».

Quella luna fulgente di luce, quella notte stessa spiccò il volo nel

firmamento della propria anima, liberandone la natura controversa

in una scelta radicale coerente con il suo essere. E mentre si allontanava

dalla logica convenzionale del mondo di tutti, del mondo dei

clonati, del mondo degli uomini costruiti in serie, unendosi con Isa

in un amore terreno, si liberava di ogni possibile paura dei pregiudizi,

si riappropriava della sua intera essenza fatta di corpo e di anima,

un’essenza che era all’ origine di tutti i suoi drammi ma anche di un

fascino e di una originalità saputi portare. Non molti giorni prima,

avvertendo il peso della sua solitudine, aveva avuto modo di dirmi,

mentre sorseggiavamo un caffè in un bar di Sondrio: «Antonio sulla

tua parola getterò le reti. Sulla forza del tuo cuore io poggio perché

tu credi in me. La nostra speranza sarà trasformata in certezza ed

insieme, sia pure per vie diverse, voleremo verso un mondo migliore

contagiando di noi tutti quelli che ci sfiorano». Era questo il suo

ineguagliabile grido di battaglia, era la trasparenza assoluta della sua

anima limpida nei pensieri, coerente nei sentimenti, fulgida nell’azione.

Era questo lei.

Stanno calando anche le ombre di questo giorno, mentre il sole

si nasconde all’orizzonte e prepara le ore del riposo. Termina qui il

mio racconto, scritto di getto, con nel cuore un dolore, la nostalgia

della perdita di una fiammante cometa mescolatasi all’infinitudine

dell’universo stellare. Ma la ritroverò, prima o poi, fra i mille e mille

punti di cui è dipinto il cielo e le darò un nome che sfiderà i tempi:

Rosalba.



(di Antonio Pellegrino)


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