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• Racconti : RICORDI DI UNA COLONIA AL MARE - un racconto inedito di Antonio Pellegrino
Inviato da Antonio Pellegrino il 17/6/2015 17:20:00 (1796 letture)


 RICORDI DI UNA COLONIA AL MARE



Il piazzale antistante la stazione ferroviaria di Telese Terme era brulicante di bambini vocianti, provenienti dai circa settanta comuni costituenti il territorio della Diocesi di Telese-Cerreto Sannita. Alcuni apparivano più ilari e festosi, quasi stessero per raggiungere il paese dei balocchi, altri più tristi e dimessi, qualcuno con lacrimoni che gli scorrevano lungo le guance, mentre davano l’ultimo abbraccio ai genitori. Io ero uno di loro, avevo sette anni, magrolino, moro di pelle, occhi e capelli neri come carbone. Eravamo tutti vestiti alla marinara, come era previsto dal regolamento della colonia, pantaloncini blu e maglietta a girocollo con strisce orizzontali bianche e blu su pantaloncini blu. Avevamo a tracolla un sacchetto contenente il corredo essenziale: una maglietta e un pantaloncino di ricambio, due canottiere, quattro paia di calzini bianchi, quattro mutandine, un paio di zoccoli, un paio di scarpe da usare solo in occasione della messa della domenica e in pochissime altre circostanze, un portamonete con pochi spiccioli dentro per alcune eventuali necessità personali. Era il primo luglio del 1955 e stavo per lasciare casa mia per la prima volta in assoluto, ne sarei stato lontano, lontano dai miei genitori, dai miei fratellini, dalla nonna Maddalena, dagli zii, dagli amichetti di via Roma per trenta lunghissimi giorni, che a me sembravano essere già interminabili, e stavano appena per cominciare. Si attendeva, intanto, il treno, mentre le maestre delle varie squadre nelle quali eravamo stati divisi, facevano l’appello e qualcuno non si era presentato all’appuntamento, ci aveva ripensato all’ultimo momento. Anche a me sarebbe piaciuto tanto poterci ripensare, ma il papà, che era lì con me, mi incoraggiava a partire, diceva che era una esperienza importante da fare, che mi avrebbe fatto bene anche alla salute, che mi avrebbe abituato a quelle sensazioni forti, che, un giorno, avrei riprovato, quasi simili, partendo per la vita militare. Il papà, poi, aggiungeva:





 «Fidati di me, parti contento, tanto non resterai solo tutto il tempo, io verrò a trovarti ogni domenica, ogni domenica mattina passeremo qualche oretta insieme. Te lo prometto». Ed io:

«Porterai anche mamma, qualche volta? E nonna? E i fratellini?». Ma all’elenco, fatto lì di fretta, avrei voluto aggiungere tutti gli altri a me non meno cari e che già mi mancavano. La sua risposta fu che, a turno, avrebbe portato anche gli altri, che ci saremmo sicuramente rivisti. E aggiunse:

«Gaeta non è lontana, non vai alla fine del mondo, è qui a quattro passi, poi è così bella, vedrai quanto è bella, quanto immenso e colorato è il suo mare. Vedrai il suo porto e lì nel porto grandi navi insieme a tante altre piccole barche e motoscafi roboanti. Vedrai… e, poi, mi racconterai, anzi, lo racconterai a ognuno di noi. Ti vanterai di avere visto cose che chi ti ascolta, forse, non ha mai visto e mai vedrà». Il mare…, il mare…, lo avevo sempre sognato il mare, non lo avevo mai visto se non in cartolina, alla TV e al cinema; lo immaginavo come un grande fiume, un fiume molto più grande del mio amatissimo Volturno. Mi chiedevo, spesso, del perché del suo colore blu, visto che le acque del mio fiume erano in genere verdognole e si facevano gialle in caso di maltempo e di piena. Papà sapeva della mia passione per le grandi navi, mi aveva comprato, a volte, nelle feste di paese, i modellini dell’Andrea Doria, affondata nel 1954, e della sua gemella Cristoforo Colombo. Intanto, noi bambini eravamo ancora in ordine sparso, ognuno di noi era insieme alla parte di famiglia che lo aveva accompagnato, quando un prolungato fischio, lanciato dalla direttrice della colonia, ci radunò in squadre, separandoci dai nostri cari, io, con il mio sacchetto sulle spalle, mi ritrovai nella prima delle cinque. Vedevo bambini che piangevano singhiozzando profondamente, io avevo un fastidioso groppo alla gola che mi nascondeva le lacrime. Nella tristezza nostalgica del momento il fatto confortevole fu il notare che nel mio stesso gruppo si trovavano Angelo e Vincenzo, due amorosini come me, due miei carissimi amici, il primo dei due anche mio compagno di classe nella prima elementare che avevo appena concluso con una lodevole promozione alla classe seconda. Stabilito l’ordine dovuto, in un angolo dell’ampio piazzale della stazione fu celebrata la Messa da S.E. Felice Leonardo, Vescovo della diocesi di Cerreto Sannita, promotore della colonia stessa, coadiuvato da don Pasqualino Vegliante, assistente di colonia che sarebbe rimasto con noi per l’intero mese. Durante la celebrazione erano presenti ancora i familiari il che consentiva a ciascuno di noi di volgere furtivi sguardi verso di loro in segno di un ultimo struggente saluto. Io avevo gli occhi puntati sul papà e tentavo di memorizzarne l’immagine così come la stessa mi appariva in quegli ultimi istanti. Udivo, nel frattempo, la voce calda, profonda del Vescovo che parlava di socialità, di amicizia, di esperienza da fare, di salute e di solidarietà. La messa si era conclusa, erano le ore 10.30, si udì un altro ampio fischio, ma, stavolta, non era quello di un fischietto, era quello del treno, che avvertiva del suo arrivo in stazione, proveniente dalla direzione di Benevento e puntando verso Caserta-Aversa-Napoli. Sfilando in fila per due in ordinatissime squadre, ci radunammo lungo il marciapiede antistante i binari. Guidati dalle educatrici, salimmo sul treno e occupammo i posti già accuratamente predisposti per ciascuno. Di lì a non molto sentimmo il tipico ciuf-ciuf prima più lentamente poi sempre più velocemente, il treno aveva iniziato la sua corsa verso la prima grande avventura della mia vita, ero solo fra estranei, meno i pochi amici. Mi allontanavo sempre di più dalla mia casa, da Amorosi e procedevo verso una meta che mi appariva ancora sconosciuta, provavo emozioni a mezzo tra la paura, la nostalgia, l’ansia dell’attesa di eventi imprevisti, ero una somma di pensieri, un intreccio di sentimenti. Il treno, che, sin da piccolo, avevo considerato essere una delle grandi magie della vita, riversava anche quel giorno su di me una smisurata dose di emozioni, mi riportava i ricordi di quando lo sentivo sbuffare da lontano e i miei primi viaggi verso Benevento con i miei familiari. Era la prima volta in assoluto che mi spostavo da solo su questo mezzo. Il mio sguardo era puntato fuori oltre il finestrino, divoravo immagini di campagne profonde, di improvvisi casolari e di stazioni, alcune le riconoscevo, finché giungemmo ad Aversa, il luogo di lavoro del papà. Qui il treno si fermò per invertire la sua rotta e procedere verso nord, verso la meta destinata che era Gaeta, una perla del mare Tirreno e dell’intero Mediterraneo. Il treno, a un certo punto, in cui ero colto da milioni di pensieri, forò la roccia di una arcigna montagna, attraversata da una galleria lunghissima, come mai avrei potuto immaginare che ce ne fossero. Il buio intenso mi fece sobbalzare il cuore, che batteva come non mai, si avvertiva un clima diverso, simile a improvvisa frescura, si avvertiva più che mai il ciuf-ciuf dello stridere delle ruote sulle rotaie, l’assenza di immagini del paesaggio mi aiutava a pensarne altre, e, in quei minuti che passarono, prima che il mostro d’acciaio riapparisse alla luce, mi sfilarono, come in un film frammentariamente articolato, le mie fantastiche avventure con i miei amici in via Roma, rivivevo le accanite partite al pallone, i giochi di guerra, le corse in bicicletta, l’arrivo da Napoli, verso le quattro del pomeriggio, del leoncino di Vittorio Di Pietro che, insieme alle altre occorrenze per il rifornimento del negozio di alimentari delle sorelle Teresina e Mafalda, portava nuovi balocchi e giochi per noi, le novità del momento che arrivavano dalla grande città, pensavo a tante altre cose che costituivano il corredo magico della mia ancor piccola vita, ed ecco i volti di mamma e dei miei fratellini e sorelline, di nonna Maddalena e di zia Antonietta, di zio Luca e di zio Lorenzo, di quella mia amorevole fata che era zia Mariantonia, di nonno Antonio e dei suoi meravigliosi cavalli. Di lì a non molto, mi apparve per prima il mare di un blu intenso, che faceva da corona a un cielo di un celeste diverso, quasi fosse ricolorato dal mare stesso, poi Formia e più in là, sullo sfondo, Gaeta, nota in tutto il mondo specie per il suo ampio e articolato golfo che destava meraviglia in chiunque, mentre trovava spazio e respiro fra i promontori di Capo Miseno a sud e del monte Orlando a nord. Gli occhi mi si rischiaravano di fronte a tanta bellezza, mentre ricordavo le parole pronunciate dal papà negli attimi che avevano preceduto la mia partenza, non pensavo che il mondo potesse nascondere tanti incredibili tesori di colori e di forme, la mia esperienza di paesaggi, al momento, era limitata a quella della mia piccola, sia pure graziosa, valle. Tutto mi appariva più grande ed io, in compenso, mi percepivo più piccolo; ero gonfio di emozioni, che, ora, mescolavano alla nostalgia, non ancora tacitata, un’ansia del vedere, a occhi vogliosamente sgranati, e dello svelare i misteri che si aprivano dentro a quel nuovo orizzonte.

Il treno, alle ore 14.30, terminò a Formia la sua corsa e laboriose furono le operazioni di discesa. Con ordine certosino, e per squadre in fila per due – come era stato al momento della partenza da Telese – in maniera quasi militare ci schierammo nel piazzale antistante la stazione ove ci attendevano dei pullman che ci avrebbero condotto a Gaeta, la nostra ultima destinazione. Dalla stazione di Formia con dei pullman, già prenotati per noi, approdammo nelle adiacenze di Piazza XIX maggio di Gaeta, una piazzetta, simile a giardino, posta tra il lungomare e le prime appendici del monte Orlando. Sempre nell’ordine dovuto, sfilando per squadre, cominciando dalla prima, raggiungemmo a piedi, seguendo una strada adiacente la piazza che, a sua volta introduceva a una lunga scala, che, arrampicandosi lungo il morbido declivio del monte, ci consentì di raggiungere il palazzo che ci avrebbe ospitato per i trenta giorni della durata della colonia, svoltando a sinistra del terminale della scala stessa. L’alloggio, posto in maniera panoramica sul centro pulsante della cittadina marina, sembrava essere una vera e propria finestra sul golfo. Benché la pregevole posizione rispetto al tutto, mostrava l’aspetto fatiscente di un vecchio edificio, sia pure imponente nella sua struttura, dalle mura antiche e solide nella loro manifattura, ma logore di tempo soprattutto all’ingresso, rappresentato da un portoncino a cui si accedeva dopo tre gradini in pietra viva: si sentiva aria di muffa, si respirava l’umido di oltre un secolo che penetrava le ossa e si confondeva con un’aria di frescura al confronto del calore ribollente che c’era all’esterno, e questo creava, in un certo senso, una strana sensazione di vantaggio, in effetti la giornata era molto calda e la fatica accumulata si faceva sentire. Subito a destra dell’ingresso si accedeva a uno stanzone dalle proporzioni ciclopiche che faceva, da refettorio; confinante con il refettorio, e separata dal medesimo da un grande arco a tutto sesto, una cucina all’antica alle cui pareti erano appese pentole e strumenti culinari di ogni grandezza; dall’ingresso, imboccando una tortuosa scala, fatiscente non meno che l’edificio, si accedeva al piano superiore costituito da un lunghissimo corridoio, largo circa quattro metri, dal quale si accedeva, da sinistra, a sei stanzoni-dormitorio, di proporzioni raramente viste, cinque dei quali erano destinati alle squadre, e il sesto, quello in fondo, alle maestre e ai dirigenti della colonia; una settima stanza, molto più piccola delle precedenti, faceva da alloggio dell’assistente spirituale don Pasqualino Vegliante; l’unica porta, posta a destra del corridoio, era di accesso a una spaziosissima loggia, pavimentata in mattoni di antica fattura, e contornata da una serie di vaschette in ceramica bianca destinate alle nostre abluzioni mattutine, pomeridiane e serali; dalla loggia, attraverso un’altra porticina si accedeva ai bagni: a sinistra, lungo la parete erano posti quelli alla turca destinati ai ragazzi; a destra una porta introduceva a quelli riservati ai dirigenti. I bagni alla turca, in verità, avrebbero rappresentato per me, sin da subito, un grande handicap, non sarei riuscito ad assolvere con tranquillità ai miei bisogni fisiologici, ero molto timido, abituato in ben altri modi, e lì mancava la privacy, a chiunque sarebbe stato possibile, anche inavvertitamente, entrare mentre c’era già un altro, e qualche ragazzo più intraprendente lo avrebbe fatto addirittura apposta per riderci un po’ sopra. Fatto sta che per una decina di giorni avrei evitato di utilizzarli per l’atto grande, il che, intorno al quindicesimo giorno, mi avrebbe provocato delle complicazioni intestinali accompagnate da febbre altissima, che mi avrebbe tenuto rigorosamente bloccato a letto per tutta la terza settimana. Avrei ricevuto quotidiane visite del medico, sarei stato sottoposto a varie terapie, compreso antipaticissime punture. Sarei rimasto solo con una assistente tutte le mattine, quando tutti uscivano per recarsi al mare, e tutti i pomeriggi quando tutti erano a passeggio. Per l’occasione mio padre avrebbe fatto il sacrificio di venirmi a trovare anche durante la settimana oltre la domenica, ogni volta mi avrebbe fatto compagnia e confortato per le due ore che le sarebbero state possibili, conciliandole, in modo quasi miracoloso, con il suo lavoro.

La mia avventura aveva avuto inizio, ormai sapevo dove e con chi sarei vissuto, cosa mi sarebbe stato destinato di fare, sapevo che ero per la prima volta da solo, che non avrei avuto nessuno alle spalle a guidarmi, incoraggiarmi, proteggermi, sapevo tutto questo e in tutto questo mi tuffavo come in un mare profondo. mi arrampicavo verso i declivi della più alta delle vette. Ero solo in mezzo a tanta gente, perché, a pensarci bene, eravamo veramente tanti. All’inizio, soprattutto, facevo grandi sforzi, non sempre riusciti, per ambientarmi in un contesto umano tanto variegato e complesso, configurantesi in una organica campionatura di tipi che, avrei scoperto meglio anni e anni dopo, simboleggiava il tessuto stesso del destino dell’uomo nella vita: alcuni erano buoni, altri dolci, altri ancora flemmatici e arrendevoli, al contrario di altri che apparivano arroganti e violenti, irridenti e irrispettosi delle altrui persone; qualcuno, a dire il vero, era anche già avviato all’arte del rubare per sopravvivere alla vita in maniera comoda, senza responsabilità proprie, alle spalle altrui come le sanguisughe. La prima giornata si consumò procedendo con un apparente ordine sparso, in realtà quella specie di ordine aveva avuto il senso di aiutarci nell’acclimatamento, nella esplorazione conoscitiva dell’ambiente di vita, nella scoperta delle prime relazioni fra noi ragazzi, si concluse, poi, dopo la cena nel grande refettorio, con il raduno sulla terrazza, seduti a terra l’uno accanto all’altro, per la recita del rosario, per intonare alcuni canti, già conosciuti ai più grazie alla formazione già ricevuta presso le rispettive parrocchie, per ricevere l’illustrazione rigidamente articolata dei movimenti che avremmo dovuto compiere ogni giorno da lì in poi. Insomma fummo messi al corrente del regolamento che prevedeva comportamenti categorici nel vero senso della parola. Per la recita del rosario e per i canti ci faceva da guida il simpaticissimo don Pasqualino Vegliante, sacerdote giovanissimo, molto conosciuto sull’intero territorio della diocesi di Telese-Cerreto Sannita, musicista eccelso e dalla grande sensibilità umana. L’illustrazione del regolamento era stata affidata alla direttrice della colonia, donna di mezza età dal cipiglio arcigno, come un profilo di montagna tozzo e privo di articolazioni, militaresca nel tono e nei movimenti, che apparivano duri, privi di sentimenti umani, votati solamente alla cura formale della disciplina. Una sua giovanissima assistente, che le faceva da contraltare, piuttosto avvenente, dall’atteggiamento dolce e sorridente, con dei foglietti in mano scritti a macchina, aveva il compito di fare da promemoria, quando l’altra, che sembrava una arrugginita macchina da guerra, si inceppava. Non mi fu salutare, devo dire con onestà, ascoltare quella specie di caporale di giornata in gonnella quella sera, ebbi attimi di smarrimento e di accentuazione della sensazione di solitudine che già attanagliava il mio giovane spirito dalla mattina, nel momento in cui uscivo con il papà da casa mia per raggiungere Telese. Un cielo stellatissimo sopra di noi, misteriosamente armonioso, raccolto nel suo cosmico silenzio, faceva da testimone discreto dei miei non rassicuranti pensieri, ma a terra mi sentivo intorno il deserto più profondo, era aggressivo e distante dalle mie più intime emozioni.

La mia fortuna nella vita è stata quella di avere sempre incontrato, anche nelle situazioni più complesse, un mio angelo protettore, e in colonia il mio grande angelo si stava materializzando nella snella e fascinosa figura della mia assistente di squadra, la maestra Mena. Ella mi seguiva sempre con lo sguardo, mi proteggeva e mi coccolava, scopriva i miei momenti di malinconia e mi parlava, mi incoraggiava, mi liberava dalla solitudine sopravveniente, mi chiamava “moretto dagli occhi profondi più del mare”, me lo ripeteva continuamente, accompagnando le sue parole dolcissime con un sorriso ampio più di un raggio luminoso della luna riflesso nelle acque nitide e trasparenti di un laghetto di montagna. Quella sera, mi era al fianco, in piedi, avvertì, quasi fosse un radar, il mio disagio, mi si accovacciò vicino tanto da poter sentire il suo profumo, il profumo della sua stessa pelle lattea, bianca più del sofisticato tessuto di un abito da sposa, ella mi faceva sentire la sua vicinanza, avvertiva la mia solitudine e tentava di condividerla con la sua. I suoi occhi erano di un nero profondissimo, mi penetravano l’anima, i suoi capelli corvini e lisci, scesi fino alle spalle, mi sfioravano il viso, accarezzandolo con la stessa dolcezza di un leggero soffio di vento. Dopo un ampio sospiro, mi disse:

«Pensi a mamma?». Sorpreso per il fatto che mi avesse parlato in mezzo a tutto quel tenebroso silenzio che avevo intorno, risposi timidamente:

«Penso a tutti, penso anche a papà e ai miei fratellini, penso a casa mia e ai miei amichetti, penso che qui non conosco ancora nessuno e mi sento indifeso, perso in un mondo che non conosco, che è lontano dal mio, tutte queste regole mi sono estranee, non ci sono abituato, mi è sempre piaciuto sentirmi libero di giocare, di correre, di gridare». Disse ancora con voce flebile, come per volere racchiudere il tutto in un mondo che era solo nostro in quei brevissimi attimi:

«Ma… ci sono io con te qua, conta su di me, io sarò sempre in mezzo a voi, staremo sempre insieme, cercherò di esserti vicino, ti seguirò con gli occhi cercando di cogliere ogni tuo bisogno, tu farai per me la stessa cosa, avrò bisogno anche io di te, in certi momenti, per colmare le mie improvvise malinconie. Ci divertiremo in questo mese insieme, ci divertiremo tutti, scopriremo tante cose nuove e ci scopriremo tra di noi, vedrai che fra qualche giorno ti ritroverai tanti amici intorno, ti saranno amici tutti quelli che ora ti appaiono come fossero nessuno. Intanto, non hai compagni del tuo paese fra questi? Se c’è qualcuno, comincia da loro per vivere meglio le tue difficoltà». Di nuovo io:

«Grazie, signorina, si, mi rivolgerò a voi per ogni mio bisogno, grazie. Ci sono qui tre compagni miei di Amorosi e due sono nella mia squadra, sono Angelo e Vincenzino, con loro, intanto, sto bene, ma mi manca la famiglia, è la prima volta che vado lontano da solo». Fu lei a chiudere quella conversazione con queste parole dolcissime e rassicuranti:

«Conta su di me e tirati su, ti voglio contento e sorridente. Intanto, andiamo tutti a riposare, dormiamo sui nostri pensieri e ci sveglieremo nuovi domani mattina. Domani avremo il nostro primo incontro con il mare di Serapo. Vedrai, sarà molto bello». La signorina Mena aveva ridato senso a quelle mie ore, i miei pensieri cominciavano a rischiararsi in quella sera profondissima che stava per chiudere il mio primo giorno di colonia. Avevo visto al mio fianco un angelo e ora mi sentivo meno solo, avevo preso coraggio, mi sarei svegliato nuovo e con nuovi sentimenti, proprio come aveva detto lei.

Erano le ore 06.45 e ci fu la prima sveglia, il mio primo nascere, o rinascere, nel cielo radioso di Gaeta, dalle grandi finestre spalancate del dormitorio arrivava il respiro profondo del mare, si poteva avvertire nei polmoni la sua salsedine, la piatta superficie marina di un colore simile all’azzurro elettrico era ferita dalle scie bianche e ribollenti di navi e di battelli che attraversavano la linea dell’orizzonte e si perdevano, simili a puntini, nelle sconfinate lontananze; più vicine, apparivano, allegre nei loro sgargianti colori, le barche dei pescatori dei quali arrivava flebile il canto: erano, a volte, canzoni tradizionali napoletane, altre volte appartenenti al patrimonio popolare romano, altre volte ancora celebri canzoni italiane nate dal cuore vivo del Festival di San Remo che in quegli anni viveva le sue primissime edizioni. I raggi del sole penetravano lo spazio dello stanzone e lo coloravano di luci e di ombre. A darci la sveglia, in un’ora così mattiniera, era stata l’educatrice di turno che azionava un campanello simile a quello che si usa nel corso delle celebrazioni della messa. I visi dei miei compagni era assonnati non meno del mio, tanto che qualcuno più pigro o più furbo stentava a togliersi dal letto, fingendo di non aver sentito. Io, intanto provavo a misurare il mio umore, avrei voluto anche vedermi, ma in giro non c’erano specchi. Mi dicevo:

«Sono rinato al nuovo come auspicava la signorina Mena ieri sera? Riuscirò ad affrontare con coraggio propositivo questo giorno e gli altri che seguiranno?». Intanto pensavo alla celeberrima spiaggia di Serapo, che mi era ancora sconosciuta, e al mare, nelle cui onde mi sarei bagnato, di lì a qualche ora. Mi sentivo addosso un’ansia positiva, diversa da quella oppressiva del giorno prima, forse davvero stava succedendo in me qualcosa di nuovo, stavo crescendo, e mi dicevo, borbottandomi addosso:

«Si può crescere in una sola notte tanto da svegliarsi tanto diversi al mattino?». Vidi per un attimo fugacissimo la signorina Mena, fresca come acqua di sorgente, che era passata per darci il saluto e informarci dei primi movimenti: si sarebbe andati, fornito ognuno del suo occorrente per l’igiene personale, sulla grande terrazza per i bisogni personali nei fantomatici bagni alla turca e per le abluzioni indispensabili per iniziare dovutamente un nuovo giorno. Mi ripromisi, comunque, di mettermi alla prova, mi sarei autoverificato per prendere le misure del mio umore in maniera incontrovertibile. Dalla sveglia in poi si era svolto tutto in maniera talmente veloce che non avevo avuto neppure il tempo di pensare a casa, in compenso mi ero pensato il che non era male. Dopo esserci lucidati bene, compreso i denti, e pettinati alla moda del tempo , scendemmo nel solito ordine in refettorio ove ci attendevano cinque lunghe tavolate già apparecchiate. Si sentiva nell'aria un odore diffuso di latte bollito che contrastava con la pungente frescura del mattino che aveva trascorso la sua notte sulla coltre salina del mare. In un tavolo a parte, disposto trasversalmente rispetto ai nostri, c’erano le maestre e i dirigenti di colonia, compreso don Pasqualino Vegliante, l’unico uomo fra tante donne. Al centro fra tutti, rivolta verso di noi con i suoi occhi pari a quelli di un rapacissimo falco, la direttrice, quella che, sempre di più, mi sembrava essere un carrarmato-Tigre, invecchiato dal tempo, di nazista e tristissima memoria. Furono riempite le nostre scodelle di latte e orzo nelle quali avremmo bagnato un panino che ci era stato servito. Così sarebbe stato per tutti i giorni a seguire, senza alcuna variazione, senza alcuna sorpresa. Certo il latte è un ottimo alimento per dei poco più che bambini, ma anche altri alimenti, qualche volta non ci avrebbero certamente provocato danno, avrebbero potuto rompere, invece, il ritmo di una noiosa assuefazione. Mi veniva, ogni volta, l’acquolina in bocca nel vedere le assistenti e gli altri dirigenti mangiare pane e pomodoro farciti di olio e di una spruzzata di origano, a seguire, una succulentissima pesca.

Terminata la colazione, con il solito schieramento in autentico stile militare si partiva a piedi verso Serapo, vestiti di pantaloncino, maglietta, costume da bagno già addosso e zoccoli ai piedi. Il percorso, lungo circa un paio di chilometri ci avrebbe condotti verso uno splendore di spiaggia, un dorato deserto di sabbia finissima aperto verso il mare del quale accoglieva sulla battigia le schiumose onde. Da qua si vedeva, sulla nostra sinistra, il versante opposto del monte Orlando, che, ricordo, faceva da porta-nord dello splendido golfo di Gaeta. L’angolo di spiaggia, riservato alla nostra colonia era a poca distanza dal promontorio, quasi al suo ridosso. Avevamo come punto di raduno, per i brevissimi momenti in cui ci consentivano di sostare all’ombra, un grosso tendone sostenuto da quattro solidi paletti infilzati nella sabbia. Si passava la maggior parte della mattinata in giochi ed esercizi guidati dalle maestre a piedi nudi sulla sabbia bollente: a esercizi ginnici e corsa sul posto si alternavano frenetici girotondo, e il gioco della bandiera che ci teneva occupati per la maggior parte del tempo. Si facevano sentire la stanchezza e la sofferenza dei piedi che sembravano abbrustolirsi sulla sabbia rovente, era come camminare o danzare su carboni accesi in una caldaia. Alcuni bambini piangevano e chiedevano con i lacrimoni, che rigavano il volto, di ritornare, sia pure per un attimo di refrigerio, all’ombra. Ma non era ammessa tolleranza, la regola ufficiale era che bisognava imparare a soffrire e a rinunciare, per temprare di coraggio lo spirito e preparare l’età dell’adulto. In quanto al rinunciare, poi, è tutto un dire: per un’intera mezza giornata ci veniva negata l’acqua, dicevano che ci avrebbe fatto male; dalla colazione in poi avremmo, dunque, bevuto di nuovo all’ora di pranzo, alle ore tredici. I giochi venivano interrotti alle ore 10.00 da un fischietto che indicava che era giunta l’ora del bagno. Finalmente! Il bagno! Il bagno era l’unica cosa che abitava i nostri sogni in quelle ore vissute come in un vero e proprio campo di concentramento, era il momento della elemosinata frescura, non si aspettava altro, era l’unico momento veramente gradito dell’intera mattinata, ci saremmo arrotolati alle onde del mare sognando i voli acrobatici che avremmo fatto nel seguito della nostra ancor piccola vita. Ci si radunava per squadre in linea orizzontale, guidati dalle maestre, disposti frontalmente al mare, che attendeva paziente i nostri aneliti. Il fischietto della direttrice ci avrebbe indicato prima il momento preciso dell’entrata in acqua – che non sarebbe durata più di cinque minuti – e poi quello dell’uscita, che sarebbe avvenuto sempre con passo lento e tristezza dipinta sul volto. Ci attendeva un’altra oretta di esercizi ginnici al sole e di giochi-guidati il che ci avrebbe consentito di asciugarci bene ed essere pronti per il raduno sotto il tendone per i preparativi del rientro. Non vedevo l’ora che giungesse la domenica, il giorno in cui, in spiaggia, venivano a farmi visita, a turno, scambiandosi i compiti di settimana in settimana, il papà, lo zio Luca con Tonino, il padre di Vincenzino che era con me in colonia, la nonna Maddalena, che non è che avesse avuto modo di vedere tante volte il mare nella sua, ormai, lunga vita. Non mi raggiunse mai la mamma, benché le promesse fatte dal papà, per le sue numerose incombenze, ella aveva sulle spalle le responsabilità della casa e degli altri miei fratelli e sorelle: eravamo una famiglia numerosa già allora, e non erano giunti ancora gli altri tre fino completare il numero fatidico di sette, insomma una chiassosa banda.

Nuovamente in fila per due ripercorrevamo al contrario la stessa strada del mattino, aggirando il promontorio del monte Orlando, che dopo qualche minuto, cominciava a riapparirci dall’altro lato, quello che guarda verso il golfo e domina con il suo versante sinistro lo splendido paesaggio di Gaeta. Lungo il percorso fiancheggiavamo, a un certo punto, la strettoia che introduceva alla montagna spaccata e al celebre monastero costruito fra le due pareti rocciose e sospeso sul mare. A metà strada si passava davanti a una fontana pubblica da cui sgorgava un’acqua limpida e freschissima che contrastava con la nostra arsura e rendeva il nostro spirito ancora più sofferente. Io, come tutti, ero attanagliato dalla sete, avrei dato la mia stessa vita per un goccio d’acqua, avrei bevuto pure quella di un fosso puzzolente per ridare al corpo le inibite energie. Il conforto umano, in quei giorni, veniva solo dalle onde del mare dai mille colori di questo miracolo azzurro e salmastro che il creato metteva a disposizione dei miei occhi, sentivo la sua acqua accarezzare la mia pelle nel poco tempo che mi si concedeva di bagnarmici, avrei desiderato avere un desalinatore per poterlo bere, sentirlo palpitare nelle mie viscere e vincere l’arsura che le rendeva sofferenti quanto mai, intanto, boccheggiavo, di nuovo, elemosinavo un ristoro che neppure la dolcezza infinita della signorina Mena, che coglieva il mio disagio, poteva concedermi, soffriva pure lei nel vedere soffrire, ma sottostava alla legge ferrea di chi aveva il governo sull’intero gruppo. Qualche ragazzo più furbo tentava di raggiungerla quella fontana ma veniva subito ripreso da qualcuno dei nostri carcerieri. Al sesto giorno di colonia, durante uno di questi rientri, un mio amichetto di Cusano Mutri svenne durante il cammino e dovette essere soccorso e portato nel più vicino ospedale; al decimo giorno, Angelo, il mio amico del mio stesso paese, di pelle bionda e delicata, era pieno di scottature e dovette rimanere senza potere venire al mare con noi altri per cinque giorni. Assistito in sede da una giovane infermiera. Io ero dolorante dentro, ma per il resto stavo bene, la mia pelle mora era resistente al sole, era stata abituata, sin da piccolo, ai bagni di fiume ove, nei lunghi giorni estivi, mi recavo con zia Antonietta che era lavandaia. Ricordavo, a tratti, le parole che mio padre aveva pronunciato a Telese nell’attesa del treno che mi avrebbe portato via, avrei fatto esperienze che mi sarebbero servite nella vita, disse: le stavo facendo, in effetti, e, nel bene o nel male, le avrei ricordate per sempre, alcune mi sarebbero state veramente utili. Il papà, vero e proprio oracolo di Delfi, era stato, ancora una volta, un saggio profeta. Ci attendevano, ora, il pranzo nel grande refettorio – sempre a base di pasta militare al sugo e polpette di carne o tonno, altre volte un paio di fettine di mortadella e un pezzetto di formaggio pecorino o gruviera – e, dalle 14.00 alle 16.00, il riposo, durante il quale il silenzio dominava su tutto, non si sentiva una mosca volare, mentre io, steso sul mio lettino, meditavo a occhi aperti nella penombra che pervadeva lo stanzone. Non ero abituato a dormire durante il pomeriggio, come invece vedevo fare gli altri. Alle ore 16.00 c’era la merenda in terrazza, solitamente a base di panino e formaggini al latte o al cioccolato, seguiva, poi, il tempo libero fino alle ore 18.00, sempre in terrazza: si chiacchierava fra amici o si giocava con gli stecchetti, con la dama, ci si scambiava figurine panini dei calciatori, si intrecciavano fra loro carte di caramelle, piegate ad arte, per costruire collane, bracciali e cinture. Io, solitamente, raccolto in un angolo più tranquillo, leggevo i fumetti che papà, immancabilmente, mi portava la domenica, egli sapeva quanto fossi appassionato alle avventure di Capitan Miky e di Blek Macigno, di Tex e di Zagor, di Topolino e di Paperino. In quelle letture io assaporavo attimi di grande pace interiore, mi sentivo associato a me stesso e riconciliato con il mondo, ma, per quanto gradevoli potessero essere quei frammenti di tempo, erano di troppo breve durata. Saremmo stati presto radunati e inquadrati per la passeggiata pomeridiana.

Le passeggiate pomeridiane erano un rito quotidiano – se si esclude la domenica destinata alla S. Messa – collocato fra le ore 18.00 e le ore 19.30. Si andava solitamente verso il porto, verso il carcere militare posto sull’apice del promontorio del Monte Orlando, verso piazza Giuseppe Mazzini ove solitamente si sostava, essendo un luogo ampio e tranquillo, idoneo, allora, sia per il relax che per i giochi a ranghi sciolti. A frotte davamo l’assalto al venditore ambulante di gelati e di leccornie varie ove spendevamo qualche nostro spicciolo. In un Sale e Tabacchi adiacente la piazza acquistavamo i francobolli e le cartoline con vedute di Gaeta da inviare alla famiglia. Il profumo del mare, intanto, ci arrivava da lontano, unitamente alla benefica brezza e alle immagini dei bastimenti che attraversavano il mare lasciando una scia bianca e spumeggiante; barchette di pescatori, a vele e senza vele, con i loro colori sgargianti brulicavano di qua e di là; si sentiva, di tanto in tanto, il rombare di potenti motoscafi veloci più del vento. Sullo sfondo più lontano le montagne mi chiudevano lo sguardo verso casa, ma alimentavano anche il mondo dei miei pensieri e i sogni di cose future che ancora non erano l’oggi. Un pomeriggio ci recammo verso la Grotta dei briganti, rifugio di feroci masnadieri del mare nei tempi remoti: fiancheggiava la montagna spaccata e vi si accedeva da terra percorrendo una lunga e tortuosa scalinata. Fummo condotti nel suo lugubre ventre, che lasciava immaginare le mille e mille avventure di corsari e di celeberrimi eroi, di arrembaggi e di duelli all’ultimo sangue. Lo spettacolo dei gabbiani, invece, quando ci recavamo al porto, era un evento unico per me che amavo sognare un mondo fatto di cose leggere – più delle piume delle candide colombe – mi incantavo nel vedere le loro ali spiegate nel cielo limpido, invidiavo i loro voli, in un momento della mia vita in cui vedevo le mie ali tarpate da eventi che non erano nei miei desideri più attesi. E volavo, utilizzando le loro stesse ali, mi lasciavo trasportare verso orizzonti più ampi, estesi più delle praterie più profonde, mentre immaginavo il modo del futuro che di più era nelle mie speranze. Mi intristivo nei momenti in cui, scarpinando la strada in salita, ci si recava verso il carcere militare, un’antica fortezza borbonica, ferita dagli eventi, ma rimasta solida nel tempo, grazie alla sua imponente struttura: si vedevano di qua di là i segni delle cannonate delle navi da guerra che, minacciose, le erano arrivate dal mare. La fortezza mi portava alla mente il pensiero di vite spezzate dalla vita stessa, mi sentivo male nello scoprire che qualcuno aveva perduto la sua libertà per sempre o per qualche tempo e che avrebbe patito la dura esperienza di vivere dietro le sbarre di minuscole finestrelle dalle quali il cielo si poteva vedere solo a quadretti. In compenso da lassù, dalla posizione privilegiata in cui il carcere era collocato, per chi era al di qua delle sbarre di ferro rugginoso, il paesaggio che si presentava alla vista era di una delizia indescrivibile, il mare si poteva osservare in tutta la sua profondità fino agli estremi confini dell’orizzonte, mentre la sua aura bluastra incorniciava il mio viso di raggi radiosissimi, ridonandomi, per degli attimi simili all’eternità, l’ottimismo e la speranza in tempi migliori in cui i miei giochi di fantasia avrebbero potuto trovare corrispondenza con una possibile realtà. Il sole, intanto, cominciava a calare verso occidente e, colorandosi di rosso, andava a trovare il suo riposo nel tramonto.

La messa della domenica, alle ore 18.30 del pomeriggio, era una variabile settimanale rispetto alle solite passeggiate. Per l’occasione ci si vestiva con la divisa della festa e con ai piedi calzini bianchi e scarpe al posto dei soliti zoccoli. Si teneva presso la Chiesa di San Francesco, un gioiello architettonico nato nel secolo XIII ad opera dell’omonimo santo e varie volte restaurata nel tempo. Posta nella parte più in alto di Gaeta rappresentava allora e rappresenta ancora oggi uno splendido belvedere sullo spettacolare golfo visibile in tutta la sua ampiezza a partire dal Capo Miseno per finire nel promontorio del Monte Orlando. A partire dal nostro luogo di domicilio essa era raggiungibile proseguendo, a sinistra del nostro palazzo, verso l’alto per circa 200 metri oltre i quali si accedeva ad una spettacolare scala che, nel punto in cui si divideva in due avvolgenti biforcazioni mostrava una imponente scultura del Cristo con la croce a rappresentare la forza della fede nella chiesa. Il tutto, nel suo insieme armonico, introduceva a un ampio pronao che precedeva il tempio. La facciata neogotica mostrava orgogliosamente un bel portale strombato ed un grande rosone. L'interno a tre navate, dominato dal colore giallognolo delle pareti riceveva luce da grandi bifore con preziosissime vetrate policrome. Nell'abside poligonale, ove svettava fiera la statua del Redentore, si trovava l'altare maggiore ispirato nelle sue fattezze – come già la facciata – allo stile neogotico. Il portone d’ingresso, a seguito dei vari rifacimenti della facciata, era fiancheggiato, sistemate in apposite nicchie, dalle statue del re Carlo II d'Angiò e di Ferdinando II di Borbone, considerati grandi benefattori del tempio e dell’antico monastero. Ricordo che le notizie relative alla chiesa di San Francesco ci erano state raccontate, con pazienza certosina e sapiente arte oratoria – la sera precedente la prima domenica di colonia – in terrazza e dopo il rosario, dal nostro assistente don Pasqualino Vegliante. Con un breve film superotto furono rivisitate la vita e le opere del grande santo. Le serate in terrazza solitamente trovavano la loro conclusione con canti religiosi e popolari, accompagnati dal suono armonioso della bellissima fisarmonica di don Pasqualino, che, dopo averci guidati in una brevissima preghiera, ci inviava a letto augurandoci un sereno riposo e un felice risveglio, mentre un mare di stelle luminosissime ci bagnava della sua luce e, complice dei nostri sogni, sorrideva sopra di noi. Il cielo mi era amico, un mio ultimo rapido sguardo verso la luna e poi, dal mio cuore partiva un tacito buonanotte al mondo che amorevolmente ospitava nel mistero assoluto del suo sconfinato grembo la mia, per quanto minuscola, preziosa vita, e di quanto essa lo fosse preziosa mi sarei accorto nello scorrere…, scorrere… e scorrere del tempo. Lasciammo quella colonia, ponendo fine a quei giorni, nel bene e nel male ricchissimi di esperienze vissute, il 31 luglio: rifacemmo al contrario il percorso verso casa nello stesso modo che all’andata, lo schema, rigido quanto mai, fu lo stesso, non ci furono sconti o variazioni, visto che, ormai, eravamo diventati tutti dei piccoli adulti di quella esperienza. La fortuna mia fu che, per una autorizzazione strappata da mio padre all’arcigna direttrice della colonia e al vescovo, che era stato avvertito, io fui scaricato ad Aversa ove il mio papà, che era impiegato in quella stazione, mi attendeva. Per me fu una gioia incontrarlo anzitempo e di risparmiarmi un’ora circa di quell’esperienza durata anche troppo. Alle ore, 18.00, al termine della giornata di lavoro, raggiungemmo casa dove tutti, è facile immaginarlo, erano ad attendermi per stringermi in un abbraccio senza fine.

A Gaeta, negli anni successivi, da libero cittadino, ebbi modo di ritornare spesso, ma sempre di fretta, semplici passaggi con brevissime soste, in genere nella zona del porto, non avevo mai avuto modo di ripercorrere passi verso l’interno che avessero avuto l’energia di riprodurre nella mia mente immagini ed emozioni di un tempo che era stato: solo semplici e sparuti flash, pochissima cosa rispetto al tutto. Ma che tutto fosse dentro, come in uno scrigno ben custodito, che, a volte, avevo paura di riaprire, lo sapevo bene, lo avvertivo, lo sentivo pulsare e ribollire nelle parti più profonde di me, quelle più nascoste, mimetizzate a dovere. Ai miei, al ritorno da quella colonia, non avevo raccontato altro che le cose migliori dei giorni vissuti, per non preoccuparli sul rimanente, avevo celato ad arte i miei sentimenti negativi, le mie emozioni al contrario, i contrasti fra realtà e fantasia che la mente e il cuore mi avevano riproposto, come su una graticola ardente, attimo per attimo, senza alcuna sosta. Nell’estate del 2005 sono ritornato, finalmente, sui passi di quella colonia che aveva accompagnato sempre, nel bene e nel male, i miei aspri e contradditori ricordi: ho avuto modo di rifare le stesse strade a partire da piazza XIX maggio; ho rifatto la lunga scalinata fino al portone del palazzo, posto al suo apice, rimasto lo stesso e che, al momento, ospitava un Istituto di scuole commerciali; ho ricalcato gli stessi passi dei miei zoccoli, dei quali ho avvertito negli orecchi il loro ritmato battere sull’asfalto bollente; ho rituffato gli occhi nelle onde del mare di Serapo; ho riesplorato, questa volta abbordandola dal mare, la grotta dei briganti; ho fotografato il monastero sospeso fra le due opposte pareti della montagna spaccata; ho rivisto, infine, Gaeta, nella penombra di uno splendido tramonto, dal sagrato della chiesa di san Francesco e, da lì, la magia del golfo, le barche perse nel mare, le luci tremolanti delle case, la fortezza annusata da lontano, la scalinata dello splendido tempio scarnificata rispetto a quella che era nei miei ricordi; l’imponente statua del Cristo che mi sovrastava; il canto dei gabbiani, portatori di una sottile nostalgia delle esperienze passate, del tempo consumatosi troppo in fretta; dei volti di quei ragazzini che mi erano stati compagni e amici, delle loro voci, del loro struggente pianto, a volte; della dolcissima signorina Mena e dell’intraprendente don Pasqualino, di colei che avevo soprannominato il carrarmato-Tigre, che gli anni che mi sono corsi sulla pelle, mi hanno abituato a pensare in maniera meno cruda o crudele, più comprensiva e benefica. Sulla via del ritorno mi vedevo riflesso nei vetri della mia stessa automobile e mi esploravo le rughe che contavano il mio tempo, mi dicevo che stavo declinando verso la vecchiaia, ormai, ma scoprivo che nello spirito ero sempre lo stesso, ero ancora il piccolo Antonio in quella colonia del lontanissimo anno 1957.

E siamo all’oggi, il 2013, mentre anche quell’anno 2005, ormai, mi appare lontano, benché a Gaeta ci sia stato altre volte con amici per brevi fughe, troppo brevi per riuscire a resuscitare emozioni. Immagino, con una certa dose di realismo, che avrò sempre meno occasioni di ripercorrere quei passi, ciò non toglie che, in giro per la mia valle, non mi capiti di incontrare volti adulti di bambini di quella colonia, consumati dal tempo e dagli eventi non meno del mio. In un corpo che naviga verso gli anni del tramonto di giovane rimangono solo i ricordi e, dominante su tutti, la forte sensazione sulla pelle di quel clima frizzantino di certe mattine di quei giorni lontani in cui esalava nelle narici l’aria salmastra che aveva accarezzato il pelo refrigerante del mare durante il magico mondo della notte.



(di Antonio Pellegrino)





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