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• La Madonna in treno : La Madonna in treno - di Antonio Pellegrino
Inviato da Antonio Pellegrino il 9/12/2011 1:20:00 (4281 letture)


Sembrava un miraggio lo scorrere del treno, illuminato sullo sfondo della notte riflessa dalla luna, mentre zia Antonietta mi teneva in braccio, lei a piedi, nelle sere in cui, per le ventilate apparizioni della Madonna ad Amorosi, ci si recava, quasi in processione, nella località Vallone, situata nelle vicinanze della stazione ferroviaria, già nota, in passato, a detta del mio amico Pasquale Maturi, storico  locale, per apparizioni strane: a pantas’m, raccontata come una donna gigantesca e nuda che terrorizzava i rari passanti, essendo il trenoluogo piuttosto tetro; qualcuno, con una versione diversa, vaneggiava di una donna vestita di bianco o di nero, secondo le circostanze diverse; altri, infine, contraddicendo i primi, ritenevano che le apparizioni riguardassero un grande coniglio bianco la cui entità non fu mai meglio precisata. Insomma, pare che il luogo, detto ancora oggi il Vallone della Madonna, sia stato oggetto di fenomeni esoterici, anche in passati più lontani, secondo i racconti della tradizione popolare.

Per l’evento, di cui ho un ricordo, per certi aspetti vago, avevo  quattro anni circa al tempo, si formarono folle di pellegrini, di curiosi, di fedeli, o presunti tali, provenienti anche dai paesi intorno con ogni mezzo, addirittura corriere. Si gridava al miracolo, si cantava, si pregava, si snocciolavano corone e corone di rosari, tanto da incrementare notevolmente il mercato delle corone. La valle, per l’occasione, in genere cullata dal silenzio della notte o accompagnata da, a volte vicini altre volte lontani, ragliare di asini, muggire di mucche, grugnire di maiali, nitrire di cavalli, abbaiare di cani, miagolare di gatti e… intensi frinire di cicale, si nutriva, insolitamente, anche di voci umane. L’evento era eclatante…, l’apparizione della Vergine, che, chissà per quale misterioso arcano, aveva scelto proprio i nostri luoghi per fare mostra di sé, per lanciare oracoli o anatemi, secondo come si voglia interpretare il fenomeno. La Vergine, in persona, presentava se stessa, quasi come in un’anteprima mondiale, nella Valle Telesina, solitamente ignorata, anonima, quasi fuori del mondo delle cose conosciute, un microcosmo a sé, dotato di vita propria, chiuso, come in un recinto, fra i fiumi Volturno e Calore, e le catene montuose del Matese e del Taburno, con sullo sfondo i profili, appena accennati, del rimanente Appennino campano.





Si parlava dell’evento, se ne discuteva con curiosità morbosa nelle strade, in piazza, nei bar e nei circoli, nelle case, ma, soprattutto, fra gli intellettuali, che avevano il controllo sull’opinione pubblica, e le autorità del paese, compreso il parroco, che usavano avere i loro raduni quotidiani nel tepore e fra i sofisticati aromi della farmacia di don Nicola Chianese, sita, al tempo, di cui si dice, in via Roma proprio di fronte al Cinema Iris.

Una sera, ma il ricordo è vago, confuso, quasi come al risveglio dopo un sogno, ero, alternativamente, in braccio a zia Antonietta e a mamma Assunta, camminavo a piedi per brevi tratti, ma venivo ripreso in braccio, perché, per la curiosità, tendevo ad allontanarmi, a confondermi tra la folla, si procedeva, fra canti e preghiere, che si perdevano nel buio dell’incipiente notte, accompagnata da una radiosa luna piena, verso il Vallone delle apparizioni. Erano tutti lì in attesa…. «Ma… di che?». Mi chiedevo, pensando più ad una festa, come quelle di S. Antonio e di S. Michele Arcangelo, tuttavia non vedevo intorno, come in genere, bancarelle piene di giocattoli affascinanti o di torroni, di noccioline, di zucchero filato e…  la banda. Dov’era la Banda? Che festa era, dunque? Ero preso da questi pensieri, da questi interrogativi da bambino, inconsapevole delle cose degli adulti, che attendevano, invece, una madonna.

MadonnaQuando, all’improvviso, sullo sfondo della valle, da sud, dal punto più lontano, dove il buio era più fitto, apparve un treno fumante, fendeva come un proiettile con le sue mille luci le buie e anonime campagne, preceduto da un prolungato fischio. Era, dunque, questo il miracolo, l’oggetto dell’atteso mistero: il treno! L’amato e sognato treno, il trastullo dei miei giochi, il regalo di una befana, posato ancora sui pavimenti di casa. Il miracolo, dunque,  era il treno, il mistero era svelato, la tanta gente era lì in preghiera in attesa del treno. «Sono tutti qui per questo». Mi dicevo. Veloce come un serpente, strisciava sulle rotaie arroventate, avvicinandosi sempre di più alla stazione, mentre appariva sempre più grande…, sempre più grande…, sempre più visibile, luminoso e…, da vicino, abbagliante addirittura. Un miracolo….! Il miracolo…! E già mi chiedevo: «Scenderà la Madonna dal treno? La Madonna, quella che tutti attendono?». La curiosità era enorme, ma la Madonna non scese dal treno o, forse, io solo non la vidi, perché ero piccolo e confuso tra la folla di persone tutte abbondantemente più alte di me. Io… la Madonna non la vidi. E dedussi, di nuovo, nel mio cervellino di bambino, che, senza dubbio alcuno, il miracolo era il treno o il treno era la Madonna. In verità, ad Amorosi, il mio paesino amato e, di solito, silenzioso, il treno appariva ogni sera, ad una certa ora, ma io ne percepivo solo il fischio, che arrivava a casa mia da lontano, e, come l’arcobaleno, dopo avere illuminato il cielo per brevi istanti, immaginavo che anche lui venisse inghiottito di nuovo nel mistero, allontanandosi, diventando sempre più piccolo all’orizzonte, dietro le colline, lasciandomi nella vaga tristezza di un rapido sogno. Ma… mi mettevo già in attesa di un'altra sera. Il treno, veramente, raggiungeva la stazione di Amorosi anche durante il giorno e tutti i giorni, ma non se ne avvertiva l’arrivo…, io non lo sentivo…, il mitico e inconfondibile fischio veniva coperto dai rumori delle quotidiane attività: martelli di fabbri, seghe di falegnami, vociare di venditori ambulanti, bambini impegnati nei loro giochi, chiacchiere e chiacchiere della gente…

Non ero stato mai in treno, la prima volta fu un anno dopo le apparizioni, quando mio padre si azzardò, a detta di mia madre,  a portarmi con sé - veramente su mia pressante richiesta accompagnata da furbi lacrimoni - a Benevento per raggiungere la sede centrale della Necchi, di cui il papà, come secondo lavoro, era rappresentante di zona. Feci, in quell’occasione, la conoscenza, confortata dal dono di un ricco sacchetto di cioccolatini Zàini, del mitico Baldinelli, il direttore della sede per tutta la provincia di Benevento. «Ti piacciono i cioccolatini, vero?». Mi chiese con aria sicura e un vocione robusto. Io con un’aria molto meno sicura della sua, timidamente, anzi goffamente, strascicando le parole, risposi: «S…s… sì, m… m… mi piacciono, grazie». Eppure, mi ripeto oggi, non ero affatto balbuziente, anzi piuttosto loquace. Era un uomo alto e distinto, con capelli nerissimi stesi all’indietro, impomatati e con baffetti alla Clark Gable, il mitico eroe di Via col vento e di altri film da leggenda. Quei baffetti sognavo di averli da grande, a volte me li dipingevo sul volto con l’inchiostro, di nascosto. Io Via col vento l’avevo visto, insieme a mio padre, una domenica pomeriggio, nell’indimenticabile locale del Cinema Iris di Amorosi del professore D’alessandro. Il treno, quella mattina, e, poi, al ritorno nel pomeriggio, fu per me un evento al di là di ogni miracolo  prevedibile: ero fisicamente seduto in quel serpente spumeggiante di velocità, mentre le immagini del mondo scorrevano al di là dei finestrini e, come su un grande schermo cinematografico, sembravano sciogliersi nella dimensione di un altro tempo, di un altro spazio. Mi apparve, finalmente, da vicino e da dentro anche, in tutto il suo splendore, in tutti i suoi dettagli e tutto mi sembrava suggestivo. Il caro papà, con il suo aspetto sobrio, come sempre, con la sua statura medio-alta, perfetta direi, con il suo volto ben ritagliato nel profilo da attore, mi suggeriva le varie stazioni che il treno raggiungeva e in cui sostava per alcuni minuti: Telese, Solopaca, San Lorenzo Maggiore, Ponte Casalduni, Vitulano, Benevento e, al ritorno, tutto il contrario. Nei mesi e negli anni successivi, anche con la mamma, le sorelline, la nonna Maddalena e zia Antonietta,  si cominciò a prendere il treno ogni domenica per raggiungere mio fratello Franco al Seminario Regionale Pio XII di Benevento dove egli studiava per diventare sacerdote. Lungo lo stesso percorso della prima volta con il papà, ora, ero io a fare da guida e da maestro agli altri, indicando le stazioni e i vari dettagli del paesaggio che ci compariva innanzi agli occhi e, lentamente sfumando, scompariva.

La prima volta che la vidi, la stazione di Benevento, sceso dal treno, mi apparve come un grande Luna Park, enorme, con i tanti binari, con i sottopassaggi, con tanti treni in sosta ed altri che, a turno, secondo ritmi previsti, arrivavano da ogni lato, altri che, prima lentamente poi sempre più velocemente, prendevano la corsa verso mete avvolte ancora nel mistero, mentre un uomo dal berretto rosso, una paletta nella mano destra e un fischietto nella sinistra in modo imperioso, deciso, faceva ordine fra tutti questi movimenti, dettandone i ritmi e le regole: sentivo l’altoparlante che annunciava località per me ancora sconosciute e che immaginavo chissà quanto lontane come Avellino, Foggia, Bari, Valle Caudina...

Il Seminario si trovava proprio di fronte e all’apice della bellissima, allora…, Villa comunale di Benevento, nel punto della città, all’epoca, più lontano dalla stazione, dalla quale era divisa da Viale Principe Umberto fino al Duomo e poi da Corso Garibaldi e Viale degli Atlantici, che si annodavano tra di loro. Per raggiungerlo bisognava prendere l’Autobus numero 1, che faceva proprio quel percorso. Dell’autobus, come per il treno, osservavo i colori, avvertivo gli odori, ero attentissimo ai movimenti dell’autista, che vedevo come un astronauta proiettato nello spazio, immaginando la luna e le altre stelle del complesso firmamento, adocchiavo ansioso, con il muso mescolato ai vetri del finestrino, le fermate, per impararle, come già avevo avuto modo di fare per le stazioni. Un giorno sarei tornato a Benevento da solo e quelle esperienze mi sarebbero state, senza ombra di dubbio, utili. Divoravo tutto, dunque.

Per mille motivi ho dovuto ripercorrere, in seguito, quelle strade, che  considero sentiero della mia formazione umana, percorso dei miei studi, segnale per i miei indirizzi, per i miei orientamenti, soprattutto nella grande confusione del mondo presente. Esse contengono le tracce di un passato indelebile, sono l’immagine di volti e di cose vivi nell’interezza del mio essere, più forti di ogni tempo… sono le tracce della mia stessa anima.

E rimane vivo anche il ricordo di quel presunto evento miracolistico, presunto per i grandi e per gli scettici, che presto lo dimenticarono, non ne parlarono più, si era spento nel tempo fatuo del tempo di un tempo di cronaca. Per me il miracolo c’era stato, la cara, carissima Madonna mi aveva fatto, allora, il regalo del treno, e altri, scoprii, me ne avrebbe fatto poi.

Proprio in questi ultimi giorni mi sono riapparsi quel treno, quella Madonna, mi è apparsa una luce violenta, sconvolgente nel volto dolce, intenso, ma fragile e sofferto, di una ragazza, che, col suo lacerante parlare, mi ha commosso tanto da spaccarmi l’anima.  Me ne farà ancora di regali, ne sono certo, ci saranno altri treni, altre luci.

Io alla Madonna ci credo, nel modo mio ci credo, è la madre dei nostri cuori dove ognuno di noi può vederla ogni volta che vuole…, se vuole,  e…, se ne è capace, leggerla negli occhi e nei cuori degli altri, dove, a volte, appare.



Antonio Pellegrino


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